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Surviving Dhaka #1: Invasione di Gremlins sul Maitree Express

Il Maitree Express è l'unico treno a fare la spola tra Calcutta, capitale del Bengala Occidentale, e Dhaka, capitale del Bangladesh. E quando dico unico intendo proprio l'unico, in senso letterale: una decina scarsa di vagoni che fanno avanti e indietro dal confine indo-bangladeshi, un giorno si e un giorno no.

Il Maitree Express, ci informa Wikipedia, è stato tirato fuori dalla naftalina per il capodanno bengalese del 2008, in aprile, riaprendo la linea dopo 43 anni di interruzione del servizio causa dissapori post indipendenza tra le due parti. Due metà di un Bengala diviso a tavolino nel 1947 in base alla presupposta fede locale: musulmani di là, nel fu Pakistan Orientale, hindu di qui, nell'India liberata.

Sotterrati, almeno ufficialmente, i motivi di acredine, il treno è tornato ad essere un'alternativa agevole ed economica allo scavallamento legale delle frontiere su strada. La tariffa base per i posti a sedere segna 500 rupie (meno di 7 euro) e promette di coprire i 328 km che dividono Calcutta da Dhaka in 11 ore.

Un veloce calcolo matematico suggerisce una velocità di crociera intorno ai 30 km/h. Forse perché dal confine bangladeshi in poi il Maitree Express, come ci informa sempre Wikipedia, si stacca dalla corrente elettrica e prosegue a carburante combustibile? Plausibile, si penserà.

E invece no, l'Express dell'Amicizia sbuffa per la campagna del Bengala superando i 50 km/h, "sfrecciando" per campi allagati dal monsone che da queste parti è appena arrivato, circondati da una natura strabordante, una giungla subcontinentale che – sempre grazie allo sfrecciamento moderato – il viaggiatore si vede scorrere al di fuori del finestrino senza eccessive difficoltà nella messa a fuoco.

Il viaggio effettivo dura sei ore e mezza. Le restanti quattro ore e mezza partono per i controlli alla dogana, condotti nel pieno spirito entropico che anima il popolo bengalese, tra i più bonari e gentili al mondo in condizioni di normalità; ma quando c'è di mezzo una fila, come una cucciolata di Mogwai in fame chimica post veglione di Capodanno, le decine di passeggeri sornioni accomodati nelle file da due e da tre poltrone della carrozza 2nd sitting si trasformano in un'orda di Gremlins affamati di sangue, bulldozzer a forma di cubo smussato votati, per una manciata di ore, alla prevaricazione di ogni forma di vita che divida loro – e i loro voluminosi bagagli – dal timbro di via dei funzionari doganali.

Dopo due ore di crociera mattutina, intorno alle nove l'atmosfera da gita al Santuario della Madonna delle Bozzole in un vagone pieno di monaci certosini viene infranta da una ventata frizzante e impalpabile, al tatto non bengalese, che mette in attività frenetica tutti i passeggeri. Col treno ancora lanciato a tutta velocità verso il confine, intorno a noi tutti si alzano racimolando bagagli e infanti ancora non in età da indipendenza locomotoria, cercando di guadagnare posizioni strategiche nei pressi delle porte (aperte) del vagone. Entrati nella stazione di Gede, cittadina frontaliera del Bengala Occidentale, scatta la corsa al posizionamento sulla banchina, in attesa che la massa informe riesca a defluire dalla porticina che introduce alla sala dei controlli. Biblicamente, siamo alla prova empirica della facilità col quale il cammello riesce a passare dalla cruna dell'ago, con tanto di trolley e carrelli stazza Ikea forzati senza pietà sulle caviglie dei malcapitati davanti alla "fila".

Passato il primo imbuto, la folla si precipita al posizionamento - questa volta davvero in fila - di bagagli-avatar disposti lungo il perimetro dell'intero stanzone dei controlli, circondando le file di seggiolini disposti per accomodarsi all'attesa. Che sarà lunga. Per noi, occidentali meno reattivi, molto lunga. 

I minuti passano e nella micro rappresentazione della società complessa bengalese alla dogana di Gede, in modo del tutto spontaneo, si manifestano le differenze interclassiste tra "furbi" e "coglioni". I primi, tergiversando in piedi coi propri bagagli senza prendere posizione nella fila circolare, a un certo punto decidono di istituire un gruppo di pressione anticonvenzionale, posizionato direttamente davanti a una nuova porticina attraverso la quale il deflusso umano viene regolato dalla proverbiale rigorosità delle forze dell'ordine indiane, rappresentate da due omini ben sopra la sessantina piantonati pochi metri davanti la porta.

Notando il tentativo di golpe operato dai furbi, qualche timido urlo si leva dal perimetro dei coglioni, rifacendosi a un effimero senso del Giusto che alla frontiera di Gede non gode di diritto di cittadinanza. Quatto quatto, armato di quel sorriso ebete tipico di chi sa di infrangere regole non scritte e se ne fotte beatamente, il drappello di "furbi" riesce a infiltrare delle microdelegazioni in testa alla fila altrui, finché ad aspettare rimarranno solo gli ultimi coglioni, promossi al grado di emeriti, diligentemente in fila in piedi orgogliosi di pensare "tanto riprendiamo tutti lo stesso treno, cosa cambia". E invece cambia, non in tempo guadagnato, ma in sanità mentale.

Ultimate le pratiche di controllo visto e scan dei bagagli, infatti, dopo due ore di attesa a Gede e dopo mezz'ora di viaggio sul medesimo Maitree Express, il convoglio si ferma nuovamente a Darshana, prima cittadina del Bangladesh, e si ricomincia da capo per i timbri di ingresso.

Gli emeriti coglioni occidentali, ora, provano una svolta comportamentale/esistenziale, fino ad applicare con violenza decisamente eccessiva i fondamentali del "taglio a fuori" cestistico: prendere posizione, baricentro leggermente abbassato, spingere col culo e allargare i gomiti verso l'esterno, a difesa di un fazzoletto di terra dove poter accogliere il timbro di ingresso in Bangladesh. Vittima del taglio a fuori, una signora ingioiellata abbondantemente sovrappeso che col sorriso stampato di cui sopra pretendeva di infilare il suo corpicino, con megatrolley incorporato, in quei tre millimetri di spazio tra il bancone per gli stranieri (a sinistra) e quello per i cittadini bangladeshi (a destra), disposti ai lati di un "corridoio" proprio a forma di cruna di ago.

E in deroga all'Antico Testamento, anche questa volta, il cammello riesce a farla franca, lasciando l'emerito coglione a distribuire sorrisi e gesti accondiscendenti a tutti i Mogwai che, di lì a poco, gli avrebbero fatto compagnia nell'angolo fumatori illegali della stazione di Darshana.
Ultima sigaretta prima di risalire sul Maitree Express. Prima sigaretta, assolutamente necessaria, in terra bangladeshi.

@majunteo

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