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Abusi delle forze speciali a Mosul. Un’indagine ufficiale punirà i colpevoli

L'offensiva a Mosul ovest potrebbe essere a un passo dalla conclusione. I miliziani dell’autoproclamato Stato islamico sono ormai confinati nel dedalo di edifici che compone la città vecchia, in un’area chiaramente circoscritta. Gli aggiornamenti che giorno dopo giorno giungono dall’area, stimano la resistenza residua in poche centinaia di miliziani.

Membri delle forze speciali irachene si preparano per un'operazione durante gli scontri con lo Stato islamico a Mosul ovest. REUTERS/Danish Siddiqui
Membri delle forze speciali irachene si preparano per un'operazione durante gli scontri con lo Stato islamico a Mosul ovest. REUTERS/Danish Siddiqui

Dal 17 ottobre 2016, quando iniziò la Battaglia di Mosul, l’Isis avrebbe perso circa il 90 percento della città, e i pochi quartieri ancora controllati starebbero vivendo una vera e propria emorragia di persone, spinte alla fuga dall’imperversare dei combattimenti e dalle condizioni di vita estreme.

Già ad aprile scorso, noi di EastWest testimoniavamo da Mosul il livello di precarietà imposto a chi rimaneva oltre la linea del fronte: mancanza d’acqua, di cibo, di assistenza sanitaria, cui si aggiunge l’assenza di elettricità, gas e di qualsiasi utenza normalmente presente in contesto urbano. Poi il pericolo di essere coinvolti negli scontri che proseguivano senza soluzione. Oggi, quasi due mesi dopo, le cose sono ulteriormente peggiorate, lo dimostrano i numeri dei profughi in fuga dagli scontri, 16.100 solo giovedì scorso (18 maggio), il picco più alto mai registrato dall’inizio dell’offensiva. Secondo le autorità irachene, da ottobre al 21 maggio 551.223 persone sono fuggite dalla città, anche se 34.841 hanno fatto ritorno nelle loro case a Mosul ovest, in alcuni casi il ritorno sarebbe avvenuto in modo forzato. Al momento i civili rimasti nella parte di città in cui si continua a combattere sono circa 200mila. Oltre ai numeri e agli avanzamenti dell’offensiva di “liberazione”, Mosul rimane un luogo estremo, dove i sospetti di abusi dei diritti umani sollevati sin dall’inizio dell’offensiva, stanno trovando conferme inequivocabili, svelando la parte oscura della lotta allo Stato Islamico.

Civili rimandati a Mosul ovest

In un comunicato del 18 maggio, Human Rights Watch (HRW) denuncia che l’esercito iracheno avrebbe forzato il ritorno di diverse famiglie a Mosul ovest, in «zone ancora a rischio di attacchi da parte dello Stato Islamico». In tutto 300 profughi, precedentemente fuggiti dagli scontri cercando rifugio nei campi di Hammam Alil e Hajj Ali. HRW sostiene che oltre al pericolo di attacchi, la zona di Wadi Hajjar, dove sono stati trasferiti i profughi, patisce ancora per carenza di erogazione di acqua, cibo, elettricità e assistenza medica.

Il motivo dello spostamento forzato è attribuito alla necessità di liberare alloggi per i nuovi arrivi, fuggiti dal cuore dei quartieri residenziali di Mosul ovest, ancora occupati dai miliziani. Tuttavia, citando alcuni operatori dei campi in questione e le stime delle Nazioni Unite, l’organizzazione ritiene ci fossero comunque spazi sufficienti, rendendo di fatto lo sgombero due volte ingiustificabile. «Alcune persone fuggite dai combattimenti di Mosul ovest e che finalmente avevano trovato una sicurezza, sono poi state costrette a ritornare sotto il fuoco dell’Isis», ha commentato Lama Fakih, vice direttore di HRW per il Medio Oriente.

Detenzione forzata e torture

La denuncia di HRW riguarda anche il ‘metodo’ di indagine messo in atto per raccogliere informazioni da chi fugge dagli scontri. Sulla base di tre interviste realizzate da un team di operatori umanitari a testimoni del villaggio di al-Hardar, posto 90 chilometri a sudovest di Mosul, verso fine aprile almeno 100 uomini sarebbero stati arbitrariamente detenuti dai combattenti della brigata Liwa Ali al-Akhbar appartenente alHashd al-Sha’abi, le Forze di mobilitazione popolare (PMF), composte in gran parte da paramilitari sciiti. Sulla base del rapporto in seguito diffuso da HRW, i detenuti in precedenza fuggiti dagli scontri con lo Stato Islamico, sono rimasti rinchiusi15 giorni all’interno di un edificio scolastico. Nella stessa sede hanno avuto luogo interrogatori da parte del PMF per scoprire eventuali legami con l’Isis, ricorrendo anche a pestaggi e in due casi all’utilizzo di cavi metallici. Testimonianze simili erano state raccolte anche in precedenza e denunciate alle autorità irachene.

Fuori controllo

L’accusa più grave sugli abusi dei diritti umani delle forze irachene è giunta in questi giorni dallo Spiegel. “Non eroi, ma mostri!” è il titolo dell’articolo di denuncia scritto da Ali Arkady, fotografo e film-maker freelance che dal 2011 lavora per il celebre settimanale tedesco. Grazie alle relazioni stabilite all’interno dell’esercito iracheno dopo anni di reportage nel Paese, l’autore è riuscito a seguire da vicino alcune operazioni contro l’Isis condotte da una divisione delle forze speciali (Emergency response division, Erd, l’elite militare legata al ministero dell’Interno iracheno e addestrata dall’esercito statunitense), assistendo di persona a stupri, torture e uccisioni mirate.

Le intenzioni iniziali del reporter erano quelle di seguire due soldati dell’Erd, uno sciita e l’altro sunnita, per testimoniare la «liberazione» di Mosul dall’Isis da parte di gruppi misti, composti appunto da sunniti e sciiti. Il lavoro in questione è iniziato a ottobre, con la Battaglia di Mosul, e per mesi lo ha portato sul campo al seguito della divisione cui era riuscito a legarsi. Arkady sostiene di non aver mai subito pressioni o limitazioni, tanto da riuscire a filmare ripetuti e inequivocabili abusi dei diritti umani, ora in parte pubblicati dallo Spiegel. In questo contesto si inserisce la narrativa dei “mostri e non liberatori”. Attraverso la sua testimonianza, il reporter ha di fatto stracciato l’immagine eroica spesso attribuita dai giornalisti internazionali alle forze irachene, impegnate nella Battaglia di Mosul. In realtà, Arkady ha seguito le forze speciali laddove gli altri giornalisti non possono, in particolare durante le operazioni notturne, quando avverrebbero le incursioni e i crimini ora denunciati.

Testimonianze ineluttabili

Basta leggere alcuni passaggi tratti dalla pubblicazione per capire il livello di brutalità cui si è giunti.

«Il capitano Omar Nazar comandava il gruppo cui apparteneva anche il sergente Haider Ali. L’uomo guidava i raid e le operazioni notturne. Erano addestrati dagli americani in particolare. Il comandante delle Erd, il colonnello Thamer Muhammad Ismail mi ha dato il permesso di accompagnare le forze nelle loro missioni…»

«…la stessa notte, un uomo di nome Rashid fu arrestato. Era innocente, e anche gli investigatori dell’esercito iracheno lo sapevano, ma il suo fratello maggiore si era unito all’Isis, cosi come la moglie. Per Rashid ha significato la fine. È morto dopo tre giorni di tortura, e io ho visto il suo corpo nel dipartimento dell’intelligence»

«E a quel punto inizia l’incubo. Dopo che la piccola cittadina di Hamam Alil è stata completamente liberata dall’Isis, molti civili che erano fuggiti dagli scontri sono tornati indietro. Le squadre dell’Erd andarono ad arrestare dozzine di uomini, ufficialmente per chiarire se alcuni di loro erano legati all’Isis o no. Tra questi arrestati c’erano un padre e suo figlio di 16 anni. I soldati li hanno portati entrambi nel quartier generale. Mahdi Mahmoud, il padre, è stato appeso (per i polsi ndr) al soffitto con le braccia distese dietro la schiena, zavorrato con una cassetta di bottiglie d’acqua, e poi hanno iniziato a picchiarlo. Suo figlio era seduto nella stanza accanto e poteva sentire le urla del padre. Io ero presente, ho filmato. Nessuno mi ha fermato. Più tardi hanno portato il figlio e lo hanno picchiato davanti al padre»

Le testimonianze raccolte nell’inchiesta dello Spiegel, basate su prove inconfutabili – ore di filmati e molte foto – dimostrano come dopo anni di violenza in Iraq si è ormai persa la percezione del limite. Palesi violazioni dei diritti umani avvengono quasi alla luce del sole, davanti all’obbiettivo di un reporter al lavoro per uno dei più influenti magazine europei, senza che chi commette i crimini si renda conto di farlo, o immagini di poter essere punito per questo.

Dopo alcuni mesi in queste condizioni, Ali Arkady ha deciso di chiudere con l’Erd e di denunciare gli abusi cui aveva assistito. Solo in quel momento i soldati delle forze speciali hanno iniziato a minacciarlo in caso di pubblicazione, costringendo il reporter a fuggire all’estero, così come la sua famiglia, fino all’epilogo di questa settimana con la pubblicazione della denuncia nello Spiegel.

Quasi immediata la replica da parte del ministero dell’Interno iracheno, che mercoledì ha annunciato l’apertura di un’indagine «chiara e imparziale» sugli abusi descritti dallo Spiegel, e conseguenze legali nel caso in cui dovesse essere provata «negligenza» da parte degli indagati.

Una tragica fatalità?

Mentre a Baghdad si apre una nuova inchiesta sui crimini di guerra dell’Erd, ieri è stato reso noto il risultato dell’indagine condotta dall’esercito americano sui bombardamenti aerei che a marzo hanno colpito un edificio di Mosul ovest, uccidendo più di 100 civili. Stando al documento, a provocare danni così ingenti sarebbe stata la presenza di esplosivo all’interno, che avrebbe amplificato l’effetto distruttivo delle bombe.

In base alla ricostruzione dei fatti, il bombardamento dell’aviazione americana era stato effettuato su richiesta delle truppe irachene, le quali sembra stessero subendo un attacco da parte dei miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi. In aggiunta, l’esercito USA ha più volte sottolineato di non sapere che nell’edificio ci fossero civili.  

Responsabilità o meno, va detto che chiunque in Iraq sa e sapeva che un attacco aereo nei quartieri residenziali di Mosul ovest avrebbe per forza coinvolto dei civili vista la promiscuità forzata con i miliziani, i quali per giunta sembra li usassero come scudi umani. Pertanto, la presenza di esplosivo nell’edificio può aver aggravato gli effetti del raid aereo, anche se resta l’impressione di un azzardo, per qualcuno – ascoltato da noi direttamente a Mosul – addirittura una strategia premeditata per provocare una fuga di massa di civili dalla città, privando così l’Isis della protezione garantita dalla presenza della popolazione.

@EmaConfortin

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