Quanto rischia Modi con la legge sull'acquisto di terreni

Il passaggio del Land Acquisition Bill alla camera alta del parlamento indiano si sta rivelando il primo ostacolo concreto che Narendra Modi si troverà ad affrontare per prolungare la luna di miele con l'elettorato nazionale. Si tratta di una legge fondamentale per dare il via alla campagna Make in India, ma i contadini indiani non sembrano particolarmente entusiasti.

  Prima di ragionarci, facciamo un brevissimo riassunto delle puntate precedenti. Modi stravince le elezioni nel 2014, forte dell'entusiasmo collettivo in risposta alle sue promesse di far ripartire la locomotiva indiana, di tornare a crescere come e più della Cina rispolverando un orgoglio patrio offuscato - anche - dagli effetti della crisi economica; una volta al potere, promuove una enorme campagna di marketing nazionale, Make in India, sostanzialmente invitando aziende straniere a venire a investire in India, promettendo una rivoluzione legislativa e burocratica che avrebbe fatto delll'India una meta prediletta per gli imprenditori stranieri (una caratteristica che si sarebbe materializzata dopo una semplificazione delle leggi nazionali, incentivi pro business, levare i lacci e lacciuoli che impedivano ai big industraili mondiali di venire a fare profitti nel paese, cose tipo la tutela ambientale o la protezione di contadini e tribali davanti all'impeto degli espropri terrieri); il governo federale inizia a mettere mano alle leggi in materia, preparandosi alla sessione parlamentare del budget (febbraio / marzo) dove occorre far passare quante più leggi possibili per rendere reali le promesse di progresso. E siamo arrivati al problema del Land Bill.

Nella prima parte della sessione la proposta di legge passa agevolmente alla Lok Sabha (dove il Bjp gode di una maggioranza schiacciante),  ma nelle ultime settimane si verifica un evento inedito dall'inizio del mandato di Modi al governo centrale di New Delhi: tutte le opposizioni, e anche alcuni all'interno del Bjp, si coalizzano contro il Land Bill e organizzano una serie di proteste in tutto il paese, bollando la legge come una misura "anti-contadini" varata per strizzare l'occhiolino agli ambienti corporate. La legge, per passare definitivamente, deve ricevere l'ok anche dalla camera alta del parlamento, Rajya Sabha - dove però il Bjp è in minoranza - possibilità che si presenterà non prima del prossimo 20 aprile.

I punti di discordia all'interno del Land Bill riguardano la rimozione di alcune clausole standard per l'acquisto di terre da parte di aziende o entità statali, tra cui l'obbligo di avere almeno il 70 per cento dei consensi dei proprietari terrieri locali e di fare analisi pre-acquisto sull'impatto ambientale  del progetto in questione.

Se è vero che i passaggi burocratici precedenti rendevano particolarmente macchinoso il processo di acquisto delle terre, con conseguenze negative sull'appetibilità del territorio per il business, dall'altro è vero anche che le tutele rappresentate da queste clausole sono state spesso aggirate in passato utilizzando metodi poco ortodossi, come ad esempio nel caso delle miniere di carbone in Madhya Pradesh.

L'impressione, leggendo qua e là sulla stampa indiana, è che il braccio di ferro sul Land Bill sia una lotta squisitamente politica, in cui le opposizioni hanno gioco facile a ingigantire il danno potenziale che questo Land Bill potrebbe portare ai contadini, in particolare puntando su un presunto taglio delle compensazioni economiche previste dal governo: fino ad oggi il governo federale si impegnava a pagare al proprietario terriero una cifra pari a quattro volte il prezzo di mercato del terreno, le opposizioni dicono che questo accordo è saltato, Modi invece dice di no.

Rimane comunque il fatto - e lo analizzeremo meglio quando avremo un testo di legge definitivo - che questo Land Bill è la prima manifestazione concreta del progetto ultracapitalista di Narendra Modi, ricalcando l'esperienza del Vibrant Gujarat dove le terre dedicate all'agricoltura sono state via via espropriate dal governo, pagandole spiccioli, e date a corporations spesso vicine a Modi (come l'Adani Group), che ci hanno lucrato esponenzialmente.

Accerchiato dalle opposizioni, Modi nel weekend ha difeso la bontà della legge in un comizio sulla radio nazionale, puntando tutto sulla necessità di snellire il processo di compravendità di terreni nel paese per portare progresso e soldi a tutti, anche ai contadini (che diventeranno ex contadini, ma nella vision di Modi saranno comunque ricchi). NaMo ha chiesto, in pratica, un atto di fede, il consenso per accentrare i poteri decisionali al governo federale, depotenziando l'autonomia statale indiana. In altre parole: fidatevi di me e del mio giudizio, ci penserò io a tutelare i vostri interessi, a differenza di chi "fa le leggi in camere con l'aria condizionata e non sa come si vive nelle campagne".

È un percorso molto pericoloso, in ottica mediatica, poiché come notano giustamente su Scroll.in, Modi per la prima volta si trova senza il consenso popolare: se la legge dovesse arenarsi, il contraccolpo sull'immagine di Modi sarebbe enorme. Questo potrebbe essere davvero l'inizio della fine dell'entusiasmo nazionale pro-Modi, anche perché i giorni passano e di risultati concreti sul piano economico il governo federale ancora non ne ha portati a casa.

 @majunteo

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