Surviving Delhi #4: "Sono indiano, ma..."

Nelle pieghe della vita notturna di Delhi si muove una generazione di "indiani, ma...", giovani rampanti figli del boom economico, alla disperata ricerca di una scusa che possa giustifcare all'occhio straniero quello che percepiscono come un grande handicap.

 

Li trovi nei locali di Haus Khaz, il quartiere della vita notturna che da giovedì a domenica subisce una metamorfosi che coincide col calare del sole: fino al pomeriggio, dedalo di viuzze piene di boutique, atelier, negozietti un po' hipster un po' freak-chic adiacenti a un enorme parco affacciato apparentemente sul nulla:  piante e un fiumiciattolo a perdita d'occhio.

Dalla sera, il traffico di aiuto e riksha trasporta centinaia tra giovani indiani e occidentali che si riversano negli spazi dell'offerta di intrattenimento locale: reggae, latinoamericana, Bollywood, ce n'è per tutti i gusti ma per "pochi" portafogli. Una birra piccola costa non meno di 300 rupie e più si va su con la gradazione alcolica più si gonfia il prezzo e si restringe la quantità del liquido nel bicchiere.

L'obiettivo della serata - e delle serate a venire - è bere e lasciare il resto dell'India bigotta e bacchettona dei genitori fuori dalle porte del locale. Retroflesse e dentali a parte, ci si sente ovunque tranne che in India, obiettivo che nel weekend accomuna la classe media locale e la comunità di expat della capitale. L'illusione - in deroga alla tradizionale elasticità temporale indiana - si interrompe bruscamente all'una e mezza di notte, quando i buttafuori e la polizia impongono la chiusura tassativa di tutti gli esercizi, lasciando una marea di giovani sbronzi alla mercé degli after party casalinghi.

Tra le mura domestiche o, più spesso, sulle terrazze dei quartieri della Delhi bene, si approfitta della magnanimità del padrone di casa e del suo open bar e si ha occasione di socializzare, di intercettare un'India che esce allo scoperto solo di notte. Ieri, ad esempio, intorno alle tre di notte, fiutando il richiamo di ragazze occidentali con una percentuale di corpo scoperto superiore alla media, si è avvicinato il prototipo dell'"indiano, ma...": belloccio e fisicato, scarpa di pelle, jeans e camicia azzurrina con manica arrotolata e due o tre bottoni aperti, pettorale glabro "vedo non vedo".

Si chiama Neil e si gioca subito una pick-up line evidentemente rodata negli anni, in un inglese forzosamente impeccabile:

"Sono nato a Bombay ma dopo cinque anni me ne sono andato dall'India, sono tornato pochi anni fa, ancora devo re-imparare a parlare hindi", risata.

"Beh, quindi sei indiano no?"

"Ho girato molto e vissuto in un sacco di paesi, difficile dire da dove vengo veramente...", risata.

C'è sempre un sottotesto latente, un po' di vergogna ad essere assimilato - così impomatato e tirato a lucido - al concetto di India che si presume baleni nell'immaginario collettivo dello straniero residente (sporcizia, spiritualità, povertà). Questa fetta di giovani indiani - e di elettorato - non riesce a riconoscersi nell'India che li circonda: ha fatto scuole private in inglese, frequentato Stati Uniti o Gran Bretagna, ha attraversato le arterie stradali di New Delhi sull'auto di famiglia guidata dall'autista di famiglia - prima per sicurezza imposta dai genitori, poi per estrema comodità - ed è cresciuta nel mito di un paese pronto a fare il salto da terzo mondo a spin-off dell'American Dream.

Neil si occupa di vini, ci dice, e chiede informazioni precise sulla nostra provenienza. "Vicino Milano", dico io, e lui ribatte "Lambrusco?" non si sa bene se per chiedere implicitamente un giudizio sul vino o - più probabilmente - azzeccare un nome di città a casaccio per provare la sua conoscenza del territorio.

"Vigevano", preciso, "cittadina con una delle piazze più belle d'Italia" - e questa è la mia pick-up line, collaudata nel tempo e nel tempo fallimentare - al che Neil si lancia in una disamina socio-culturale sul fatto che in Italia ogni paesino dica di avere una delle piazze più belle d'Italia.

Interviene la mia coinquilina, vigevanese, "sì ma la nostra piazza l'ha progettata Leonardo Da Vinci", in un moto di nazionalismo positivo direttamente proporzionale alla distanza da casa.

"Ma certo, in Italia tutte le piazze sono o di Da Vinci, di Michelangelo, Botticelli", dice Neil, "ditemi una piazza che non sia di un artista famoso".

Al netto degli sforzi di recuperare un'occidentale per la nottata - missione fallita - la pretesa di mostrarsi più realista del re fa il paio con l'orgoglio di ignorare la propria cultura: non parlo bene hindi, il sanscrito - paragonato al greco e al latino classico - non serve a nulla ed è una perdita di tempo e così via.

A una decina di giorni dalle elezioni non riesco a non pensare che questi "indiani, ma..." sono terribilmente attratti da una figura autoritaria in tutto e per tutto antitetica a loro stessi. Sono giovani entusiasti di Narendra Modi - più bigotto e bacchettone dei loro genitori, hindu devoto e baluardo della tradizione - e della sua promessa madre: la crescita, i soldi, spazzeranno via tutta quell'India che ogni giorno vedete fuori dai finestrini delle vostre auto. Vi sentirete finalmente a casa, come nei film americani, e l'India tornerà a camminare a testa alta tra i Grandi.

Immaginare una generazione di yuppies a capo di un popolo nel quale non si riconoscono, e che vogliono cambiare secondo modelli eterodiretti, dà l'idea di quanto ci sia in palio in queste elezioni nazionali.

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GUALA
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