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Quanto piace e quanto serve a Modi andare in Usa

Narendra Modi, in settimana, ha concluso l'ennesima visita negli Stati Uniti, la quarta in poco più di due anni da primo ministro. Anche questa volta Modi ha saputo regalare un altro «momento storico» alla nazione, tenendo un applauditissimo discorso al Congresso degli Stati Uniti, l'apice di una visita in cui l'India è riuscita a chiudere un accordo per la realizzazione, da parte di aziende Usa, di sei reattori nucleari. 

L'incidenza dei viaggi statunitensi di Modi rappresenta con chiarezza l'agenda politica della «sua» India: uscire dal guscio regionale, stringere - o dare l'idea di stringere - relazioni più strette coi grandi della Terra, guadagnarsi un posto al sole nella comunità internazionale con l'obiettivo di diventare presto uno dei paesi «che contano».

Modi e il suo team di pubbliche relazioni si sono spesi incessantemente nella tessitura di una narrazione amicale dei rapporti con gli Stati Uniti, personificandoli in un legame apparentemente al di là della fredda diplomazia tra NaMo e Barack Obama. Tanto che in India i media locali hanno parlato apertamente di «amicizia» tra Narendra e Barack, inserendo le educate cortesie di Obama - si ricorda un ritratto di Modi «firmato» dallo stesso Barack Obama per Time - tra le lodi sperticate e le fisiche manifestazioni di «sincero affetto» che Modi mostra profusamente ogni volta che si ritrova in presenza del presidente statunitense (e di altri percepiti come «potenti»; su Quartz 'c'è una galleria fotografica di Modi che abbraccia persone di un certo livello).

Una forzatura innaturale che fa sorgere dubbi su quanto tutta questo amore tra Modi e Obama non sia in realtà una montatura architettata dagli spin doctor di NaMo, come recentemente avanzato tra le righe in un articolo d'opinione uscito sull'Economic Times.

Ad ogni modo, la visita di questo inizio di giugno ha visto finalmente concludersi le trattative per i sei reattori nucleari Usa da realizzarsi in India, un tema su cui Washington e New Delhi hanno lavorato dal 2008, quando furono Bush Jr. e Manmohan Singh ad abbattere il tabù dell'embargo Usa alle tecnologie nucleari per l'India. Non è chiaro né quando questi reattori verranno costruiti, né quanto si spenderà, ma di certo è un annuncio a suo modo «storico».

Mentre è stato sicuramente storico, senza virgolette, il discorso di 45 minuti del primo ministro indiano al Congresso: una lunga esaltazione dei rapporti tra le due democrazie più grandi del mondo - l'India numericamente, gli Stati Uniti diciamo per antonomasia - e un mega spot dell'India del multiculturalismo, dello stato di diritto, della Costituzione che tutela le minoranze e le libertà.

I congressmen Usa hanno applaudito a profusione, mentre in India qualcuno ricordava come il paese descritto da Modi non corrisponda, purtroppo, alla realtà dei fatti nel subcontinente. Firstpost, ad esempio, affianca il discorso di Modi ai numerosi eventi di discriminazione contro le minoranze e restringimento della libertà d'espressione che hanno caratterizzato questo biennio modiano.

Questioni che tra l'altro non sono completamente passate inosservate negli Stati Uniti: mentre Modi esaltava l'uditorio al Congresso, a pochi chilometri di distanza una commissione per i diritti umani si riuniva - alla presenza di almeno tre membri del medesimo Congresso - per discutere delle violenze perpetrate dagli hindu contro le minoranze religiose, in un clima di sostanziale impunità garantito dal governo che lo stesso Modi presiede.

Poco importa, ad ogni modo, la distanza tra il vero e il falso costruito come vero. L'immagine di Modi e del suo governo plasmata dalle visite straniere, in particolare quelle Usa, ridà all'opinione pubblica indiana un esecutivo che sta raggiungendo dei risultati importanti in campo di politica internazionale, che è «lì tra i grandi» in controtendenza con due mandati precedenti, targati Indian National Congress (Inc), ormai percepiti come fallimentari perdite di tempo.

Vero o falsa che sia questa valutazione, l'idea corrente nella maggioranza dell'opinione pubblica indiana è questa.

@majunteo

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