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Il Taj Mahal non è abbastanza indiano, via dalle guide turistiche

È patrimonio dell'Unesco e uno dei monumenti più ammirati del mondo ma gli ultranazionalisti indù lo eliminano dalle mete consigliate nelle guide turistiche. Il mausoleo è stato costruito da un sovrano Moghul, musulmano, in memoria della sua amata sposa e non è quindi degno di rappresentare l'India

Lo scorso 27 settembre, in occasione del World Tourism Day, il governo locale dell'Uttar Pradesh ha pubblicato un libretto promozionale dedicato alle principali mete turistiche dello stato dell'India settentrionale. Nel pamphlet si dava risalto a una serie di mete turistiche di primo piano come Ayodhya - «il luogo di nascita di Ram» - Vrindavan e Mathura - legate al culto di Krishna - e Gorakhpur, cittadina di provenienza dell'attuale chief minister dell'Uttar Pradesh Yogi Adityanath (Bjp, di cui avevamo già parlato qui). Un elenco di località di interesse turistico tra cui non figurava il Taj Mahal di Agra: meraviglia architettonica di epoca Moghul simbolo dell'India nel mondo, capace di attirare da solo, nel 2016, oltre 6,2 milioni di turisti.

Una dimenticanza sospetta che ha dato adito a una serie di polemiche circa il fastidio espresso dalla destra hindu nei confronti del mausoleo mozzafiato realizzato per ordine dell'imperatore Moghul Shah Jahan nel diciassettesimo secolo, simbolo dell'amore eterno verso la sua moglie preferita, Mumtaz Mahal. Per gli ambienti della destra ultrahindu, una meraviglia «troppo poco indiana», in quanto realizzata da un monarca musulmano considerato «invasore».

Nonostante il dipartimento del turismo dell'Uttar Pradesh si sia affrettato a chiarire che il Taj Mahal figurerà nelle prossime ristampe del libretto, la polemica intorno al monumento ha incoraggiato alcuni esponenti del Bharatiya Janata Party (Bjp) a politicizzare il capolavoro architettonico. Sangeet Som, esponente del Bjp già sotto indagine per il suo ruolo nelle violenze inter-comunitarie di Muzzaffarnagar nel 2013, ha recentemente descritto il Taj Mahal come una «macchia Moghul» nella storia indiana, realizzata da un monarca reo di aver incarcerato il proprio padre e di aver trucidato la popolazione hindu e che, presto, grazie all'intervento del Bjp «non troverà più spazio nei nostri libri di storia». Una ricostruzione storica assolutamente infondata, a partire dalla confusione che Som fa tra Shah Jahan e suo figlio Aurangzeb, responsabile dell'arresto del padre in età avanzata.

Lo stesso chief minister dell'Uttar Pradesh, Yogi Adityanath, è intervenuto sul tema dichiarando che «non importa chi, quando e perché realizzò il Taj Mahal, ma è comunque il frutto del sudore e del sangue dei lavoratori indiani». Una posizione apparentemente salomonica ma che non si può scindere da una precedente dichiarazione del mese di giugno, quando il chief minister reputò il Taj Mahal «non abbastanza indiano» e carente di legami con «la cultura e la tradizione indiana».

Su The Wire, Kuldeep Kumar a ragione inserisce quest'ultima polemica all'interno di un più ampio progetto denigratorio portato avanti da decenni dagli ambienti dell'ultradestra hindu, con l'obiettivo di screditare e discriminare gli indiani musulmani. Una strategia che, di solito, viene perseguita avanzando dei resoconti storici «alternativi» e hindu-centrici campati per aria (come la teoria secondo cui il Taj Mahal sarebbe in realtà un tempio dedicato a Shiva realizzato cinque secoli prima di Shah Jahan e in seguito indebitamente occupato e riconvertito dall'invasore musulmano...). Secondo Kumar, «la Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS, la principale organizzazione ultrahindu extraparlamentare del paese) sembra aver modificato un pochino la propria strategia. Al posto di enfatizzare le origini hindu dei monumenti musulmani, la nuova strategia vuole sminuirne l'importanza e denunciarli così da poter attaccare i musulmani mettendo in dubbio la loro "indianità"». 

Lo scorso 15 ottobre, in una lettera indirizzata all'International Council on Monuments and Sites, un membro del Central Wakf Council indiano - l'organo preposto alla preservazione e difesa di monumenti e luoghi di interesse turistico e religioso musulmani - ha manifestato la propria preoccupazione circa il rischio di danneggiamento o distruzione del Taj Mahal da parte di «membri del governo in carica». Negli strali del documento pubblicati su Indian Express, si legge: «Nonostante quasi il 13% della popolazione indiana sia di fede musulmana, siamo in presenza di continue decisioni politiche volte ad attaccare, denigrare e sminuire il prestigio di defunti re indiani di fede musulmana».

@majunteo

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