L'indulgenza della giustizia indiana verso gli stupratori

Tre ragazzi accusati di stupro vengono scarcerati in quanto bravi studenti mentre la vittima viene etichettata come ragazza promiscua e degenerata. Perchè a volte, nella società indiana e nelle aule di tribunale, un debole no può in realtà significare sì.

Recentemente l'Alta Corte di Punjab e Haryana ha accordato la scarcerazione su cauzione per tre studenti universitari accusati di aver ricattato e violentato una compagna di studi. Hardik Sikri, Karan Chhabra e Vikas Garg, iscritti alla Jindal Global Law School, erano stati condannati in primo grado (Sikri e Chhabra a 20 anni di carcere, Garg a 7). Si tratta di una scarcerazione temporanea, in attesa che si arrivi a un verdetto anche nel secondo grado di giudizio del sistema giuridico indiano.

Secondo le ricostruzioni, la vittima, ex fidanzata di Sikri, per un anno e mezzo è stata ricattata dietro minaccia di rendere pubbliche alcune foto in cui posava nuda. In cambio della confidenzialità degli scatti, la ragazza era stata obbligata ad avere rapporti sessuali coi tre, di cui almeno uno considerato dall'accusa come violenza di gruppo.

A fare scalpore, oltre alla scarcerazione di tre imputati di stupro in un Paese dove le violenze sessuali sono un problema diffuso e dalle profondissime radici affondate nel patriarcato subcontinentale, è stata la pubblicazione della sentenza della Corte, in cui si possono leggere le ragioni che hanno portato i due giudici a rimettere in libertà i tre studenti.

Secondo la Corte, tenere in cella i tre ragazzi «sarebbe una parodia di giustizia che negherebbe loro la possibilità di proseguire gli studi, redimersi e tornare a far parte della società come normali esseri umani». Una posizione che mira a «equilibrare le preoccupazioni della vittima, le richieste [di giustizia] della società, in ottemperanza ai concetti di giustizia riabilitativa e riparativa».

Queste righe sono le uniche dedicate alla condotta dei tre ragazzi, mentre il resto del documento è pieno di giudizi morali e sostanziali sulla condotta «promiscua» della vittima, la cui versione dei fatti, testuale, «può essere interpretata come una disavventura frutto del suo carattere promiscuo e delle sue tendenze voyeuristiche». La stessa denuncia della ragazza, sempre secondo i giudici, «riflette il mondo immaturo e nefasto di giovani incapaci di comprendere il valore di una relazione basata sul rispetto reciproco [...]. L'intera vicenda riflette la mentalità degenerata di giovani che intrattengono relazioni denigranti basate su droghe, alcol, scappatelle sessuali casuali e un mondo promiscuo e voyeuristico».

Infine, la Corte ha espresso dubbi sulla configurazione di reato di stupro poiché, secondo le stesse deposizioni della vittima, «nel caso non si è verificata la ributtante violenza che solitamente precede o accompagna quel genere di incidenti».

Come evidenziato in diversi commenti apparsi sui media indiani, la sentenza è considerata l'ennesima prova della mentalità retrograda che a più livelli, in India, continua a influenzare il dibattito intorno al diritti delle donne e alle violenze sessuali nel Paese. Come nota Geeta Pandey su Bbc, fino al 2003 una legge di epoca coloniale di fatto tutelava gli aggressori sessuali ben più delle vittime: i colpevoli di violenza sessuale potevano evitare il processo se fossero riusciti a provare che la vittima «avesse un carattere generalmente immorale».

Negli stessi giorni, a dimostrazione che il «victim shaming» è ancora ampiamente diffuso nella società indiana e nelle aule di tribunale, una Corte di New Delhi ha ribaltato il precedente giudizio di colpevolezza nei confronti del regista Mahmood Farooqui, nel 2016 accusato di aver violentato una studentessa statunitense. Nonostante la ragazza, nella sua deposizione, abbia specificato più volte di aver esplicitamente risposto «no» alle avances del regista, che di conseguenza - ubriaco - l'avrebbe violentata bloccandole le braccia, i legali di Farooqui avevano mantenuto che l'incontro non fosse mai avvenuto e, anche se fosse avvenuto, l'imputato «non si sarebbe reso conto del rifiuto esplicito» della ragazza.

La Corte, dando il «beneficio del dubbio» a Farooqi e ribaltando la precedente sentenza di colpevolezza, ha spiegato che «ci sono casi in cui, considerando il comportamento delle donne, un debole no può in realtà significare sì».

@majunteo

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