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Yoga, propaganda e soft power

Vi ricordate quando Modi ha istituito il Ministero dello Yoga, tutto il mondo gli ha fatto le pernacchie e invece c'era ben poco da ridere? Il prossimo 21 giugno si terrà la prima Giornata Internazionale dello Yoga patrocinata dall'Onu e le turbine della propaganda nazionalista qui in India girano già a pieno regime. Che lo Yoga, con la y maiuscola, è una roba seria.

 Da qualche giorno sui media indiani vengono pubblicati resoconti dei preparativi governativi della macchina statale indiana per l'appuntamento del 21 giugno, quando la proiezione dell'Idea di India con caratteristiche di Modi raggiungerà l'apice di diffusione internazionale, grazie al veicolo della tradizione western friendly dello yoga.

Il centro nevralgico dell'esercizio fisico che fa bene allo spirito sarà il viale di Rajpath, a New Delhi, dove Narendra Modi in persona presenzierà all'evento ufficiale organizzato dal Ministero dello Yoga (in realtà Ministero di Ayurveda, Yoga & Naturopatia, Unani, Siddha e Omeopatia, abbreviato Ayush, ma di seguito teniamo per comodità la semplificazione di Ministero dello Yoga): dalle 7 di mattina, 35 minuti di esercizi collettivi in pubblica piazza, ai quali parteciperanno oltre 45mila persone tra funzionari statali, studenti e "cittadini simpatizzanti", puntando al Guinnes dei Primati per il più grande raduno di yoga simultaneo nella Storia.

L'evento, secondo quanto annunciato dal Ministero degli Esteri indiano (che sta coordinando eventi di celebrazione della giornata in 177 paesi) sarà trasmesso su un centinaio di megaschermi sparsi per il mondo. Ce ne sarà uno anche a Time Square a New York, tanto per dare un'idea, mentre anche in Italia sono previsti eventi ad hoc a Milano e Roma.

Se le celebrazioni nel resto del pianeta Terra, con ogni probabilità, galvanizzeranno il salutismo etnochic delle palestre urbane permeato da quell'alone new age di cui lo yoga si è ammantato nell'esportazione al di là dei confini indiani, qui nel subcontinente ci si prepara a una manifestazione di orgoglio patrio snodabile, nazionalismo della cultura del corpo e dello spirito, declinando la tradizione dello Yoga (che nulla ha a che vedere con identità patriottica e discrimine religioso) alla forma autoritaria plasmata da organizzazioni ultrainduiste come la Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), spina dorsale extraparlamentare del nazionalismo hindu della destra indiana. Il colpo d'occhio dei 45mila entusiasti delle asana (le posizioni dello yoga fisico) a Rajpath ricorderanno inevitabilmente la compostezza marziale dei raduni yoga organizzati dalla Rss: cultura del corpo al servizio della causa ultranazionalista complementare a tecniche di "autodifesa" col bastone (lathi) utilizzate, ove ce ne fosse necessità, in interventi squadristi contro i nemici dell'India (musulmani, gay, progressisti, comunisti, minoranze etniche...).

Considerando l'immaginario collettivo di cui lo yoga gode ampiamente fuori dall'India, e anche tra i moltissimi qui in India per cui lo yoga è una questione di corpo e spirito senza sovrastrutture identitarie, la dissonanza estetica del 21 giugno ci aiuta ad apprezzare il grado di imbarbarimento che lo Yoga ha subìto negli anni sia all'estero - nella variante freak di cui sopra - che in India, vittima dell'appropriazione ultrainduista.

Lo spirito della festa, almeno a livello istituzionale, ha controindicazioni autoritarie piuttosto palesi. In questi giorni sta girando per gli uffici burocratici di tutto il paese una circolare emanata dal Ministero dello Yoga che invita tutti i funzionari di alto livello a partecipare a 19 giorni di training preparatorio all'evento del 21, seguendo lezioni di yoga offerte gratuitamente in orario di lavoro grazie al coinvolgimento dei maestri del Morarji Desai National Institute of Yoga, sotto la tutela dello stesso Ministero. Trattasi di partecipazione tecnicamente facoltativa, ça va sans dire, ma chi ha lavorato in una struttura burocratica sa bene cosa possa significare non frequentare entusiasticamente iniziative proposte dai piani alti: una resilienza di fantozziana memoria, in questi casi, è più che caldeggiata.

A questo proposito non poteva non montare la polemica, con alcuni gruppi musulmani decisamente minoritari a lamentare un obbligo implicito al surya namaskar, la posizione del saluto al sole, secondo l'All India Muslim Personal Law Board esercizio che va «contro il nostro credo religioso e che non dovrebbe essere imposto ai nostri figli».

Non è chiaro cosa ci sia di male nel surya namaskar per un musulmano - e su Firstpost spiegano piuttosto chiaramente l'assurdità della polemica - ma l'insofferenza di alcune frange dell'Islam in India è palese: la Festa dello Yoga patrocinata dalle istituzioni indiane, strumento di marketing per il marchio India, in queste modalità rimuove completamente la porzione di Islam che fa dell'India il terzo paese musulmano al mondo, contando oltre 180 milioni di fedeli (stima per difetto).

In tutta risposta, gli invasati nazionalisti hindu si sono dati da fare per buttare benzina sul fuoco. Yogi Adityanath, deputato in forze al Bjp, ad esempio ha dichiarato: «Chi è contro il Saluto al Sole o vive in uno sgabuzzino oppure dovrebbe buttarsi in mare».

Ad ogni modo, il governo ha deciso di escludere il surya namaskar dalle asana previste per l'evento del 21 giugno, smorzando una polemica sicuramente minoritaria ed evitando che il dissenso possa rovinare l'autocelebrazione mondiale per la nuova India di Narendra Modi, che sulla riappropriazione dello Yoga sta puntando moltissimo in termini di immagine personale.

Se lo Yoga è consapevolezza e lo yoga è cultura del corpo e dello spirito, lo Yoga™ è un prodotto da esportare, uno dei brand che l'India di Modi vuole utilizzare in questa guerra mondiale combattuta a colpi di soft power.

@majunteo

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