Mave Grace, 11 anni, in un campo profughi di Bunia. Alla bambina è stata mozzata una parte del braccio dai miliziani che hanno attaccato il suo villaggio e uccidendo sua madre incinta, i suoi tre fratelli e ferendo sua sorella. Repubblica Democratica del Congo, 12 aprile 2018. REUTERS / Goran
Mave Grace, 11 anni, in un campo profughi di Bunia. Alla bambina è stata mozzata una parte del braccio dai miliziani che hanno attaccato il suo villaggio e uccidendo sua madre incinta, i suoi tre fratelli e ferendo sua sorella. Repubblica Democratica del Congo, 12 aprile 2018. REUTERS / Goran

L’espressione “non c’è limite al peggio” torna utile per presentare uno spaccato attuale della Repubblica Democratica del Congo. Non ci accorgiamo oggi dei problemi del Paese africano, da decenni posto al centro di un territorio tanto instabile quanto povero, dove i repentini cambiamenti climatici contribuiscono ad aggravare se non a innescare scontri e violenze, da cui migrazioni di massa.


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Ed è proprio qui, in questo contesto che si aggrava il fenomeno del rapimento dei bambini a scopo di estorsione. Lo denuncia il Kivu Security Tracker (Kst), un progetto congiunto tra Human Rights Watch e il Congo Research Group, le cui stime parlano di 215 giovani rapiti e 34 uccisi nel 2017, mentre nel primo semestre di quest’anno il numero dei sequestrati è già a 97, con 21 vittime. I dati – basati su stime e non su prove oggettive, chiaramente difficili da ottenere – sono ripresi in un approfondimento pubblicato di recente dal Guardian che spiega la complessità del problema, concentrato soprattutto nel Nord e Sud Kivu, all’estremità nordorientale del Paese e confinante con Uganda, Ruanda e Burundi.

Si tratta di un territorio instabile quanto ricco di risorse – diamanti, terreni agricoli e coltan – dove il prolungarsi degli scontri tra i ribelli e l’esercito congolese ha indotto le Nazioni Unite a prolungare e potenziare la missione di peacekeeping. Questo almeno fino alle elezioni di fine dicembre e allo scrutinio dei voti che dovrebbe concludersi entro metà gennaio 2019.

Il fenomeno dei rapimenti a scopo di estorsione si concentra soprattutto sulla strada che collega la città di Rutshuru al capoluogo del distretto, Goma. Non si tratta di una nuova pratica ma, stando alle valutazioni del Kst, si sta diffondendo in modo allarmante. Nell’ultimo anno i rapimenti sono stati 730, con un incremento deciso per i bambini. All’origine della pratica ci sono condizioni di vita estreme. Vale a dire altissimi livelli di disoccupazione, la malnutrizione, la presenza di gruppi armati in lotta da cui una violenza diffusa, l’instabilità politica, l’allontanamento per ragioni di sicurezza delle Ong – e con esse la perdita di molti posti di lavoro – e in parole semplici, la disperazione, sono fattori scatenanti.

Difficile stabilire il profilo dei rapitori. Si tratta di ex ribelli e combattenti, uomini e donne, ufficiali e poliziotti corrotti. Si sommano poi persone senza alcuna prospettiva – nella Rdc l’aspettativa di vita è di 58 anni – la cui unica possibilità di sopravvivenza dipende dall’affiliazione ai gruppi armati o alla pratica dei rapimenti e della criminalità. Particolarmente attivi sono i miliziani del Rwandan Forces démocratiques pour la liberation du Rwanda–Forces combattants abacunguzi (FDLR-FOCA), che dal 2000 combattono per gli interessi degli Hutu a cavallo tra RDC, Uganda e Ruanda.

Tanto basta a delineare il profilo di un Paese vulnerabile, incluso dal Norwegian Refugee Council in un rapporto sulle crisi migratorie più trascurate al mondo assieme ad altri dieci nazioni in Africa, Medio Oriente, Asia e Sud America. Documento che permette di intuire le condizioni sociali in cui sta prendendo piede il fenomeno dei sequestri di persona. Non è un caso se lo scorso anno nella Rdc si è raggiunto uno dei picchi massimi nel numero di sfollati interni, con 4,5 milioni di individui costretti a lasciare le proprie case, seppur rimanendo nel territorio nazionale, cui si sommano 700mila sfollati a livello regionale, fuggiti oltre confine per sottrarsi all’instabilità diffusa. Il 60% di loro sono minorenni e, proprio lungo questi esodi forzati, sono particolarmente esposti al pericolo di rapimenti.

Per rendere l’idea, l’esodo che lo scorso anno ha interessato la Rdc equivale al triplo delle migrazioni affrontate dai 28 Paesi UE tra il 2014 e il 2017 (1.766.186 di arrivi via mare, fonte Unhcr). Paragone doppiamente utile, in primis per prendere consapevolezza di quanto accade all’esterno delle frontiere dell’Unione, in secundis per ridimensionare la retorica politica in tema di migrazioni, ormai insopportabilmente ancorata su associazioni poco realistiche, a partire dalle presunte invasioni di migranti in corso. Non dimentichiamo poi che l’esodo giunto in Europa si è ridotto in modo netto, tanto che da gennaio a oggi sono arrivati via mare meno di 50mila migranti, 17.080 dei quali in Italia.

Tutt’altra la situazione nel Nord Kivu e nel resto della Rdc, dove la chiusura delle scuole aggrava le cose, al pari delle difficoltà di provvedere a una corretta distribuzione degli aiuti umanitari e all’assistenza medica. Il risultato è di 8,9 milioni di persone con difficoltà di accedere a cibo e ad acqua potabile, con 2,2 milioni di bambini malnutriti. Quegli stessi bambini finiscono nelle mire dei rapitori e non sempre la consegna del riscatto è garanzia del rilascio: in diversi casi gli ostaggi vengono giustiziati oppure, destinati alla prima linea, diventano bambini soldato.

E sono gli stessi bambini soldato ad aggravare ulteriormente l’emergenza diffusa in questo angolo d’Africa i cui numeri, per aiutarci a capire, sono gli stessi del conflitto siriano. Non è un caso se ad ottobre 2017 le Nazioni Unite hanno classificato il conflitto nella Rdc di livello L3, attribuito solo al verificarsi di condizioni di massima emergenza, come in Yemen, Iraq e appunto Siria. Malgrado ciò, l’impasse umanitaria congolese è stata puntualmente ignorata dai media e, cosa più grave, ha ricevuto solo parte dei fondi previsti dall’inclusione nel livello L3 da parte delle Nazioni Unite, necessari a far fronte all’emergenza.

Il risultato è la rapida crescita di assistenza umanitaria ma, a causa dell’insicurezza diffusa, le Ong se ne vanno, in particolare nel Nord Kivu, dove la crisi umanitaria è più profonda e nei cui campi profughi si trova uno sfollato su quattro. L’instabilità nel 2017 si è diffusa anche in zone storicamente più calme, giungendo per la prima volta nel Greater Kasai e nella provincia del Tanganyika. In entrambi i casi sono scoppiati scontri inter-etnici sufficienti ad aggravare gli esodi interni, al pari di quelli regionali, con il rischio di una degenerazione in grado di raggiungere la zona dei Grandi Laghi.

@EmaConfortin 

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