Si arrampicano ovunque, anche a due passi da una colonia israeliana, dopo aver atteso il proprio turno per ore ai checkpoint. La storia del movimento verticale palestinese, nato grazie all’intuizione di due istruttori statunitensi, ora è raccontata in un documentario

Photo credits www.wadiclimbing.com
Photo credits www.wadiclimbing.com

Arrampicare malgrado tutto. Anche a due passi da una colonia israeliana, attendendo per ore il proprio turno ai checkpoint o accontentandosi di pareti strapiombanti bersagliate dal sole. In pochi lo sanno ma i giovani palestinesi hanno una vera predilezione per corde, imbraghi, scarpette da roccia e magnesite. Arrivano da ogni parte della loro terra, dalla Cisgiordania, da città come Betlemme, Gerusalemme, Nablus e Ramallah. Qui, nella città in cui Yaser Arafat aveva la sua Muqata'a, c’è la sorgente del movimento verticale palestinese.


LEGGI ANCHE : La rabbia dei profughi a Shatila per la nuova strage di palestinesi


Si tratta di una palestra al coperto (la prima in Palestina), per intenderci di quelle con pareti di legno e tante prese colorate in materiale sintetico. Wadi Climbing è il nome del centro, fondato da una coppia di istruttori di arrampicata statunitensi, arrivati dall’altra parte del muro per realizzare un progetto ambizioso: coinvolgere i giovani della Cisgiordania nella creazione di una comunità di arrampicatori in Palestina. Tim Burns e Will Harris si sono trasferiti dagli States a Ramallah nel 2014, e quattro anni più tardi la loro Wadi Climbing ha 1.800 iscritti (70% sono palestinesi) cui propone attività legate al mondo verticale.

La genesi della palestra è passata per un crowdfunding internazionale e per dei fondi destinati all’imprenditoria sociale. Roba da film, neanche a dirlo. Tanto e tale è stato il successo del progetto di Tim e Will che è raccontato nel corto-doc Beyond the Wall (Oltre il muro) diretto da Ed Douglas e presentato all’ultima edizione del Trento Film Festival. I due giovani rocciatori americani erano curiosi di capire se proporre in Palestina un'attività complessa come l'arrampicata potesse avere seguito. A rispondere sono stati i palestinesi, con una dedizione insospettabile.

Sì perché, prima della performance o del divertimento, l’arrampicata è una scuola di vita, tanto quanto la strada o la macerazione tra mura prefabbricate in una prigione a cielo aperto, così come qualcuno descrive i Territori palestinesi. La scalata è in realtà uno sport catartico, richiede un assorbimento totale, la concentrazione su ogni dettaglio del corpo e dell’azione. Scalando in parete ci si allontana da tutto, le grane restano a terra e più si sale più conta il gesto e l’affinità con il compagno. Si è legati al partner e ci si assicura a vicenda. Ciascuno bada all’altro, in una crescita sportiva condivisa, in un team composto da due persone in cordata, parte però di una comunità estesa, con principi e valori comuni.    

Wadi Climbing ha il merito di offrire una valvola di sfogo ai palestinesi, incluse molte ragazze, il 40% del totale. Mentre la palestra funziona da centro di aggregazione e da scuola, sparse attorno a Ramallah, fino al Mar Morto, ci sono diverse pareti di roccia attrezzate, le cosiddette falesie, in cui praticare l’arrampicata anche all’aperto. In Beyond the Wall, Tim e Will si soffermano sull’approccio femminile alle attività in ambiente. Sono molto interessate, amano la sfida ma in alcuni casi il pudore le porta a desistere, salvo quando ci sono uscite per sole donne: 16 posti liberi per 60 richieste, senza l’obbligo dell’hijab, cordate condivise tra musulmane e cristiane e il proposito di ripetere l’esperienza quanto prima.

Siamo però in una terra difficile, dove il confronto costante con le autorità israeliane rende complesse attività altrove normali. Ecco che accostare “scalata” e “Palestina” non è affatto un’equazione semplice, soprattutto per le attività all’aperto. Al di là dei checkpoint che non di rado dilatano i tempi, talvolta mandando a monte l’intera uscita, l’apertura di nuovi siti è proibita nel 60% della Cisgiordania, in quanto sotto il controllo israeliano. Vietata quindi ogni costruzione o iniziativa che non sia preventivamente valutata e approvata dalle autorità preposte. Chiodare pareti rocciose per consentire lo svago dei rocciatori palestinesi è fuori discussione.

Restano le zone amministrate dall’Autorità Palestinese, con diversi siti sviluppati dal 2014 a oggi, come Ya Brud vicino a Bir Zeit a nord di Ramallah, poi Ein Qiniya poco fuori città. Quindi la più lontana Ein Fara dopo il checkpoint di Qalandia, e ancora “Dead Sea”, obelisco di roccia attrezzato su un promontorio in vista del Mar Morto. In questi siti si contano centinaia di vie sportive – di quelle con i chiodi, detti “spit”, infissi usando trapano e tasselli – o itinerari “trad”, vale a dire salite prive di protezioni fisse, dove serve una certa attitudine alpinistica, nonché esperienza.

Le condizioni sul campo, anche per gli scalatori cambiano dall’oggi al domani. È il caso di Ein Fara, falesia vicina al villaggio di Anatot dove la nascita di una colonia israeliana ha recentemente bloccato il passaggio con rete e divieti, costringendo gli scalatori palestinesi a mezzora di marcia aggiuntiva per raggiungere la valle e le sue pareti. Un sacrificio bene accetto, purché si scali, purché persista il legame, purché salendo le grane se ne restino a terra.

@EmaConfortin

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE