Si è aperta a Bonn la Cop23 presieduta dalle Fiji, nazione che rischia di spopolarsi a causa del global warming. Non è l’unica. Secondo uno studio della rivista Lancet entro il 2050 l’esodo sarà colossale. E la Nuova Zelanda prepara un visto umanitario per i rifugiati climatici

Una bambina seduta sulla sua barca nel lago di Bac Angrout essiccato, provincia di Kandal, Cambogia, 13 maggio 2016. REUTERS / Samrang Pring
Una bambina seduta sulla sua barca nel lago di Bac Angrout essiccato, provincia di Kandal, Cambogia, 13 maggio 2016. REUTERS / Samrang Pring

Si è aperta lunedì a Bonn la Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima (COP23). Per la prima volta, a presiedere il più importante summit mondiale sui cambiamenti climatici non sarà una grande potenza internazionale, bensì le Fiji, nazione direttamente interessata dagli effetti del riscaldamento globale. «Il nostro mondo è in pericolo per gli eventi meteorologici straordinari provocati dai cambiamenti climatici, come uragani, incendi, alluvioni, siccità, scioglimento dei ghiacci e cambiamenti all’agricoltura che minacciano la sicurezza alimentare» ha dichiarato il Presidente e Primo ministro delle Fiji, Frank Bainimarama dando avvio ai lavori.


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Il risultato minimo del COP23 – che si concluderà il 17 novembre – è la definizione di regole comuni per l’applicazione dell’Accordo sul Clima sottoscritto da 196 Paesi durante la Conferenza di Parigi, a dicembre 2015. L’intesa individuata nella capitale francese è entrata in vigore il 4 novembre 2016, passando alla storia come il “primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale”, il cui scopo è limitare l’aumento medio della temperatura del pianeta “ben al di sotto” di 2°C rispetto ai livelli preindustriali.

L’esito della Conferenza di Bonn è però adombrato dalle posizioni del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in materia di global warming, annunciate senza mezzi termini sin dalla campagna elettorale: «il cambiamento climatico è un concetto inventato dai cinesi per impedire all’economia americana di essere competitiva» dichiarava prima del voto. Trump prometteva agli elettori di stralciare Parigi, di bloccare «tutti i pagamenti» degli Stati Uniti per il sostegno dei programmi sul riscaldamento globale delle Nazioni Unite, di smantellare l’Environmental Protection Agency (Epa), infine annullare le limitazioni alla produzione di energie fossili al grido di “back to coal”, ritorno al carbone.

Un miliardo di migranti

Intervenire per ridurre gli effetti del riscaldamento globale è tuttavia una priorità assoluta, anche per evitare l’aggravarsi delle migrazioni climatiche. Secondo la ricerca “Lancet Countdown: Tracking Progress on Health and Climate Change” pubblicata da The Lancet i migranti climatici potrebbero presto essere più di un miliardo entro il 2050. Oltre agli eventi meteorologici estremi (aumentati del 46% tra il 2000 e il 2016), lo studio di Lancet pone l’accento sugli effetti che il riscaldamento globale potrebbe avere sulla salute fisica e mentale dell’uomo. Negli ultimi 16 anni, più di 125 milioni di adulti over 65 sono stati esposti a colpi di calore. A causa dei cambiamenti climatici si moltiplicano i casi di trasmissione di malattie infettive provocate da zanzare, a partire dalla dengue, la cui incidenza è cresciuta del 9,4% dal 1950. Allo stesso modo dal 1990 a oggi è aumentata dell’11,2% l’esposizione globale ad agenti inquinanti presenti nell’aria. Ciò riguarda in particolare le grandi città di tutto il mondo, dove nel 70% dei casi il livello di polveri sottili nell’aria supera i limiti stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.    

La Nuova Zelanda apre ai rifugiati climatici

Un’altra importante conseguenza del riscaldamento atmosferico è l’innalzamento del livello dei mari e degli oceani. Problema particolarmente grave nell’area Asia-Pacifico, dove il governo neozelandese si è mosso d’anticipo, lanciando un messaggio alla comunità internazionale in vista della Conferenza di Bonn. Durante un intervento a Radio New Zealand la settimana precedente a COP23, il ministro neozelandese per i Cambiamenti climatici, James Shaw, ha annunciato la volontà del governo di «introdurre un visto umanitario sperimentale» dedicato ai rifugiati climatici provenienti dalle isole del Pacifico.

Come sottolinea il New York Post, la dichiarazione di Shaw è giunta a seguito di una sentenza del tribunale neozelandese che ha negato lo status di rifugiato a due famiglie fuggite da Tuvalu, un micro-stato insulare colpito dall’innalzamento del livello degli oceani. L’istanza di asilo presentata dai profughi di Tuvalu riportava tra le cause della fuga l’innalzamento del livello delle acque, l’alto tasso di disoccupazione e il difficile accesso ad acqua pulita. Il rifiuto della corte di Wellington è comunque stato basato sull’applicazione della Convenzione di Ginevra, che riconosce lo status di rifugiato a chi fugge da persecuzioni dovute a nazionalità, razza, religione o affiliazione politica, escludendo le vittime dei cambiamenti climatici.

Le Fiji a Bonn

La scelta di affidare la presidenza della Conferenza di Bonn alle Fiji non dipende dal caso. Frank Bainimarama rappresenta le isole del Pacifico, ovvero una delle aree più vulnerabili del globo. Qui vivono 10 milioni di persone e secondo la London School of Economics, entro il 2050, 1,7 milioni di queste potrebbero fuggire a causa dei cambiamenti climatici.    

Le Fiji sono abitate da 870 mila persone distribuite su 300 isole vulcaniche emerse anche per pochi metri. La bassa elevazione delle terre emerse diventa un problema durante i cicloni o i periodi di alta marea intensa. L’emblema di questa vulnerabilità è Vunidogoloa, villaggio dell’isola di Vanua Levu (Fiji), il primo al mondo a essere stato spostato nell’entroterra a causa dell’innalzamento delle acque, dell’erosione e dell’impatto delle mareggiate.

Una sfida globale

Gli atolli del Pacifico sono alcuni esempi delle sfide che il clima pone al futuro del pianeta, e la prospettiva delle migrazioni non deve riguardare solo la Nuova Zelanda, ma interessa anche i Paesi europei. Nel corso della Giornata mondiale per combattere la desertificazione e la siccità – World Day to Combat Desertification and Drought – dello scorso giugno, è emerso che 60 milioni di profughi sono destinati a spostarsi dall’Africa Sub-Sahariana al Nord Africa e all’Europa. Questo entro il 2030, per effetto dell’azione combinata di desertificazione, erosione e soil sealing – impermeabilizzazione dei terrenti – che interessa il 24% delle terre produttive del pianeta, con ripercussioni per 1,5 miliardi di persone.

Allo stesso modo, l’Asia deve fare i conti con lunghi periodi di siccità, alternati a tempeste devastanti. “Assessing the Climate Change, Environmental Degradation and Migration Nexus in South Asia” è la ricerca pubblicata a inizio 2017 dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, in cui emerge come i cambiamenti climatici abbiano avuto un ruolo cruciale in Asia Meridionale, favorendo in modo tangibile la mobilità della popolazione. Per rendere l’idea, secondo l’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC) nel 2016, 24,2 milioni di persone sono state sfollate per cause ambientali in 118 Paesi del mondo, anche se in larghissima maggioranza concentrate in Asia (68% - 16,4 milioni in Asia orientale e Pacifico; 14,8% - 3,6 milioni in Asia Meridionale). Si tratta del triplo rispetto ai profughi di guerra, e l’86% (su 24,2 ml) è dovuto ad eventi meteorologici disastrosi. Molti dei migranti climatici, in particolare quelli del Bangladesh puntano all’Europa e spesso hanno optato per la rotta libica, giungendo direttamente in Italia.

@EmaConfortin

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