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Dal Ruanda all'Uganda, l'Africa che accoglie schiavi e profughi

Rafforzato da un boom non privo di ombre, il governo ruandese si dice pronto a soccorrere i migranti venduti in Libia. E la società civile ugandese da tempo ha spinto le autorità a farsi carico dell'esodo in provenienza dal Sud Sudan. Ma la vera sfida deve ancora arrivare 

Persone che si stringono la mano. Ruanda. REUTERS/Jean Pierre Aime Harerimana
Persone che si stringono la mano. Ruanda. REUTERS/Jean Pierre Aime Harerimana

Se la soluzione al dramma dei migranti in Africa giungesse proprio dai Paesi africani? È uno scenario auspicabile per gran parte dei governi europei, ancora lontani dal porre in essere strategie capaci contenere gli esodi e di far rispettare i diritti umani. In realtà le cose stanno diversamente, e se davvero pensiamo che un accordo con la Libia sia una soluzione duratura, stiamo prendendo un abbaglio colossale. Vero che in Africa resta concentrato il maggior numero di profughi – noi ne vediamo solo una minima parte – e vero anche che alcuni Paesi africani sembrano orientati alla solidarietà, tuttavia la vera sfida arriverà entro il 2050, quando in Africa ci saranno 2,7 miliardi di persone, molte in età lavorativa.

Tornando al qui e ora, nei giorni scorsi il Ruanda ha lanciato un segnale importante, aprendo a una parte dei rifugiati africani bloccati nel caos dei centri di detenzione in Libia. Sarà loro offerta accoglienza o un concreto aiuto a tornare nei Paesi di origine. Un altro esempio virtuoso è quello dell’Uganda, ancora in grado di reggere il fardello imposto da un milione di rifugiati dal Sud Sudan. Ciononostante il governo di Kampala continua a perseguire l’agenda umanitaria, anche grazie alle pressioni ricevute dalla società civile. Ecco come stanno le cose.

Il Ruanda in aiuto agli schiavi

L’apertura del governo ruandese è stata annunciata il 22 novembre con un messaggio apparso nel sito del ministero degli Esteri di Kigali. “Il Ruanda, come il resto del mondo, è inorridito dalle immagini della tragedia che sta avvenendo in Libia, dove uomini, donne e bambini africani sulla via dell’esilio, sono stati resi schiavi” riporta la dichiarazione, riferita al servizio della Cnn in cui si vede chiaramente la compravendita di migranti del Niger e dell’Africa Sub-sahariana destinati al lavoro agricolo.  

Lo scoop riprende quanto accade in un luogo non precisato vicino a Tripoli, confermando la denuncia dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che per prima ad aprile aveva parlato della tratta degli schiavi in Libia. All’indomani dell’uscita della Cnn, le autorità libiche hanno avviato un’indagine che punta a fermare la tratta nel Paese. Il corretto svolgimento dell’inchiesta sarà garantito da una commissione, i cui obbiettivi minimi sono individuare la rete criminale che gestisce il business, quindi ritrovare gli schiavi già venduti.

Un’immagine rinnovata

“Vista la filosofia politica ruandese e la nostra stessa storia, non possiamo rimanere in silenzio mentre degli esseri umani vengono maltrattati e messi all’asta come animali. Il governo e il popolo del Ruanda sono solidali con i fratelli e le sorelle africani ancora tenuti in prigionia” prosegue la dichiarazione, attribuita al ministro degli Esteri Louise Mushikiwabo. È evidente il tentativo del governo ruandese di presentare al mondo un’immagine nuova, che ispiri idee come solidarietà e stabilità politica. Ripulire l’immagine del Ruanda serve a mantenere la crescita economica che tra il 2001 e il 2015 si è attestata sull’8% medio.

Nello stesso periodo in Ruanda è sceso anche il numero di persone povere, effetto del programma di sviluppo che punta in primis sul settore dei servizi e sul progressivo scollamento dall’agricoltura di sussistenza.

Un’altra chiave di lettura ci porta a credere che solidarietà e ospitalità aiutino il governo del presidente Paul Kagame a mettersi in pari con il passato. Un modo per lasciare alle spalle i massacri del 1994, quando in soli 100 giorni si consumò il genocidio di 800mila persone di etnia Tutsi e Hutu. Ecco che le dichiarazioni della Mushikiwabo, unite ai buoni risultati economici e alla volontà di ridisegnare il futuro del minuscolo Paese africano, potrebbero porre un confine tra i massacri degli anni Novanta e lo slancio del nuovo Millennio. L’impegno preso dal ministro degli Esteri è stato subito dimensionato: 30mila. Tanti sarebbero i rifugiati che Kigali intende strappare dai gironi libici per traferirli nell’eden ruandese. Lo assicura Moussa Faki Mahamat, il neoeletto Commissario dell’Unione Africana che in un tweet ha espresso i suoi apprezzamenti per l’offerta fatta dal Ruanda, di “trasferire fino a 30mila migranti africani dalla Libia, o di trasportare quelli che intendono fare ritorno nei Paesi di origine”. 

Pur riconoscendo la priorità della corsa allo sviluppo del Ruanda, così come i buoni propositi dell’impegno preso in aiuto agli schiavi libici, per il governo di Kigali l’apertura celebrata da Mahamat serve a sviare l’attenzione. È un sipario utile a nascondere i lati oscuri di un regime che ancora tollera il ricorso a incarcerazione illegale, pestaggi, torture, finte esecuzioni e altre violazioni dei diritti umani. Metodi denunciati nel rapporto “Vi costringeremo a confessare” diffuso da Human Rights Watch (Hrw). Il dossier è basato principalmente sulle testimonianze di 61 ex detenuti che hanno ricostruito le loro esperienze, e quelle di altri incarcerati, in tutto 104 persone torturate dall’esercito ruandese mentre erano in detenzione.

Dello stesso avviso anche don Giulio Albanese, comboniano e giornalista tra i massimi esperti internazionali in questioni africane. «Non dimentichiamo che il Ruanda ha un ruolo centrale in quanto accaduto nell’ex Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), dove appoggia ancora formazioni ribelli e non c’è dubbio che uno dei piani nel cassetto sia proprio quello di annettere alcuni territori congolesi» spiega il giornalista comboniano. Obbiettivo, le annessioni, indispensabile al Ruanda, Paese in cui esiste un problema demografico importante, dove mancano spazi abitabili. «Quella dell’accoglienza è una posizione che sicuramente a livello internazionale riaccredita il governo ruandese. È anche vero che il Paese si è modernizzato, ma lo ha fatto sulle spalle di altri. Basta pensare che tutti i traffici illeciti del Congo passano per il Ruanda. Finché ci sarà Paul Kagame presidente non c’è molto da illudersi. Oggi il Ruanda è virtuoso dal punto di vista dei numeri, della crescita economica, ma dietro questa efficienza ci sono ancora zone d’ombra importanti».

L’Uganda e la società civile

Un ruolo centrale nel moderare le emergenze umanitarie africane spetta anche all’Uganda. Qui nell’ultimo anno sono stati accolti circa un milione di profughi in fuga dal Sud Sudan. Di questi, 450 mila hanno trovato accoglienza nel West Nile, provincia ugandese grande quanto le Marche, posta nel nordovest del Paese. A questi si aggiungono mezzo milione di profughi ospitati in Etiopia. Numeri enormi, più di quanto l’intera Europa abbia “subito” sommando gli arrivi via terra e via mare avvenuti nel 2015 e 2016. Altra differenza il fatto che l’Europa conta 28 membri, molto più ricchi e sviluppati rispetto ai due africani (Uganda ed Etiopia) che pur faticando, e anche grazie a contributi internazionali, sopportano l’emergenza umanitaria del Sud Sudan.

Questione di scelte di regime? Niente affatto, semplice buon senso da parte della società civile che ha creato i presupposti affinché il governo agisse di conseguenza, approfittando anche dei vantaggi che ciò ha comportato. Lo conferma don Giulio Albanese: «in Uganda, la società civile ha avuto un ruolo cruciale nell’accoglienza dei profughi del Sud Sudan. C’è stata una risposta istintiva da parte della popolazione, cristiani in primis, ed è questa la vera artefice dell’apertura. È chiaro che al governo di Kampala fa comodo sapere che c’è stata una mobilitazione di questo tipo, in quanto certamente fa bella figura».

A questo punto serve una riflessione. Come sappiamo in Europa arriva solo una parte dell’esodo, mentre le vere criticità restano concentrate altrove, nel ventre dell’Africa, o attorno alle megalopoli d’Asia dove lo sviluppo economico e la prospettiva di trovare lavoro bastano a limitare la diaspora, almeno per ora. Pensiamo all’India, a città come Kolkata, Mumbai, New Delhi e Madras, che nel loro insieme contano più abitanti dell’Italia. Decine di milioni di persone restano attaccate alle periferie, a lavori precari che appena bastano alla sopravvivenza, in mancanza dei quali migrare sarebbe l’alternativa alla miseria. Ecco che in India non esista ancora un fenomeno migratorio rilevante all’estero – esclusa la ricca borghesia che si trasferisce per studio o necessità di carriera – condizione che potrebbe però realizzarsi anche per effetto dei cambiamenti climatici in Asia. Lo ha ribadito di recente Amitav Ghosh, scrittore indiano intervenuto all’Università Ca’ Foscari (Venezia): «al momento i migranti climatici (asiatici) in Europa provengano prevalentemente dal Bangladesh e dal Pakistan. C’è da chiedersi cosa accadrà quando avrà inizio l’esodo dall’India».

Tornando in Africa, sarebbe irresponsabile – e ingenuo – credere che un accordo europeo con la Libia riesca a porre fine alle migrazioni. Non è una soluzione neanche la creazione di una cintura di miliziani armati e addestrati, coordinati da contractor pagati per arrestare il flusso di migranti africani diretti in Libia. Soluzione realmente proposta dal guru dei servizi militari in outsourcing, tale Erik Prince, ex Navy Seal fondatore del colosso Blackwaters – intervistato da Viviana Mazza sul Corriere della Sera –, società di contractor divenuta celebre e miliardaria in Iraq e in Afghanistan

Gli esodi verso nord sono comunque destinati a rafforzarsi. Basta dare uno sguardo ai numeri. «Entro il 2050 la popolazione africana sarà di 2,7 miliardi di persone, ma nel 1960 erano 285 milioni», continua Albanese. Dieci volte di più rispetto a 60 anni fa, mentre oggi il numero degli africani è arrivato a 1,3 miliardi. «Il problema non riguarda solo i numeri, ma anche il fatto che attualmente l’Africa ha il più alto indice di dipendenza al mondo», significa che la maggior parte della popolazione africana non lavora, in particolare i giovanissimi e gli anziani. Nel 2050 sarà vero il contrario, la maggior parte della popolazione avrà età lavorativa (un basso indice di dipendenza) quindi se la qualità della vita, l’assenza di sviluppo e di conseguenza la disoccupazione resterà ai livelli odierni, allora il flusso dei migranti diventerà colossale. «Il problema non riguarda solo chi vive nei bassifondi della storia, ma anche chi si trova dalla parte opposta, in Europa, perché noi avremo bisogno di loro e loro di noi. Quindi è necessario entrare in una logica di bene condiviso tra i popoli».

Depennando dalla lista dettagli come demografia e indici di dipendenza, il potenziale delle migrazioni africane dipende anche dall’instabilità atavica, dalle guerre in corso da anni e ignorate da gran parte della comunità internazionale. Ci sono poi, come da noi accennato di recente, le conseguenze dei cambiamenti climatici, a partire dall’innalzamento delle temperature, poi la desertificazione, l’erosione del suolo e il soil sealing (l’impermeabilizzazione), fenomeni che toccano in primis l’Africa, ma che riguardano il 24% delle terre produttive al mondo, dalle quali dipendono 1,5 miliardi di esseri umani. 

Per ora gran parte di questi migranti africani (700mila) restano bloccati in Libia. Qui sono arrivati con la speranza di fendere il Mediterraneo per giungere in Europa. Molti di loro sono finiti nelle mani delle bande criminali che controllano il territorio. Per mesi ammassati all’interno di centri di detenzione informali, dove violenze, pestaggi, stupri e abusi sono alla base del ‘metodo’ con cui i carcerieri mantengono l’ordine. La loro liberazione passa attraverso sfruttamento ed estorsioni. Le famiglie nei Paesi di origine sono costrette a indebitarsi per pagare il rilascio dei prigionieri. Quelli che non ottengono il riscatto restano dietro le sbarre, oppure diventano merce di scambio, schiavi da vendere come braccianti a meno di 400 euro. Questo fino a ieri, da oggi la salvezza arriva proprio da Kigali: «il Ruanda è un Paese piccolo, ma troveremo spazio per tutti!», parola di Louise Mushikiwabo.

@EmaConfortin

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