Nirbhaya a teatro: mai più in silenzio

La scorso weekend ha fatto tappa qui a New Delhi uno spettacolo teatrale che mette in scena la violenza e l'omicidio subìte da Nirbhaya (impavida, in hindi), la ragazza stuprata e uccisa da un gruppo di uomini nel dicembre del 2012.

 

Ho assistito allo spattcolo partendo con moltissimi pregiudizi, come al solito, ritrovandomi sulle seggioline morbide del Ficci Auditorium, circondato da signore ingioiellate della New Delhi bene equamente compensate da moltissime giovani attiviste, pronte a ricevere un cazzotto in pancia della durata di un'ora e mezza.

Nirbhaya - A Play è stato ideato e realizzato dall'attrice Poorna Jagannathan in collaborazione con la sceneggiatrice sudafricana Yael Farber. La troupe composta da cinque attrici e un attore si è posta un obiettivo che credevo irraggiungibile: raccontare la violenza e gli stupri dell'India contemporanea ribaltando la classica retorica vittimista che vede le donne come oggetti inermi, incapaci di reagire alle molestie compiute da un genere maschile irrimediabilmente "bestiale", incorreggibile.

L'operazione riesce invece totalmente, andando addirittura oltre alle aspettative di quella crudezza e determinazione che speravo di vedere: si tratta di uno spettacolo potente, con passaggi di un'intensità credo inedita nell'ambito della trattazione mediatica delle violenze di genere nel paese. Le scene non fanno sconti, comprese le urla agghiaccianti di Nirbhaya, trascinata all'interno dell'autobus in una rappresentazione terribilmente vivida dei momenti appena precedenti l'inizio della violenza: la verità sbattuta in faccia ad un pubblico che troppe volte ha preferito voltarsi dall'altra parte, minimizzare, accusare le donne di "essersela cercata".

Il senso dello spettacolo è duplice: instillare una sana indignazione nel pubblico, una rabbia che dovrebbe portare a fare il passo più difficile, quello di smettere di stare in silenzio. Denunciare, abbandonare l'omertà e smascherare una tradizione della violenza - specie su minori - che in India attraversa ogni casta, religione, status sociale.

E il messaggio arriva forte e chiaro nella seconda parte della rappresentazione, quando quattro attrici recitano una serie di monologhi autobiografici raccontando le loro esperienze personali. Violenze ripetute all'età di nove anni, molestie da parte dello zio ex ufficiale dell'aeronautica militare, uno stupro di gruppo in un vicolo di Chicago, un tentato omicidio col marito che dà fuoco alla moglie davanti al figlio piccolo - con l'attrice davanti a tutti, sfigurata in volto dalle ustioni - che non avrebbe mai più rivisto.

La straordinaria crudeltà della violenza di gruppo subìta da Nirbhaya su un autobus a Delhi sud, da evento fuori dal normale diventa punta dell'iceberg della tragica normalità delle violenze di genere alle quali le donne indiane sono esposte sin da piccole: sull'autobus, a scuola, a casa, fuori dai locali, camminando per strada.

Lo stupro di Delhi diventa così l'occasione per ridiscutere dalle fondamenta la posizione della donna all'interno della società patriarcale indiana, evidenziando l'importanza di non stare più zitte, denunciare, pretendere una società più sicura ripartendo dall'educazione all'interno del nucleo famigliare, senza distinguo di classe o facoltosità. È un problema di tutti, donne e uomini, ricchi e poveri, hindu e musulmani. La discriminazione, nella pratica, è democratica.

Al termine dello spettacolo, con tutta la platea in lacrime - ché sul palco non va in scena la fiction, ma la vita di tutti i giorni - gli attori tornano in scena per un dibattito col pubblico. Chi vuole può chiedere chiarimenti, condividere le proprie esperienze, nella prima applicazione reale di ciò che per l'India ha significato la morte di Nirbhaya: la fine del silenzio.

E le donne sono un fiume in piena, trovando il coraggio di parlare e raccontare di quella volta alla festa, quella sera a casa dello zio, durante quel viaggio in metropolitana.
Qualcosa è già cambiato.

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