Trump lancia l'alleanza "Indo-Pacific" per fermare la Cina

Durante la tournée asiatica, il presidente ha ripetuto più volte questo termine, preferendolo all’Asia-Pacific obamiano. La svolta è geopolitica, assicurano a Delhi e a Washington. E prefigura una possibile coalizione anti-cinese formata da Stati Uniti, India, Giappone e Australia

Durante il recente tour asiatico del presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è intravista per la prima volta un abbozzo di strategia geopolitica che sta galvanizzando non poco l'establishment indiano. Premessa dovuta: considerando l'imprevedibilità e l'inaffidabilità di Trump, ampiamente dimostrata nell'ultimo anno, cercare di dare un senso compiuto agli indizi snocciolati qua e là negli ultimi giorni è una pratica che sfiora la chiromanzia. Eppure sono bastate due parole, ripetute più volte negli incontri ufficiali coi leader dei paesi del sudest asiatico, Corea del Sud, Cina e India, per dare di che discutere agli osservatori internazionali.

Le due parole sono: Indo-Pacific. Un termine che l'amministrazione Trump sembra aver adottato ufficialmente al posto di Asia-Pacific, la denominazione preferita dall'amministrazione Obama per indicare l'area geografica interessata dalla strategia di influenza geopolitica denominata Pivot to Asia

Il termine Indo-Pacific, spiega il Washington Post, fu introdotto per la prima volta nel 2007 da Gurpreet S. Khaurana, stratega marittimo indiano, e intendeva descrivere il contesto economico e di sicurezza che interessa il bacino dell'Oceano Indiano e quello del Pacifico asiatico, dove negli ultimi decenni si è registrato uno sviluppo crescente delle attività commerciali e militari dei principali attori della comunità internazionale: dalla Cina all'India, passando per gli Stati Uniti.

Ma se Asia-Pacific, per Obama, stava ad indicare un'interdipendenza e una sovrapposizione di interessi comuni che legava gli Stati Uniti alle potenze emergenti asiatiche - Cina compresa -, il concetto di Indo-Pacific declinato all'ipotizzato Trump-pensiero descrive invece l'emergere di un nuovo asse anti-cinese formato da Stati Uniti, Giappone, India e Australia. Il Washington Post, a questo proposito, prefigura addirittura un potenziale panorama da nuova Guerra Fredda.

Per il segretario di stato statunitense Rex Tillerson, focalizzarsi sulla regione Indo-Pacific si tradurrà in «un grande coordinamento tra gli eserciti di India, Giappone e Stati Uniti in termini di riconoscimento dei domini marittimi, attività anti-sottomarini, guerra anfibia, assistenza umanitaria e operazioni di soccorso».

Nonostante «Indo» fosse stato pensato originariamente come abbreviazione di Oceano Indiano, è opinione diffusa tra gli analisti che in bocca a Trump significhi un coinvolgimento maggiore dell'India nelle trame della geopolitica mondiale, al fianco di Washington. Aspirazione palesata chiaramente durante i 50 minuti di colloquio tra Donald Trump e il primo ministro indiano Narendra Modi a Manila, a margine del summit dell'Associazione dei Paesi del Sudest Asiatico (Asean) tenutosi a cavallo dello scorso week-end.

Riportando porzioni del comunicato della Casa Bianca relativo al meeting tra Trump e Modi di lunedì scorso, Ndtv spiega: «I due leader hanno discusso di una partnership strategica tra gli Stati Uniti e l'India e dell'impegno condiviso per una regione Indo-Pacific libera e aperta». Un impegno che «le due democrazie più grandi del mondo» intendono perseguire dotandosi, in futuro, anche dei «due eserciti più grandi del mondo»: implicito, superando la forza militare cinese.

L'accento posto sulle prospettive di potenziamento militare stride molto col quadretto pacifista tinteggiato da Narendra Modi nella medesima occasione, facendo i soliti riferimenti alla tradizione non-violenta del Mahatma Gandhi e del Buddha e a una storia indiana che, da oltre 5000 anni, dimostra che «l'India non ha mai fatto nulla di male a nessun paese». Dichiarazione che oltre a inventarsi di sana pianta un filo rosso che collega forzatamente le civiltà ancestrali del subcontinente indiano con il giovanissimo stato-nazione India, glissa platealmente sulle avventure militari che l'India indipendente ha condotto - e continua a condurre, a bassa intensità - contro il Pakistan, sulla cocente sconfitta nel conflitto sino-indiano degli anni Sessanta e sull'aspetto brutalmente repressivo che vede impegnati gli apparati di sicurezza indiani all'interno dei confini della Repubblica, dal Kashmir agli stati del Nordest.

Offrendo una lettura della realtà indiana quantomeno improvvisata e certamente mal informata, Trump ha lodato Narendra Modi descrivendolo come «un nostro amico e un gran gentiluomo che sta facendo un lavoro fantastico e sta portando dalla sua parte [letterale: convincendo] molte diverse fazioni in India - le sta unendo tutte. Questo è ciò che mi dicono, e si tratta di una buona notizia».

Di fronte all'intensificarsi del chiacchiericcio internazionale intorno a questa nuova alleanza, la Cina ostenta sicurezza, descrivendo dalle pagine del Global Times un'unione di intenti anti-Pechino dettata da un'ansia diffusa per il successo innegabile del progetto Nuova Via della Seta, che ha già coinvolto la stragrande maggioranza dei paesi asiatici e centrasiatici e non teme alcuna concorrenza.

@majunteo

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