Hanifa ha 27 anni. Ha assistito nascosta al massacro della sua comunità perpetrato da Daesh. Gli uomini sono stati uccisi, le donne ridotte in schiavitù. Le sue sorelle sono ancora nelle mani dei jihadisti. Ora Baghdad celebra la vittoria sull’Isis, ma per Hanifa tornare a casa è troppo pericoloso

Ayman, un bambino yazidi venduto dallo Stato Islamico a una coppia musulmana a Mosul, abbraccia la nonna dopo dopo essere tornato nella sua famiglia Yazidi, a Duhok, in Iraq. REUTERS/Muhammad Hamed
Ayman, un bambino yazidi venduto dallo Stato Islamico a una coppia musulmana a Mosul, abbraccia la nonna dopo dopo essere tornato nella sua famiglia Yazidi, a Duhok, in Iraq. REUTERS/Muhammad Hamed

La guerra all’Isis in Iraq è terminata. È questo l’assunto del proclama con cui il primo ministro e comandante in capo delle forze armate di Baghdad, Haider al-Abadi il 10 dicembre ha sancito la fine della parabola dello Stato Islamico. La cerimonia tenuta in concomitanza dell’annuncio non celebra però la fine dei problemi in Iraq, dove, secondo Stati Uniti e Gran Bretagna, presto i jihadisti potrebbero riorganizzarsi e tornare a colpire. Se non bastasse, il Paese deve fronteggiare il ritorno di centinaia di migliaia di profughi interni, alcuni dei quali confinati lontano da casa da inizio 2014.


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Molti vogliono tornare

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom), a fine novembre ben 480mila famiglie si trovavano ancora nei campi disseminati tra Iraq e Kurdistan. In tutto 2.883.738 persone concentrate perlopiù nel governatorato di Ninive (33% sul totale) e a Duhok (12%). Il dato positivo riguarda i rientri, saliti a 2.759.658 grazie al picco record dovuto a 289.350 persone tornate nei luoghi di origine nel solo mese di novembre, anche se molto resta da fare. È vero che il 90% di chi rimane nei campi ha espresso il desiderio di tornare a una vita normale, ma è altrettanto vero che gli ostacoli sembrano insormontabili.

Diverse città e villaggi sono distrutti o pesantemente danneggiati. Mancano i servizi base, le strade sono inservibili, niente acqua ed elettricità, inoltre non ci sono soldi per finanziare il restauro delle abitazioni. Se non bastasse, durante il triennio di violenze, molte case sono state occupate da altre famiglie in fuga o in movimento, magari acquistate con modalità irregolari, e per i profughi di rientro non è cosa facile sloggiare gli intrusi. Il 20% delle famiglie irachene, infatti, non dispone più dei documenti di proprietà dei propri immobili e, in diversi casi, i registri pubblici che potrebbero risolvere le dispute sono andati perduti. A conti fatti, circa il 90% dei profughi di rientro ha la casa distrutta o occupata.

Il problema principale resta comunque la sicurezza. Il 70% di chi deve tornare a casa ritiene sia ancora pericoloso farlo, teme lo stravolgimento degli equilibri nella componente etnico-religiosa dei luoghi d’origine, pertanto si preferisce continuare a languire nei campi, o in qualche soluzione di ripiego purché lontana dai guai. Il caso tipo è quello degli yazidi, componente etnico-religiosa di antiche origini che costituisce il secondo gruppo per dimensioni tra i profughi iracheni.   

Il caso degli yazidi 

«In Iraq c’è la volontà della gente di tornare… Però a Sinjar al momento non è possibile», dichiarava Khairi Bozani, direttore degli Affari yazidi del governo regionale curdo, durante una nostra intervista a Erbil, a margine delle celebrazioni per i tre anni del massacro degli yazidi da parte dei miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi. Dal giorno di quell’incontro poco o nulla è cambiato e gran parte dei profughi yazidi restano nei campi, o sono fuggiti all’estero. Sinjar, principale centro dell’ultima enclave dell’etnia yazidi in Iraq, sorge a ridosso dei confini con Siria e Turchia, nel Nord del Paese. Da queste parti la situazione è ancora instabile, e poco o nulla è cambiato rispetto al quadro descritto da Bozani: «… le case sono distrutte, però il problema maggiore è per la presenza del Pkk, delle milizie sciite, poi l’aviazione turca… la situazione non è tranquilla».

Lo stesso scenario viene descritto da Hanifa, 27enne yazidi nata e cresciuta in un villaggio agricolo poco lontano da Sinjar, per la quale tornare a casa è ancora fuori discussione. Il timore di Hanifa deriva dalla sua tragica esperienza personale, che l’ha resa superstite e testimone del massacro perpetrato dai jihadisti ai membri della sua comunità. Accetta di incontrarci nella sua abitazione provvisoria, ricavata tra mura di mattoni grezzi, pavimento in cemento e nessuna finestra, annessa all’abitazione in cui vivono la nonna e lo zio. Siamo in un villaggio di pastori situato a una manciata di chilometri da Duhok, città curda di 250mila abitati, posta in prossimità del delicato confine con Turchia e Siria, tre ore a est di Sinjar.

Il massacro e le deportazioni

«Daesh ha attaccato alle 2 di notte. Gli uomini hanno difeso il villaggio fino all’alba, poi la battaglia è finita. Noi avevamo armi leggere, non pesanti come loro… i peshmerga si erano ritirati nei giorni precedenti, eravamo soli», spiega Hanifa. Quanto accade in quelle ore nel distretto di Sinjar è ormai storia. Dopo aver conquistato l’area, in tre giorni i jihadisti uccidono 1.263 persone, soprattutto uomini, lasciando 2.745 orfani. Le esecuzioni avvengono in modo organizzato, con quello che potremmo definire “metodo”.

I sopravvissuti, soprattutto donne e bambini, sono stati deportati in alcuni centri di smistamento a ridosso del confine siriano. Le ragazze, anche giovanissime, sono state identificate, fotografate e ciascuna di loro ha ricevuto un numero di “catalogo”, quindi stuprate e picchiate prima di finire nel mercato come schiave sessuali. Le testimonianze di chi è fuggita parlano di fame e di sete, del terrore provato nelle celle buie, assieme ai bambini. Temendo di morire e di essere gettate in una fossa comune (50 quelle scoperte finora) alcune ragazze si sono tatuate i nomi del padre e del marito su un braccio, usando come inchiostro della cenere mista al latte delle madri in allattamento, così da poter essere identificate.   

Il commercio delle giovani yazidi si è esteso su tutto il califfato, da Mosul a Raqqa, in Siria. I miliziani ricevevano mogli in premio per i meriti di guerra, o come incentivo per persuadere i ragazzi soli ad arruolarsi. Dopo averne abusato a piacimento, il marito imposto era libero di rivendere la propria schiava, di darla in dono, di usarla come merce di scambio.    

Ragazzi e bambini invece sono stati trasformati in miliziani da mandare al fronte. Chi aveva l’età per combattere ha imparato a sparare, a uccidere con il coltello. Esistono tecniche di esecuzione specifiche a seconda dell’appartenenza del condannato, la lama va passata in un modo per gli sciiti, in un altro per gli yazidi, e così via.

«I ragazzi (liberati) hanno cambiato testa, religione, lingua, sono resettati» spiega Bozani. Parte del suo lavoro prevede di negoziare la liberazione di donne e bambini ancora imbrigliati nella rete dei jihadisti. Riceve frequenti chiamate da parte di presunti carcerieri. «Alcuni sono impostori in cerca di danaro, altri sono veri e chiedono migliaia di euro come riscatto, non sempre riusciamo a pagare».

Testimoniare quanto è accaduto

Stessa sorte tocca ai famigliari delle vittime. «Tempo fa abbiamo avuto un contatto con un tunisino, aveva mia sorella secondogenita. Ha chiesto 25 mila dollari ma erano troppi, non è stato possibile riscattarla», spiega Hanifa, sopravvissuta all’attacco del 2014. Quando i miliziani sono arrivati, con lei c’erano cinque sorelle (all’epoca di 8, 13, 17, 19 e 23 anni). Quattro sono ancora nelle mani di daesh, mentre la più vecchia è stata uccisa quella notte, perché si rifiutava di arrendersi. «Anche la più piccola si è ribellata. È stata portata da una parte e lì l’hanno picchiata con i calci dei fucili» continua la donna yazidi.

Hanifa, 27enne yazidi sfuggita all'attacco dell'ISIS. Foto Emanuele ConfortinHanifa, 27enne yazidi sfuggita all'attacco dell'ISIS. Foto Emanuele Confortin

Dopo aver vinto la resistenza al villaggio, i jihadisti hanno ucciso gli uomini, in gran parte sgozzati o decapitati. Le donne e i bambini sono stati radunati. Approfittando del caos Hanifa è riuscita a nascondersi vicino a un albero, accovacciata in mezzo a vecchi bidoni da dove ha assistito alle esecuzioni. «Sono rimasta lì fino a sera, avevo molta sete. Vicino c’era dell’acqua ma era mescolata al sangue delle persone decapitate. Quando sono fuggita ho bevuto dalla pozza degli animali». Rimasta sola, Hanifa ha seguito una vecchia traccia verso le colline, tenendosi a distanza dai posti di blocco. «C’erano cadaveri a terra, i cani se ne cibavano».

Dopo tre ore di marcia al buio, la superstite ha raggiunto il monte Sinjar, posto a nord del villaggio. «Ho trovato una donna con un bambino, fuggiti dai villaggi vicini. Avevano solo una bottiglia d’acqua, così ne abbiamo versato un po’ sul tappo e ne abbiamo bevuto. Due tappi a testa per risparmiarla». Il racconto di Hanifa prosegue a lungo, tradotto pazientemente da un interprete curdo che di tanto in tanto scoppia a piangere, faticando a trovare le giuste parole per rendere l’esperienza di Hanifa. «Sono riuscita ad avvisare mio padre, era anche lui tra i monti. Mentre camminavo per raggiungerlo ho visto una donna a terra, morta. Si era scritta il nome al braccio. Stretto in grembo aveva un bimbo piccolo, attaccato al seno che lo ha tenuto in vita». Il piccolo è stato raccolto da altre persone in fuga, è sopravvissuto. Non è l’unico racconto simile. Hanifa apre il telefono e mostra la foto di una donna con un vestito lungo, a terra carponi «stava partorendo, sono morti entrambi».

La drammatica esperienza di Hanifa prosegue anche dopo la fuga dal monte Sinjar, come profuga «dimenticata» nel limbo di Duhok. Le sue giornate passano in attesa che la situazione si sblocchi, che sia ripristinata la sicurezza per poter tornare a casa. Non c’è lavoro, nessuna fonte di reddito e il sostentamento deriva dalla distribuzione di viveri da parte di una fondazione governativa di Erbil. A rendere le cose meno penose sono un quaderno e una penna, che usa per lasciare traccia di quanto ha vissuto. Hanifa si ispira a Malala Yousafzai, attivista pachistana sopravvissuta a un attacco dei talebani, vincitrice del Nobel per la pace. «È un esempio per me», spiega parlando della giovane pachistana, «anch’io sto scrivendo un libro, in arabo».

Hanifa mostra il libro in cui sta scrivendo la sua esperienza. Foto Emanuele ConfortinHanifa mostra il libro in cui sta scrivendo la sua esperienza. Foto Emanuele Confortin

Hanifa rimane nella sua stanza nei pressi di Duhok, in attesa di poter tornare a casa e di riuscire prima o poi a pubblicare il suo racconto, lasciando una testimonianza di quanto accaduto in quei giorni a Sinjar. Fino a qual momento, la tragedia degli yazidi per lei non potrà concludersi.

@EmaConfortin

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