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"Negate il visto a quest'uomo!"

Narendra Modi, chief minister del Gujarat e probabile candidato premier per la destra conservatrice hindu del Bharatiya Janata Party (Bjp), é personaggio controverso, carismatico ed accentratore. L'incubo dell'Indian National Congress (Inc), attualmente al potere, e di tutti coloro che sperano in un'India inclusiva e laica.

 

Nonostante da qui alle elezioni passeranno almeno sei mesi, l'ambiente politico locale è ipersensibile: ogni dichiarazione viene messa in discussione, ogni uscita pubblica deve essere controbilanciata da interviste con l'obiettivo di demolire la credibilità dell'avversario. È politica della peggiore specie.

Paragonare la politica italiana a quella indiana è spesso riduttivo ed approssimativo, ma l'impressione, da italiano in India, è una continua rivisitazione della dualità Berlusconi-antiberlusconisti: Modi, come il primo, prende iniziativa e detta l'agenda; i suoi oppositori, come i secondi, rincorrono maldestramente.

Pochi giorni fa è andata in scena l'ennesima figuraccia della fazione anti-Modi.

Dagli scontri in Gujarat del 2002, quando nello stato governato da Modi i pogrom contro la popolazione musulmana da parte di integralisti hindu (aiutati da polizia e amministrazione locale, sostiene l'accusa al processo ancora in corso) lasciò sul campo in soli tre giorni quasi mille morti, a Narendra Modi è sempre stato negato il visto per gli Stati Uniti, con l'accusa di aver violato la "libertà religiosa" nello stato nord-occidentale dell'India.

Motivo di imbarazzo per un chief minister locale, ma con le aspirazioni di premiership attuali, un handicap che il potenziale primo ministro indiano non può permettersi. È iniziato così, un po' in sordina, un lavoro di "lobbying" per incoraggiare gli Usa a riconsiderare le loro posizioni e, quando mai verrà presentata richiesta da parte di Modi, rilasciare un visto che per il Bjp e la destra indiana avrebbe un altissimo valore simbolico.

La risposta degli anti-Modi? Inviare in fretta e furia in Usa una petizione firmata da diversi membri del parlamento, chiedendo ufficialmente che gli Stati Uniti continuassero a non rilasciare il visto a Modi.

Un'uscita assurda e comunicativamente suicida che ha avuto due effetti immediati: la risposta dei funzionari americani, costretti a ricordare ai parlamentari indiani che le politiche di rilascio visto spettano esclusivamente agli organi nazionali (leggi: ce ne freghiamo delle vostre petizioni); far uscire nuovamente Narendra Modi come il perseguitato numero uno della politica indiana, che preferisce mettere i bastoni tra le ruote piuttosto che coltivare, per il bene dell'India, rapporti diplomatici più profondi con Washington.

Se ci aggiungiamo che, secondo le ultime notizie, pare numerose firme della petizione siano state falsificate e molti parlamentari abbiano negato categoricamente di aver mai anche solo visto il documento sotto il quale figura la loro firma, il capolavoro è compiuto.

Andando avanti di questo passo, sarà una campagna elettorale scoppiettante.

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