Yakub Memon: di destra ultrainduista, islamofobia e pena di morte

La vicenda di Yakub Memon è controversa e complessa, apre squarci verso molti aspetti critici dell'India di oggi: ultranazionalismo, applicazione della legge e processi giuridici, islamofobia, pena di morte...si può continuare a lungo. In questa settimana mi sono occupato costantemente del caso sia sul blog - qui e qui - che altrove, ma nei ragionamenti fatti rimangono dei buchi che con questo post vorrei cercare parzialmente di tappare, lanciando degli spunti e dei cenni storici utili per inquadrare in un contesto più ampio cosa ha significato la condanna a morte di Yakub Memon.

Ieri un'amica indiana musulmana attualmente a Berlino, parlando dei suoi viaggi e di politica, su Facebook mi ha scritto di non sapere dove andare ora, schiacciata tra le restrizioni dei visti nell'Unione europea e un clima islamofobo crescente "a casa", intendendo in India. «Le persone aspettano sempre che succeda qualcosa di drastico, che gli esploda in faccia, così che possano rinsavirsi e riprendere coscienza».

L'impiccagione di Yakub Memon, per l'India di oggi, può essere questo punto di rottura, avendo fatto emergere una serie di enormi contraddizioni dell'India di oggi. Proviamo a vederne alcune, per punti.

Punizione esemplare

La pena di morte comminata a Yakub Memon ha tutte le caratteristiche della punizione esemplare, nel solco dell'illusione che far penzolare un colpevole da patibolo possa mandare un messaggio deterrente a chi sta a guardare. Esistono tonnellate di ricerche e statistiche che dicono quanto la pena di morte non abbia alcun legame con l'aumento o la diminuzione dei crimini commessi, ma per l'India (come per chi la applica nel resto del mondo) la punizione capitale è un fatto extrarazionale: non irrazionale, cioè applicato senza criterio, ma proprio extra, al di là del criterio che comunque c'è.

Lo dimostrano, ad esempio, le posizioni contro la pena di morte a Memon espresse da alcuni giudici della Corte suprema - Kurian Joseph, un giorno prima dall'impiccagione - e soprattutto dal capo della sezione "Pakistan" del Research and Analysis Wing (Raw, la Cia indiana), B. Raman, l'uomo che coordinò il rientro di Memon e della sua famiglia nel 1994 e mise mano sui documenti che permisero di istruire il processo dei Bombay bombings.

Raman, finché in vita, si guardò bene dal rendere pubbliche le sue posizioni accondiscendenti verso Memon, considerato a ragione un collaboratore di giustizia, capendo che l'affaire Memon aveva implicazioni politiche enormi (e le ha avute fino ad oggi): andare contro la vulgata dell'«appendi il terrorista» fomentata dalla destra ultrainduista - oggi al potere per interposto partito, il Bharatiya Janata Party - significava mettere a repentaglio la carriera e l'incolumità propria e di chi ci sta accanto.

Solo dopo la morte di Raman, un suo memoriale del 2007 (anno della condanna a morte a Yakub Memon) emerse dal nulla e fu pubblicato da Reddit. È una lettura incredibile, considerando che non è stata presa in considerazione dai giudici. Memon doveva morire, evidentemente.

Il sangue musulmano di un Memon per compiacere gli ultrainduisti

La complicità nei Bombay bombings imputata a Yakub Memon è carica di profondi significati politici, analizzando il contesto. Tra il dicembre del 1992 e il gennaio del 1993 Bombay ha vissuto una stagione di violenza inedita, passata alla storia come i Bombay riots: due mesi di pogrom antimusulmani condotti dalla destra ultranazionalista indiana contro la popolazione islamica, rea di aver protestato in piazza in seguito alla demolizione della moschea Babri ad Ayodhya, in Uttar Pradesh, apice della campagna d'odio portata avanti per tutto il 1992 dal Bharatiya Janata Party (Bjp) in modalità "campagna elettorale".

I Bombay riots fecero 900 morti, di cui oltre 700 musulmani, per mano delle squadracce fascio-induiste del Shiv Sena, organizzazione paramilitare suprematisa hindu che controllava Bombay assieme al Bjp. Ispiratore e fondatore del movimento fu Bal Thackeray, già fumettista satirico, "estimatore di Hitler", che esercitava potere assoluto sulla politica di Bombay, controllata "con un telecomando a distanza", sottlineando il suo ruolo di burattinaio dietro le quinte dei vari esponenti politici del Bjp che si susseguirono nell'amministrazione della capitale finanziaria indiana.

In seguito ai Bombay riots vennero aperte una serie di "inchieste parlamentari", dal valore legale nullo, in cui vennero individuati i responsabili materiali e morali dei pogrom. Bal Thackeray, nel rapporto della Srikrishna Commission, venne descritto come un "generale" che ordinò ai membri del Shiv Sena di condurre "attacchi organizzati contro i musulmani". Secondo le indiscrezioni, utilizzò la frase "dategli una lezione", prima di dare il via ai pogrom.

L'inchiesta non ebbe alcun seguito legale e Bal Thackeray, saldamente al potere a Bombay fino agli ultimi anni di vita - quando passò "lo scettro" a suo figlio e a suo nipote, che si detestano - morì di morte naturale nel 2012, all'eta di 86 anni.

A Thackeray, che non ricoprì mai nessuna carica politica o istituzionale, furono tributati dei funerali di Stato pubblici: il feretro, avvolto in una bandiera dell'India, fu cremato in pubblica piazza a Mumbai, con centinaia di migliaia di persone accorse alle esequie. L'ultima persona ad essere cremata in pubblica piazza a Bombay era stata Bal Gangadhar Tilak, primo leader del movimento d'indipendenza indiano, nel 1920.

Bal Thackeray fu salutato da quasi tutti gli schieramenti politici - eccezion fatta per la costellazione dei partiti di sinistra - come un "grande patriota".

Come e quanto si applica la pena di morte in India

L'impiccagione di Yakub Memon ha contribuito a rilanciare il dibattito indiano circa l'utilizzo della pena di morte. La Corte suprema, fino a qualche anno fa, aveva messo in atto una sorta di "moratoria informale" sulla pena capitale, astenendosi dall'applicazione per otto anni. La tendenza è stata quella di convertire le esecuzioni in ergastoli, anche se in primo grado le sentenze capitali rimangono numerose (più di 1300 negli ultimi dieci anni). Il criterio col quale si applica la pena di morte è basato sul concetto di "rarest of the rare", a discrezione dei giudici, comprendendo reati gravissimi e di particolare interesse pubblico (omicidi violenti, atti di terrorismo, cospirazione contro lo stato, dal 2013 anche stupri).

La "moratoria informale" si è interrotta nel 2012, con l'impiccagione di Ajmal Kasab, unico sopravvissuto del commando terrorista pakistano responsabile dell'attacco a Mumbai del 2008. Quasi un anno dopo, fu sentenziato a morte anche Afzal Guru, indiano kashmiro "complice" dell'attentato al parlamento di New Delhi del 2001. Entrambi musulmani, entrambi "terroristi" (anche se pure il caso di Afzal Guru fu controverso, sempre per la mancanza di prove sostanziali del coinvolgimento dell'imputato nei fatti contestati).

Yakub Memon è quindi il terzo musulmano di fila ad essere sentenziato a morte dallo stato indiano, "coincidenza" che presta il fianco alle critiche di discriminazione nei confronti dei musulmani nel paese, a maggior ragione oggi che al governo siede una maggioranza di destra induista.

Un dato: quando il presidente Pranab Mukherjee ha dovuto valutare la petizione per la sospensione dell'impiccagione di Memon, a poche ore dalla sentenza, come da protocollo ha richiesto la consulenza del ministero degli interni, guidato oggi da Rajnath Singh. Rajnath Singh, già presidente del Bjp, è considerato l'uomo della Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss, altra formazione paramilitare ultrainduista) all'interno del governo Modi. Com'è andata la consulenza, l'abbiamo visto.

I numeri delle esecuzioni capitali in India sono molto interessanti, se letti in prospettiva. Memon è il 171esimo condannato a morte nella storia dell'India indipendente, cioè dal 1947 ad oggi.  Tutti i condannati a morte sono o indiani o pakistani.

Gli Stati Uniti, dal 1976 ad oggi, hanno eseguito 1412 condanne a morte.

In Cina, dove il numero delle esecuzioni a morte è segreto di stato, se ne stimano 2300 nel 2013, contro le 5000 all'anno tra il 2008 e il 2010.

L'Arabia Saudita, lo scorso giugno, ha decapitato il centesimo detenuto dall'inizio dell'anno.

@majunteo

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