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Il Pakistan conferma condanna a morte per imputato schizofrenico

Il caso di Imdad Ali aveva mobilitato l'Alta commissione per i diritti umani dell'Onu e Amnesty International, con appelli per ribaltare la condanna alla pena capitale comminata all'imputato nel 2002 per omicidio. Dopo anni di battaglia in tribunale, la Corte suprema di Lahore ha decretato che la schizofrenia, diagnosticata ad Ali nel 2012, «non è abbastanza per sospendere la pena di morte».

Imdad Ali, oggi 50 anni, nel 2001 è stato arrestato per l'omicidio del suo «mentore spirituale». Secondo la ricostruzione del pakistano Daily Times, Ali era convinto che il suo mentore «stesse complottando contro di lui e fosse un ostacolo lungo il suo percorso di conoscenza spirituale», un atteggiamento giudicato dal quotidiano una chiara espressione dei sintomi di delusione, complesso di persecuzione e scatti violenti tipici della schizofrenia.

Nel 2002 Ali, proveniente da un background socioeconomicamente svantaggiato e con un accesso limitato alle strutture diagnostiche locali, è stato condannato in primo grado alla pena capitale, con una sentenza confermata sia dall'Alta corte di Lahore sia dalla Corte suprema pakistana. Durante la detenzione, la moglie di Ali, Safia Bano, ha più volte portato all'attenzione delle autorità carcerarie l'ipotesi che il marito fosse affetto da un disturbo mentale, come hanno sostenuto una serie di familiari e vicini di casa nelle loro deposizioni a processo.

Dal 2004 Ali è stato sottoposto, in carcere, a trattamenti con psicofarmaci e più recentemente, nel 2012, una visita medica richiesta dalle stesse autorità carcerarie ha confermato che il paziente era ed è affetto da schizofrenia cronica, condizione che «nega al paziente qualsiasi cognizione della propria situazione». Nonostante le evidenze mediche, la presidenza del Pakistan ha anche rigettato l'ultima richiesta di clemenza inviata dagli avvocati di Ali.

Lo scorso mese di luglio, dopo che le autorità pakistane hanno dato il via libera per l'esecuzione della pena, Bano ha nuovamente inoltrato una petizione all'Alta corte di Lahore perché la condanna a morte venisse sospesa in attesa della guarigione del proprio marito, assecondando la convinzione delle autorità giuridiche nazionali che non considera la schizofrenia una malattia irreversibile, sempre nonostante il parere contrario dei medici e il il divieto internazionale, secondo gli standard dei diritti umani, di condannare a morte un malato mentale. La petizione è stata respinta sia dall'Alta corte di Lahore che, lo scorso 27 settembre, dalla Corte suprema.

Nelle motivazioni alla sentenza della Corte, rese pubbliche il 21 ottobre, si legge: «La schizofrenia non è una malattia cronica; piuttosto, si tratta di uno squilibrio che può aumentare o diminuire a seconda del livello di stress. Negli ultimi anni, la prognosi [di Ali] è migliorata, grazie a una vigorosa gestione delle condizioni psicologiche e sociali del paziente. Per tanto, si tratta di una malattia curabile che non rientra nella casistica delle "malattie mentali" ai sensi del Mental Health Ordinance, 2001». In conclusione, la Corte ritiene che «le regole pertinenti le malattie mentali non bastano per rimandare la pena capitale comminata all'imputato».

Amnesty International, nel mese di settembre, aveva dato risalto al caso di Ali, sottolineandone le irregolarità di fronte a una documentazione medica, presentata dagli stessi legali di Ali, che confermava oltre ogni ragionevole dubbio la cronicità della malattia dell'imputato. Ad Amnesty si è aggiunto l'appello dell'Alta commissione per i diritti umani dell'Onu esteso direttamente al premier Nawaz Sharif, che chiedeva un nuovo processo per garantire ad Ali le tutele riservate agli imputati affetti da malattia mentale. Entrambi gli appelli sono rimasti inascoltati.

Secondo la stampa pakistana, la condanna a morte di Imdad Ali potrebbe essere eseguita il prossimo 26 ottobre. Sarebbe la 420esima pena capitale eseguita in Pakistan dal dicembre del 2014, quando Islamabad ha interrotto la moratoria sulle condanne a morte. Secondo Amnesty, il Pakistan è il terzo paese al mondo per esecuzioni capitali, dopo Cina e Iran.

 

@majunteo

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