Non toccateci i nostri eroi

Nel giro di una settimana il sistema giudiziario indiano ha - temporaneamente - assolto due giganti dello star system indiano: Salman Khan, di cui avevamo parlato qui, e la regina incontrastata della politica del Tamil, Nadu Jayalalithaa, hanno incassato due sospensioni delle rispettive pene. Prova della complessa dialettica interna alla giustizia indiana e, osservando le reazioni dell'opinione pubblica, ennesima manifestazione della sovrapposizione del senso di giustizia e legalità col culto della personalità tributato agli eroi moderni.


In India è tutto un gran dibattere dei due casi giudiziari eccellenti che hanno coinvolto Salman Khan e Jaya. Diversissimi nel merito, identici nella forma. Khan, condannato la scorsa settimana a cinque anni di carcere per omicidio colposo, in 48 ore ha visto ribaltarsi la propria posizione davanti alla legge, guadagnando una sospensione della pena e un rinvio a giudizio per quest'estate grazie allì'intervento del principe del foro indiano Harish Salve (già legale dei due marò, che abbandonò il caso in aperta polemica con le istituzioni italiane a seguito della crisi diplomatica scatenata dal nostro ex ministro degli Esteri Giulio Terzi).
Ugualmente, Jayalalithaa questa mattina è stata assolta dall'Alta Corte del Karnataka nel caso relativo ad operazioni finanziarie poco chiare che, in primo grado, erano state valutate come accumulo di fondi neri per una cifra superiore ai 10 milioni di dollari possibile grazie alla posizione di potere ricoperta dalla leader del partito locale Dmk, all'epoca dei fatti chief minister del Tamil Nadu.
Se con eccesso di ottimismo possiamo descrivere il ribaltamento delle posizioni dei due imputati come la dimostrazione di un sistema giuridico in salute, capace di auto regolarsi e di mettere in discussione sentenze precedenti provvisorie - sfruttando a pieno il processo di analisi e riesame garantito dai tre gradi di giudizio delle corti indiane - dall'altro il sospetto, diffuso in una certa fetta dell'opinione pubblica più istruita, che i "potenti" possano ricevere trattamenti di favore da una giustizia tecnicamente "uguale per tutti" prende sempre più piede.
Gli esempi di Jaya e Salman Khan sono in questo senso altamente evocativi: idolo delle masse ed eroe di Bollywood il primo, ex eroina del grande schermo e personalità politica venerata in Tamil Nadu la seconda, Khan e Jaya non solo sono riusciti a tenersi alla larga dal carcere nonostante accuse tutto fuoché circostanziali (in particolare per Khan, dove la responsabilità personale per aver investito un uomo mentre guidava in stato d'ebbrezza, stando ai dati divulgati dalla stampa, sembra inevitabile), ma hanno potuto contare su una mobilitazione di massa impressionante.
Ciò che stupisce il frequentatore occasionale del subcontinente - e che conferma invece, tra gli assidui, le impressioni maturate negli anni - è la capacità di questi "eroi" della società indiana contemporanea di polarizzare il consenso, contando su un esercito di fan sfegatati (e acritici) pronto ad esercitare pressioni pubbliche sul sistema giudiziario che non possono non essere tenute in considerazione nel momento dell'applicazione della legge.
Nelle ore precedenti la sentenza del caso Khan, il tribunale di Mumbai era letteralmente accerchiato da centinaia di sostenitori vocianti assolutamente incuranti del merito del dibattere: per loro, l'azione giuridica ai danni di Khan non rappresentava la "giusta" punizione davanti a un reato, bensì un intervento indebito dei giudici ai danni di "una brava persona", un eroe dentro al cinema come fuori, per strada. Il punto non era capire se un potente come Khan poteva passarla liscia davanti alle accuse di omicidio colposo, ma evitare che il braccio della legge potesse privare Khan della libertà di continuare ad alimentare i sogni e le fantasie del proprio - sterminato - pubblico di riferimento.
Allo stesso modo, i sostenitori di Jayalalithaa si sono frapposti anche fisicamente all'azione giudiziaria, non curandosi del presunto accumulo di fondi tecnicamente tolti alla gestione della Cosa Pubblica, ma temendo che la loro beniamina - percepita come una dittatrice illuminata - potesse essere spazzata via dall'ambiente politico locale lasciandoli orfani, in balia di nuovi potenti sconosciuti e quindi, potenzialmente, ostili.
Insomma, qui siamo di fronte a un problema profondo di concetto del law and order, da un lato acclamato a gran voce per quanto riguarda i "pesci piccoli" responsabili di presunte azioni quotidiane di microillegalità, ma dall'altro ostacolato a priori quando sul banco degli imputati si ritrovano feticci epici dell'eroismo moderno indiano, uomini e donne che hanno costruito attorno a loro un culto della personalità inscalfibile dalla presunzione di colpevolezza.
Vogliamo un India legale, ma non toccateci i nostri eroi. E chi volesse trovarci delle similitudini con la contemporaneità italiana, si può accomodare nella sezione dei commenti.

@majunteo



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