Tempio di Ram e Hindutva: l'estremismo hindu torna a minacciare, partendo dall'università

Il Tema del prossimo futuro in India, complementare al dilemma della crescita, sarà come e quanto più pacificamente il governo Modi saprà far convivere all'interno della società indiana il multiculturalismo religioso e le spinte minacciose di chi sostiene, a fini deleteri per il quieto vivere, l'ideologia del suprematismo hindu nota come hindutva.

Negli ultimi 30 anni uno dei cardini del'hindutva è stato la volontà - diventata ormai missione - di realizzare un enorme tempio dedicato a Ram nella cittadina di Ayodhya, in Uttar Pradesh: secondo il poema epico Ramayana, luogo di nascita del dio Ram. Il progetto - controverso e con conseguenze sanguinose verificatesi non più di 20 anni fa - nei primi giorni di gennaio è stato riportato in auge dall'ala irredentista del Bharatiya Janata Party (Bjp), sostenuta dal gruppo estremista hindu Vishwa Hindu Parishad (Vhp), con una conferenza accademica tenutasi presso la Delhi University (circondata da centinaia di militari in assetto anti sommossa, a contenere le proteste degli studenti). Se per una parte di fedeli hindu parlare del tempio di Ram è una questione identitaria, per il resto della società civile dell'India multiculturale rilanciare la questione di Ayodhya significa parlare di sangue e massacri avvenuti in un passato troppo recente per essere dimenticato.

Il seminario «Shri Ram Janmabhoomi Temple: Emerging Scenario» si è tenuto il 9 e il 10 gennaio presso il campus della Delhi University. Location non casuale, considerando che nelle scorse elezioni per la rappresentanza studentesca dell'ateneo l'Akhil Bharatiya Vidyarthi Parishad (Abvp, la formazione studentesca della «destra hindu» considerata un trampolino di lancio per la carriera politica all'interno del Bjp) aveva stravinto, occupando tutti e quattro i seggi a disposizione.

Principale relatore, Subramanian Swamy, prezzemolino della politica indiana dichiaratamente anti-Congress e, recentemente, rientrato nelle fila del Bjp, incidentalmente anche presidente della Arundhati Vashishtha Anusandhan Peeth, organizzazione espressione della stessa Vhp. Swamy, davanti a una platea di 60 persone in un campus presidiato dalle forze dell'ordine in assetto anti sommossa, pare abbia assicurato l'inizio dei lavori per la costruzione del tempio entro la fine dell'anno (nonostante la Corte suprema indiana abbia bloccato tutto con una preziosa sentenza del 2010).

Fuori, centinaia di studenti manifestavano contro le provocazioni di un establishment culturale settario che, dall'elezione di Modi, sta espandendosi a macchia d'olio nelle istituzioni accademiche più prestigiose del paese, portando avanti un'agenda hindu ed epurando professori scomodi (ultimo in ordine di tempo, il professor Sandeep Pandey, cacciato dalla Banaras Hindu University a Varanasi per «attività anti-nazionali»).
La vicenda di Ayodhya  è legata alle violenze della distruzione della moschea Babri, che sorgeva - secondo l'interpretazione del Ramayana data dagli «accademici» dell'ultrainduismo - precisamente sopra il luogo di nascita di Ram. Nel 1992 una folla di estremisti hindu aveva demolito a mani nude la moschea di epoca Moghul, dando inizio a una spirale di violenze tra hindu e musulmani che avrebbero lasciato sul campo migliaia di morti, nelle diverse traiettorie che l'odio hindu ha intrapreso nella storia recente (compresi i pogrom anti-musulmani del 2002 i Gujarat, che costarono a Modi l'ostracismo della comunità internazionale per l'accusa di aver avvallato il massacro di quasi duemila uomini e donne nello stato che governava). Dettagli che, chiaramente, nessuno nei due giorni di seminario ha pensato di portare all'attenzione del pubblico.

La storia della demolizione della moschea Babri - che ho raccontato estensivamente qui, dove potete trovare anche un prezioso link al documentario «Ram ke Naam» di Siddharta Chabukswar, sottotitolato in inglese - è una tra le pagine più buie della storia recente indiana. Una pagina che ora rischia di essere riaperta se la società civile non riuscirà a resistere alle provocazioni settarie che, sempre con maggiore intensità, minacciano la multiculturalità della Repubblica indiana.

@majunteo

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