Rahul Gandhi eredita la guida di un Congress party in crisi profonda

Sonia lascia al figlio la presidenza dello storico partito che ha portato l’India all’indipendenza. La dinastia Nehru-Gandhi continua, ma gli ultimi anni sono stati segnati da sconfitte firmate proprio dal nuovo leader, chiamato ora a lanciare un piccola rivoluzione per contrastare il Bjp

Sonia e Rahul Gandhi.  REUTERS/Altaf Hussain
Sonia e Rahul Gandhi. REUTERS/Altaf Hussain

Lo storico partito indiano che nel 1947 guidò il Paese all'indipendenza dalla corona britannica porterà a termine, nel giro di una settimana, un passaggio di consegne atteso da anni. Alle tre di ieri pomeriggio si è conclusa la consegna dei documenti per i candidati alla presidenza dell'Indian National Congress. Secondo le indiscrezioni Rahul Gandhi, 47 anni, è risultato essere l'unico candidato e con ogni probabilità entro l'11 dicembre, data ultima per il ritiro delle candidature, il partito annuncerà l'elezione del suo nuovo presidente. Rahul Gandhi succederà a sua madre Sonia, ininterrottamente confermata alla presidenza del partito sin dal 1998.

Si tratta di un avvicendamento di portata storica per la politica indiana, riconfermando la centralità della dinastia Nehru-Gandhi nella gestione del potere della più grande democrazia del mondo. Dall'indipendenza ad oggi la famiglia Gandhi ha espresso ben tre primi ministri indiani (Jawaharlal Nehru, sua figlia Indira Gandhi, suo nipote Rajiv Gandhi) e cinque presidenti dell'Inc (Nehru, Indira Gandhi, Rajiv Gandhi, Sonia Gandhi e da oggi Rahul), mantenendo saldamente il controllo di un partito che affonda le proprie radici nella lotta per l'indipendenza e che si vorrebbe espressione di un ceto politico, diremmo noi, di centrosinistra: progressista, vicino alle istanze dei deboli e degli ultimi, colto e trasversale, in grado di intercettare il consenso di diversi gruppi castali, religiosi ed etnici.

Questa almeno è stata la storia dell'Indian National Congress per diversi decenni, passando dalla leadership illuminata di stampo socialista di Nehru al periodo del culto della personalità di Indira Gandhi, fino alle politiche di apertura del mercato caldeggiate da Rajiv Gandhi alla fine degli anni Ottanta che trovarono compimento nelle riforme dei primi anni Novanta. In un'India che si apriva al mondo e affrontava le sfide della globalizzazione post caduta del blocco sovietico, l'Indian National Congress era considerato l'involucro naturale di una classe media responsabile e proiettata verso il futuro, senza dimenticare i problemi socioeconomici di una società indiana largamente indigente e profondamente legata all'economia rurale.

Negli ultimi anni il partito non ha saputo interpretare i segnali di rottura provenienti da un elettorato in piena crisi di fiducia nella cosiddetta «classe dirigente», reduce dalle conseguenze durissime che la crisi economica del 2008 ha imposto all'India governata da Manmohan Singh, considerato una sorta di primo ministro fantoccio manovrato dalla presidentessa Sonia Gandhi. E mentre il Paese osservava la nascita di movimenti politici spiccatamente anti-establishment come Aam Aadmi Party - che oggi governa New Delhi -, la crescita di partiti locali potentissimi a livello statale quanto minoritari a livello federale - il Trinamool Congress di Mamata Banerjee in Bengala Occidentale, il partito comunista indiano (marxista) in Kerala e il Bahujan Samaj Party di Mayawati in Uttar Pradesh ne sono tre esempi - e la rivoluzione interna al Bharatiya Janata Party che ha portato alla leadership incontrastata di Narendra Modi, l'Indian National Congress è rimasto impantanato in un ricambio generazionale sempre più necessario, e sempre più rimandato a data da destinarsi.

Incapace di esprimere una nuova generazione di leader in grado di sostituire la vecchia guardia, ormai ottuagenaria, le sorti del partito sono state messe nelle mani del "giovane" Rahul, già vicepresidente del partito e a capo della sezione giovanile dell'Indian National Congress, la fucina che avrebbe dovuto sfornare i leader dell'India di domani: ad oggi, non ha prodotto nessun nome spendibile se non quello dello stesso Rahul, peraltro responsabile di una serie di performance che avrebbero segnato l'esilio politico di chiunque. Non il suo.

A Rahul, nel 2012, fu affidata la campagna elettorale per le elezioni locali dell'Uttar Pradesh, stato da 124 milioni di abitanti fondamentale per gli equilibri al parlamento federale di New Delhi. Sotto la guida del giovane Gandhi, l'Inc vinse solo 28 seggi su 403, risultando il quarto partito nello stato.

Due anni dopo, Rahul fu il volto dell'Indian National Congress durante la campagna per le elezioni nazionali, l'anti Narendra Modi. In quell'occasione l'Inc registrò il peggior risultato elettorale di sempre: 44 seggi su 543, un disastro di dimensioni epocali.

Relegato a partito-barzelletta negli ultimi anni, completamente incapace di opporre una resistenza politica allo strapotere della destra hindu del Bjp nel Paese e di formulare un'idea di India concorrente a quella turbocapitalista hindu proposta da Modi, l'Inc ora è obbligato a reinventarsi nella speranza di poter rappresentare un'alternativa concreta all'ipotesi di una rielezione di Modi alle prossime nazionali del 2019. Compito che il partito ha messo nelle mani di Rahul Gandhi, leader che senza dubbio eredita un Indian National Congress mai così debole e disperato.

Per Rahul la sfida sarà inizialmene tutta interna. Vorrà e riuscirà a far saltare definitivamente il banco, promuovendo una nuova generazione di leader capaci di tornare a rappresentare le istanze popolari del paese? O la mediazione coi vecchi potentati locali legati al partito gli impedirà di imprimere quella rivoluzione generazionale che, a parole, ha auspicato decine di volte dal 2007 ad oggi?

@majunteo

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA