eastwest challenge banner leaderboard

Il mondo cerca un accordo sui migranti, gli Usa si tirano fuori

Si è celebrato in Messico il secondo atto del "Global Compact on Migration", che punta a definire i criteri per rendere le migrazioni "sicure, disciplinate e regolari". Grandi assenti gli Stati Uniti, che hanno annunciato l'ennesima defezione da un'iniziativa multilaterale

Una bimba rifugiata siriana corre in un accampamento di fortuna vicino al campo di Moria sull'isola di Lesbo, in Grecia, 1 dicembre 2017. REUTERS / Alkis Konstantinidis
Una bimba rifugiata siriana corre in un accampamento di fortuna vicino al campo di Moria sull'isola di Lesbo, in Grecia, 1 dicembre 2017. REUTERS / Alkis Konstantinidis

Iniziare una tre giorni di incontri e confronti sulle migrazioni senza il sostegno di un partner di peso come gli Stati Uniti, sa di un fiasco annunciato. È accaduto a Puerto Vallarta, in Messico, dove da lunedì 4 a mercoledì 6 dicembre si è svolta la seconda delle tre fasi stabilite dalla Dichiarazione di New York del 19 settembre 2016, durante la quale i 193 membri dell’Assemblea Generale Onu hanno sottoscritto il Global Compact on Migration.

Quella messicana è una tappa preparatoria dell’accordo internazionale volto a introdurre misure comuni per migliorare la sicurezza e la gestione di migranti e rifugiati nel mondo. La bozza “zero” del Global Compact dovrebbe vedere la luce tra febbraio e luglio 2018, e ad ottobre adottate le nuove linee guida. Questi sono i piani originari, scombinati – almeno negli entusiasmi – poche ore dall’apertura dei lavori, quando Stati Uniti hanno fatto dietrofront. L’annuncio è giunto da Nikki Haley, ambasciatrice statunitense all’Onu, che ha reso noto al Segretario Generale Antonio Guterres la decisione di Donald Trump.

“Nessuno Stato può gestire da solo queste mobilitazioni” è l’assunto di base della Dichiarazione di New York, che punta a stabilire un approccio comune alle migrazioni in tutto il mondo. “Riconoscendo che gli Stati hanno il diritto e la responsabilità di gestire e controllare i propri confini, noi implementeremo procedure di controllo dei confini conformi alle leggi internazionali, inclusa la legge internazionale sui diritti umani e la legge internazionale sui rifugiati”, riporta l’impegno comune del Global Compact. Ed è proprio questo “approccio comune” ad aver spinto Washington a svincolarsi, temendo vada a interferire con la propria sovranità nazionale, e comunque ritenendolo inconciliabile con le politiche statunitensi in materia di migrazione e di sicurezza dei confini.

America First” insomma, così come recita da sempre la retorica politica del presidente Trump. Concetto ribadito dalla Haley: «Le nostre decisioni sull’immigrazione devono essere sempre prese dagli americani e solo dagli americani… Noi decideremo come è meglio controllare i nostri confini e chi sarà autorizzato a entrare nel nostro Paese».

Il “no” al Global Compact annunciato dal governo Trump deriva anche dalla volontà politica di prendere le distanze dal doppio mandato di Barack Obama. È stato lui infatti, nell’ottobre 2016, uno dei principali sostenitori del Compact. Il rigetto dell’eredità Obama emerge in modo preponderante nella linea Trump, così come accaduto in materia di cambiamenti climatici, con la promessa di stralciare gli Accordi di Parigi sul clima, di bloccare «tutti i pagamenti» degli Stati Uniti per il sostegno dei programmi sul riscaldamento globale delle Nazioni Unite, di smantellare l’Environmental Protection Agency (Epa), infine annullare le limitazioni alla produzione di energie fossili al grido di “back to coal”, ritorno al carbone.

Il presidente degli Stati Uniti ha optato anche per il dietrofront dal Trattato di libero scambio (Tpp) sottoscritto con 12 Paesi dell’area Pacifico, provenienti da Asia, America e Oceania. A questo si aggiunge un altra uscita importante, quella dall’Organismo Onu per Scienza, Educazione e Cultura (Unesco), previsto per il 2019. Posizione annunciata ad ottobre, accusando l’Unesco di essere «anti-israeliana», preludio alla recente decisione del presidente statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, e di avviare entro sei mesi il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv. 

Trump o meno, a Puerto Vallarta i lavori sono proseguiti, per preparare la terza e ultima fase, preambolo dell’adozione del Global Compact. L’obiettivo è di definire criteri basilari in materia di migrazioni per renderle “sicure, disciplinate e regolari”. Un obiettivo difficile non solo in ragione di quanti, come gli Stati Uniti, possono sottrarsi all’impegno o non rispettarlo ma anche per la vastità degli ambiti che il Global Compact intende disciplinare. Alcuni degli aspetti più importanti e delicati riguardano donne e bambini. L’impegno richiesto punta infatti a tutelare le persone vulnerabili che si spostano da un luogo all’altro accodandosi agli esodi in corso nel mondo. Per questo, i membri firmatari dovranno assicurare “accoglienza centrata sulle necessità delle persone, umana, dignitosa…” a chiunque si affacci alle frontiere, siano questi migranti o rifugiati. Sono quindi previsti sforzi comuni contro lo sfruttamento dei migranti, la deriva xenofoba nei Paesi di accoglienza e di passaggio, il salvataggio delle persone in fuga.

Nelle stesse ore in cui a Puerto Vallarta si discute dei diritti di migranti e rifugiati, Medici Senza Frontiere (Msf) lancia un appello sulle condizioni cui migliaia di persone sono costrette nelle isole greche. Tema che ci riporta alla cruda realtà sul campo, nel caso in questione a Lesbo dove, con l’inverno alle porte, il rischio di una nuova crisi umanitaria è reale.

«A Lesbo intere famiglie, arrivate recentemente da Paesi come Siria, Afghanistan e Iraq, sono stipate in piccole tende estive inadatte alle piogge e alle basse temperature», spiega Aria Danika, coordinatrice dei progetti di Msf a Lesbo. «Lo stato psicologico di alcuni di loro è scioccante: nelle nostre cliniche di salute mentale riceviamo in media 10 pazienti al giorno che soffrono di stress psicologico acuto, molti di loro hanno tentato il suicidio o l'autolesionismo. La situazione sulle isole era già terribile, ora va oltre la disperazione».

Il problema riguarda principalmente il campo di Moria a Lesbo, da oltre un anno pericolosamente sovrappopolato. Secondo Msf, a oggi ci sono più di 7mila persone intrappolate in quest’area progettata per ospitarne 2.300, con una media di 70 nuovi arrivi al giorno dalla Turchia, nella maggior parte dei casi donne e bambini. Moria sembra un esempio perfetto da inserire nel Compact, alla voce “cose da non fare” nella lista delle raccomandazioni in materia di accoglienza, che da quanto si legge nella bozza dell’accordo, deve essere “centrata sulle necessità delle persone, umana, dignitosa”.

@EmaConfortin

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA