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Politici, militari e terroristi tra India e Pakistan

Pochi giorni fa quattro soldati indiani dislocati lungo la Linea di Controllo che divide il Kashmir indiano da quello pakistano sono stati uccisi in un'incursione delle forze armate pakistane. Niente di nuovo, purtroppo, e i rapporti indo-pakistani non vedono alcuna prospettiva di miglioramento.

In pillole, ché la questione tornerà spesso d'attualità e avremo modo di ocuparcene in maniera più approfondita: la Linea di Controllo (LoC) è una striscia di terra dove dovrebbe vigere il cessate il fuoco tra gli eserciti di India e Pakistan. Un confine de facto che sopperisce, dal 1948, alla mancanza di accordi bilaterali definitivi tra le due nazioni per suddividersi la regione del Kashmir - una delle bestialità ereditate dal fallimento della Partition, alla fine si torna sempre lì.

Lungo questo finto confine le rispettive forze armate - coadiuvate da organizzazioni terroristiche e separatiste - da oltre cinquant'anni si ammazzano a vicenda a scadenza regolare e centellinata, un conflitto snervante e continuo capace ad ogni episodio di vanificare ogni sforzo di riavvicinamento tra Delhi e Islamabad.

La pace tra India e Pakistan è La Chimera della stabilità della regione: una normalizzazione dei rapporti tra i due stravolgerebbe completamente - credo in meglio - tutti gli equilibri del subcontinente, sollevando entrambi da un fardello geopolitico che risucchia energie e risorse innumerevoli, tolte alla risoluzione degli enormi problemi interni (economici, politici, etnici, religiosi...).

Ma gli interessi del mantenimento del conflitto hanno sempre avuto la meglio, fornendo alla politica indiana solide ragioni - o meglio scuse - per derogare sistematicamente ai principi di democrazia del paese, garantendo ai militari di qua e di là del confine un potere assoluto fatto di accordi con terroristi, ricatti al governo centrale, contrabbando e, per il Pakistan, mantenendo ben saldo il timone politico nelle mani dei militari e dei servizi segreti.

Non sono mai stato in Pakistan e, sinceramente, non mi sento di avventurarmi in analisi approfondite. Vi rimando però a una lettura molto interessante e ben strutturata, la mia fonte primaria nel tentativo di capirci qualcosa della Terra dei Puri: si intitola Apocalisse Pakistan, libro scritto a quattro mani da due giornalisti italiani esperti di Pakistan, Francesca Marino e Beniamino Natale. Qui potete leggerne un estratto che pubblicammo qualche mese fa su China Files.

Tornando all'uccisione dei quattro soldati indiani, la prima reazione ufficiale del governo era arrivata dal Ministro della Difesa Antony, fulmineo nell'addossare la colpa dell'incursione a "terroristi pakistani travestiti da soldati". La cosa ha fatto imbufalire l'opposizione del Bjp, che in due giorni di polemiche ferocissime contro una posizione ufficiale di Delhi troppo morbida contro il nemico pakistano è riuscito a costringere Antony a una rettifica: i terroristi non c'entrano, è stato l'esercito.

Il problema, dal lato pakistano, è tutto lì: un esercito (dove esercito e terroristi, nelle reciproche infiiltrazioni e connivenze, diventano un tutt'uno) che gode di libertà di iniziativa e movimento al di là di ogni controllo della politica. Anzi, spesso le due entità si ritrovano a remare - almeno apparentemente - in direzioni opposte.
E, soprattutto, una crescita esponenziale dell'estremismo islamico all'interno dei propri confini, un'emergenza che lo Stato (governo ed esercito) non riesce ad arginare.
La nomina del nuovo primo ministro Nawaz Sharif ne è l'esempio lampante.
Raza Rumi, autorevole giornalista pakistano, in un recente articolo pubblicato su Indian Express, ha portato un dato indicativo della sostanziale anarchia in vigore in Pakistan: nei primi cinquanta giorni di amministrazione Sharif, uomo indicato come strenuo promotore di un processo di pace con l'India, in Pakistan si sono verificati 52 attacchi terroristici contro "civili, minoranze, infrastrutture della sicurezza e turisti, tra gli altri".

Per ribadire chi è che comanda in Pakistan.

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