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Studente accusato di blasfemia linciato dalla folla in Pakistan

La morte per linciaggio di Mashal Khan, studente 26enne presso la Abdul Wari Khan University di Mardan, Pakistan, si aggiunge alle decine di morti per «blasfemia» arrivate per mano della giustizia faidaté religiosa. Una pratica aberrante dalla quale l'opinione pubblica pachistana raramente ha preso le distanze. Non questa volta però, quando con il montare dello sdegno nazionale sembra si stia aprendo in Pakistan uno spiraglio per poter finalmente abrogare una legge contro la blasfemia di epoca coloniale per cui ancora oggi si rischia la pena di morte.

Il 13 aprile scorso, all'interno del campus della Abdul Wari Khan University di Mardan, centinaia di studenti pachistani hanno dato la caccia a un altro studente «atipico». Mashal Khan, 26 anni, studente di giornalismo iscritto all'università pachistana dopo quattro anni di studio in Russia, era considerato un «progressista di sinistra», sempre critico ed esplicito nel confronto con i rappresentanti della politica studentesca più «conservatori» e, di riflesso, più vicini alla cosiddetta ortodossia islamica.

Dopo averlo trascinato fuori dalla sua stanza dell'ostello, la folla lo ha malmenato, torturato e infine gli ha sparato in testa, la punizione popolare per un ragazzo reo di «blasfemia». Secondo le ricostruzioni della stampa ancora non è chiaro quale fosse stata precisamente la colpa di Khan: si parla di una discussione accesa sul tema religione con altri studenti, o di sgarbi fatti pubblicamente all'amministrazione universitaria che Khan criticava, anche su televisioni locali, per la cattiva gestione delle attività nel campus. Quello che è certo è che la furia della folla, ripresa in video che hanno fatto il giro dei social media pachistani, è stata animalesca, tanto da continuare a infierire sul corpo di Khan anche dopo la morte, finché la polizia non è riuscita a intervenire evitando che il cadavere dello studente fosse bruciato sul posto.

Secondo quanto riportato da un amico di Khan agli inquirenti, lo studente si sarebbe rifiutato di recitare una «professione di fede» davanti ai suoi accusatori, scatenando una reazione violenta e fatale non infrequente nei casi di blasfemia in Pakistan. A rigor di legge, la blasfemia può essere punita fino alla pena di morte, e nonostante i presunti blasfemi arrestati dalle forze dell'ordine negli ultimi anni non siano mai stati giustiziati sul patibolo, il rischio che la folla si sostituisca allo Stato in Pakistan è altissimo. Il Guardian ricorda che negli ultimi vent'anni gli omicidi di presunti blasfemi in Pakistan sono stati almeno 65, tra le cui vittime si contano anche politici di primo piano e attivisti, oltre a una serie di persone probabilmente affette da disturbi mentali.

Tradizionalmente l'opinione pubblica pachistana si è schierata contro questo tipo di giustizia faidaté in misura esigua. In particolare i politici pachistani hanno sempre preferito tenersi alla larga da un tema scottante e impopolare come l'abrogazione della legge contro la blasfemia su cui è difficile raccogliere consensi e, soprattutto, si rischia di attirare l'ira della folla. Ma nel caso di Mashan Khan qualcosa sembra sia cambiato.

Nei giorni immediatamente seguenti l'omicidio, Khan è stato ricordato e commemorato sui social network come un eroe del libero pensiero, un martire di una generazione di giovani pachistani che in una certa misura, specie nella middle class, cerca di ritagliarsi spazi di libertà e affrancamento dai costumi conservatori islamici. L'impatto sui media è stato tale da costringere il primo ministro Nawaz Sharif, due giorni dopo l'omicidio, a prendere una posizione chiara e pubblica sul tema. Sharif si è detto «sotto shock e rattristato dall'insensatezza della "giustizia della folla"», mentre il principale leader dell'opposizione, Imran Khan, oltre a condannare il linciaggio dello studente ha fatto visita alla sua famiglia, chiedendo che i responsabili dell'omicidio siano puniti «col pugno di ferro» (tra l'altro, alcuni sospettati si dice facciano parte della sezione locale del Pakistan Tehkreek-e-Insaaf, il partito dello stesso Khan).

In due settimane le manifestazioni pubbliche in memoria di Mashal Khan e contro la legge sulla blasfemia si sono moltiplicate in tutto il paese, lasciando sperare che una mobilitazione simile possa spingere la politica nazionale a invertire la rotta e cercare di abrogare una legge di epoca vittoriana dietro la quale, secondo la stampa progressista pachistana, si nascondono regolamenti di conti di tipo personale o politico. Se si vuole togliere di mezzo qualcuno, basta farlo dandogli ex post del blasfemo.

Sembra proprio sia il caso di Mashal Khan, descritto dal padre come «una persona che la società non era in grado di tollerare. Chiamatelo rivoluzionario, riformista, umanista, come vi pare, ma lui non era un conservatore. Era la voce di chi non ha voce» riporta il Guardian.

Nel frattempo le indagini delle autorità hanno portato all'arresto di una trentina di persone tra studenti e impiegati dell'università, senza alcun riscontro di prove sulla presunta blasfemia di Mashal Khan.

@majunteo 

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