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Un premier, due personalità? L'ultradestra mette Modi alle strette

Continuano i problemi in patria per Narendra Modi, sotto pressione delle continue provocazioni della destra ultrainduista del Shiv Sena. Il caso del linciaggio di Mohammad Akhlaq, se non gestito per bene, rischia di far pagare al premier uno scotto altissimo.

Dopo settimane di silenzio, il premier indiano Narendra Modi si è finalmente esposto sulla vicenda del linciaggio di Akhlaq e sulle recenti (ma non ultime) intemperanze del Shiv Sena, alleato hindu-fascista del Bharatiya Janata Party (Bjp) in Maharashtra.

In un'intervista pubblicata sul quotidiano in lingua bengali Ananda Bazar Patrika, Modi si è detto «rattristato» dai casi Dadri (il villaggio di Akhlaq) e Ghulam Ali, spiegando però che al governo centrale (cioè al Bjp) non può essere imputata la responsabilità di questi incidenti, e che le opposizioni stanno sollevando il caso per guadagnare voti su base «comunitaria» (cioè sfruttando le fratture interreligiose o tra progressisti e conservatori nazionalisti, rispettivamente).

La precisazione è una scusa alla Fonzie: il Bjp, in questi anni, assieme alle altre forze politiche ha attivamente incentivato le fratture intercomunitarie e si è servito di quadri locali per incitare la comunità hindu contro quella musulmana - basti pensare ai Muzaffarnagar riots del 2013, sempre in Uttar Pradesh - e si è fatto promotore (e alleato, nel caso del Shiv Sena) di un'agenda ultranazionalista ottima per rastrellare voti facili alle elezioni del 2014, più complicata da gestire a distanza di un anno.

L'elefante nel soggiorno è sempre quello: come gestire un consenso eterogeneo senza cadere preda dei ricatti identitari della destra ultranazionalista. Se è vero, anzi verissimo, che non tutti coloro che hanno votato il Bjp e Modi nel 2014 sono degli ultranazionalisti fedeli all'hindutva, è vero anche che tutti gli ultranazionalisti hindutva lo hanno votato, individuando in Modi un leader forte, carismatico, in grado di portare le proprie istanze ai livelli più alti delle istituzioni indiane, e di implementarle.

Ma Modi sa che assecondare in toto queste spinte settarie, ora che è chiamato a rappresentare tutta l'India e non più solo la destra indiana, equivarrebbe a un suicidio politico internazionale: l'India è, formalmente, una democrazia, e non si trova in una posizione né di mercato né geopolitica così potente da poter far trangugiare al resto della comunità internazionale delle plateali violazioni dei diritti umani che comporterebbe l'applicazione dei dettami dell'hindutva (censura, schiacciare o cacciare o perseguitare le minoranze religiose, togliere di mezzo gli oppositori).
Per questo, una volta eletto, Modi ha improntato il suo mandato sulla ripartenza dell'economia, spendendosi in prima persona quasi esclusivamente per questo obiettivo. Tutto il resto del pedigree della destra - dal fastidio per gli intellettuali progressisti  secolari all'imposizione di un canone «hindu» per la convivenza tra le minoranze - è stato accantonato a livello mediatico, sostanzialmente lasciando mano libera alle realtà locali, ai quadri più bassi del Bjp, liberi di fare come gli pare consci di essere maggiormente tutelati dal governo centrale, ma fino a un certo punto.

Ora, l'individuazione di quel certo punto è problematica, per l'ultradestra, poiché il «modismo», se così vogliamo chiamarlo, oltre a cannibalizzare le opposizioni sta rosicchiando anche il consenso locale del quale le ultradestre hanno sempre goduto. E a volte, come nel caso della rivolta dei Patel, è costretto anche a dimenticarsi degli amici.

In questi giorni pare che i primi a voler far saltare il banco di un'alleanza per interessi che sta facendo solo gli interessi di Modi siano stati i membri del Shiv Sena, che nel giro di una settimana hanno alzato il tiro bloccando i concerti di Ghulam Ali ed inscenando una «protesta pacifica» - così la descrivono - contro Sudheendra Kulkarni, presidente dell'Observer Research Foundation Mumbai, reo di voler presentare a Mumbai il libro di Khurshid Mahmud Kasuri, ex ministro della difesa pakistano. Un gruppo di militanti ha lanciato in faccia a Kulkarni dell'inchiostro nero, come monito per chi volesse fare qualcosa che al Shiv Sena non va (in questo caso, presentare un libro di un pakistano «mentre i nostri soldati muoiono al confine col Kashmir», secondo il Shiv Sena). I responsabili, fermati dalla polizia e identificati come membri del Shiv Sena, sono stati immediatamente liberati su cauzione e ricevuti da Uddhav Thackeray, leader della formazione ultrainduista di Mumbai, che si è complimentato con loro.

L'episodio ha creato fortissimo imbarazzo e aperto un dibattito nazionale, sulla stampa, sul restringimento progressivo degli spazi democratici causato dalle azioni dell'ultradestra, che non vengono corrisposte da una presa di distanza netta del Bjp (che del Shiv Sena, in Maharastra, è alleato).

Perfino le "scuse" di Modi, adesso, diventano un volano per attaccare il premier da destra. Come ha fatto immediatamente Sanjay Raut, leader del Shiv Sena, che in una nota ha dichiarato: «Se il primo ministro ha davvero dichiarato quelle cose (su Dadri), si tratta di un'uscita infelice. Il Narendra Modi che il mondo conosce è quello di Godhra, e per la stessa ragione noi lo rispettiamo. Se lo stesso Narendra Modi si è detto rattristato per la controversia circa il caso Ghulam Ali, allora si tratta davvero di una dichiarazione infelice. Penso che quella dichiarazione sia stata fatta nel nome del primo ministro, non di Narendra Modi».

Il riferimento a Godhra, cittadina del Gujarat dove nel 2002 iniziarono i cosiddetti Gujarat riots, tre giorni di pogrom anti-musulmani consumatisi sotto la reggenza di Modi e per il quale fu accusato di connivenza e inazione colposa, chiarisce quale tipo di Modi l'ultradestra indiana avrebbe voluto vedere al comando del governo di New Delhi: un Modi militante di destra, campione dell'hindutva, alleato contro il secolarismo e i musulmani.

Quello di oggi, il Modi «statista», è una versione annacquata che non fa gli interessi dell'estremismo, stracciando di fatto gli intenti di un'alleanza siglata nel 2014. E ora gli hindufascisti passano a chiedere il conto.

@majunteo

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