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Dal Messico al Canada, Trump scuote i confini d’America

Per fermare il flusso dei migranti in arrivo dall’America centrale, Washington trova un nuovo accordo con il Messico, mescolando incentivi allo sviluppo a sud e linea dura. E dagli Usa, molti ora cercano rifugio in Canada per paura delle deportazioni. Mettendo in difficoltà Trudeau

Un migrante cammina lungo i binari del treno in Messico. REUTERS/Jorge Dan Lopez
Un migrante cammina lungo i binari del treno in Messico. REUTERS/Jorge Dan Lopez

Dopo l’attentato di martedì scorso a New York, il presidente Donald Trump ha annunciato una nuova stretta sulle migrazioni negli Stati Uniti. L’interrogatorio di Sayfullo Saipov è ancora in corso, pertanto si attendono ulteriori dettagli per conoscere i retroscena dell’azione terroristica. Di certo però, la strage perpetrata dal 29enne arrivato dall'Uzbekistan grazie alla "lotteria per la Green card" ha dato nuove argomentazioni al presidente Trump. «Essere politicamente corretti è bello, ma non per questo!» twittava il presidente degli Stati Uniti poche ore dopo la notizia dell’attentato, annunciando di aver ordinato al dipartimento di Sicurezza interna di inasprire i già ferrei controlli che regolano gli ingressi negli USA previsti dall’Extreme Vetting Program.

Decisione in linea con la volontà di Washington di disincentivare le migrazioni, in particolare dal Centro America. Un obiettivo che viene perseguito attraverso un accordo con il Messico, così come annunciato dal responsabile dell’U.S. Agency for International Development, Mark Green, durante il recente incontro avuto con la controparte a Città del Messico. Secondo il LA Times, il deal reso noto da Green sarebbe una continuazione della strategia di sostegno ai Paesi del Centro America voluta da Barack Obama. Piano intensificato a partire dal 2014, dopo che 68.000 bambini non accompagnati erano stati tratti in arresto sul confine USA-Messico mentre tentavano di entrare illegalmente negli Stati Uniti. All’epoca Obama persuase il Congresso ad approvare lo stanziamento di 750 milioni di dollari come incentivo allo sviluppo. Atteggiamento di collaborazione ripreso lo scorso giugno dal vicepresidente statunitense Mike Pence, durante un incontro sulle migrazioni avuto con i leader del Messico e di altri paesi del Centro America.

L’incognita Trump  

La sinergia per il controllo della pressione migratoria da sud punta sugli incentivi allo sviluppo in Centro America, ma è in netto contrasto con i tagli agli stanziamenti previsti nella proposta di budget presentata a inizio anno al Congresso da Donald Trump. Da quanto riporta il LA Times si ha l’impressione che Washington stia adottando due strategie contrapposte: una operativa, di sostegno, ribadita da Green; l’altra – impersonata da Trump – volta a mantenere la promessa di ridurre l’immigrazione illegale fatta in campagna elettorale.

Prima dell’inasprimento dell’Extreme Vetting Program seguito all’attentato di martedì, a settembre il presidente americano ha annunciato la fine del Deferred Action for Childhood Arrivals, programma di protezione, introdotto da Obama nel 2012, che – come spiega Marco Dell'Aguzzo – garantiva l’immunità dalle espulsioni a quegli immigrati irregolari, con la fedina penale pulita, giunti negli Stati Uniti da bambini al seguito dei loro genitori: i cosiddetti dreamers (“sognatori”). Sul tavolo anche l’opzione di non rinnovare il Temporary Protected Status (riconoscimento di protezione temporanea) per decine di migliaia di profughi giunti negli Stati Uniti a seguito del terremoto che ha colpito in particolare Honduras e El Salvador.

Deportazioni dunque, soluzione che sembra convincere Trump, includendo nel piano i membri del Mara Salvatrucha (abbreviato MS-13), cappello di organizzazioni criminali attive anche in terra salvadoregna ma molto ramificate negli Stati Uniti. Le prime deportazioni risalgono agli anni Novanta, e secondo Eric Olson, esperto del Wilson Center di Washington – citato dal LA Times – avrebbero contribuito a trasformare El Salvador in uno dei luoghi più pericolosi al mondo, incentivando quindi le migrazioni verso il confine USA-Messico.

Richieste di asilo triplicate in Messico

La necessità di aumentare il controllo sui flussi migratori verso nord non è un’esclusiva statunitense, ma è una necessità anche per il presidente messicano Enrique Pena Nieto. Per Nieto l’accordo sulle migrazioni rappresenta un importante elemento negoziale nel rapporto con Washington, ma deve in qualche modo servire a calmierare il numero di richieste di asilo in Messico, triplicate tra il 2012 e il 2015.

Il deal entrerà subito in funzione, a partire da El Salvador, dove USA e Messico interverranno per incentivare i commerci. In Honduras l’intervento parte dal miglioramento della salute pubblica con un massiccio programma di formazione dei medici locali. Infine c’è il Guatemala, dove povertà e disoccupazione costringono migliaia di giovani a partire. Qui l’intervento porrà l’accento sulle politiche allo sviluppo, inclusa l’adozione di una serie di interventi per contrastare la corruzione endemica a tutti i livelli. 

Migrazioni sempre più pericolose

La necessità di perfezionare il controllo sugli esodi diretti in Nord America potrebbe anche contribuire a limitare il numero di vittime tra i migranti. Il confine USA-Messico resta il buco nero delle migrazioni illegali dal Sud al Nord America. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, gran parte dei decessi avvenuti tra gennaio 2014 e giugno 2017 nelle Americhe è avvenuta nel tentativo di sconfinare negli States. Va precisato però che molti degli scomparsi sulla via per il Messico raramente finiscono nelle statistiche, a causa della mancanza di controlli dedicati da parte delle autorità locali o semplicemente perché sono spariti nel nulla.

Nel caso dei confini del Sud Est degli Stati Uniti, l’impossibilità di varcare l’alta recinzione posta a difesa della frontiera, impone ai migranti il passaggio attraverso il deserto dell’Arizona, oppure a nuoto sul fiume Rio Grande. Nel 2016 le vittime sono state 403: 163 in Arizona, 198 morte nel tentativo di passare in Texas, delle quali 53 affogate nel Rio Grande. Via quella del fiume texano scelta da un numero crescente di migranti, tanto che nel primo semestre di quest’anno le persone affogate sono state 53, quanto i decessi di tutto il 2016. Fino ad ora, nel 2017 si è verificato un aumento del numero delle vittime sul confine USA-Messico rispetto agli anni precedenti, malgrado il 24% di arresti in meno da parte dell’United States Border Patrol (USBP) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ciò significa che migrare negli USA è sempre più pericoloso.

La fuga in Canada

Gli Stati Uniti non sono soltanto una meta di destinazione, ma anche Paese di passaggio verso il Canada. Come riporta Newsweek, da gennaio più di 15mila uomini, donne e bambini hanno sconfinato illegalmente al fine di chiedere protezione al governo canadese. Si tratta in maggioranza di persone residenti legalmente negli Stati Uniti, circa il 70% sul totale, che tentano il passaggio perlopiù sul confine tra lo Stato di New York e St-Bernard-de-Lacolle in Quebec. Qui ad agosto le autorità canadesi hanno dovuto allestire una tendopoli per accogliere i 5.172 migranti arrivati (82% in più rispetto ad agosto 2016), in particolare haitiani in possesso di regolare status di rifugiato negli Stati Uniti, ma in scadenza entro fine anno.

La ripresa dell’esodo, stavolta verso il Canada, deriva dal timore provocato dalle politiche migratorie promesse da Donald Trump in campagna elettorale, e sostenute anche dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. Lo spettro delle deportazioni di massa – sono 58.000 gli haitiani con status di rifugiato in scadenza, condizione condivisa anche da immigrati di altre nazionalità – e la consapevolezza di non avere prospettiva alcuna nei propri Paesi d’origine, hanno innescato la mobilitazione verso il Quebec.

L’aumento del numero dei richiedenti asilo in Canada costituisce un importante test per il Primo ministro Justin Trudeau, accusato dagli oppositori di eccesso di apertura verso chi richiede protezione internazionale. Critica sollevata anche dai militanti di estrema destra del Canadian Coalition of Concerned Citizens, che a fine settembre hanno manifestato al confine statunitense assieme ad altri gruppi contrari alle politiche di accoglienza del governo. Slanci neofascisti a parte, un sondaggio realizzato in estate dall’Angus Reid Institute dimostra come il 53% dei canadesi intervistati giudichi troppo generose le politiche di apertura del Primo ministro. Il 70% è invece favorevole all’intensificazione dei controlli lungo alla frontiera. Dai sondaggi alla costruzione di un muro sul confine statunitense la strada è lunga, ma se i numeri dovessero restare gli stessi anche dopo il picco di sconfinamenti estivi, Trudeau potrebbe essere costretto a correggere il tiro in vista delle elezioni federali del 2019.  

@EmaConfortin

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