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Migranti, le conseguenze psicologiche dell'accordo UE-Turchia

Tentativi di suicidio, depressione, atti di autolesionismo, aggressività, stress prolungato, è quanto stanno vivendo molti migranti e richiedenti asilo, come conseguenza dell’accordo tra Unione Europea e Turchia per la gestione della crisi dei migranti sull’Egeo e i Balcani. Siamo in Grecia, più precisamente nelle isole in cui si è svolta l’indagine condotta tra maggio e giugno da Human Rights Watch (HRW): Lesbo, Samo e Chios.

Hassan, rifugiato siriano di 18 anni e Sultan di 33 nella loro tenda nel campo per rifugiati e migranti dell'isola di Chios in Grecia. REUTERS/Alkis Konstantinidis
Hassan, rifugiato siriano di 18 anni, e Sultan, di 33, nella loro tenda nel campo per rifugiati e migranti dell'isola di Chios in Grecia. REUTERS/Alkis Konstantinidis

“EU/Greece: Asylum Seekers’ Silent Mental Health Crisis” è il titolo del rapporto di HRW, basato sull’incontro e il confronto con operatori dell’Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR), Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), Commissione Europea, Servizio di asilo greco, avvocati e volontari a lavoro sull’Egeo, quindi sulle interviste condotte a 37 persone internate nei campi. Il responso parla di un “impatto devastante sulla salute mentale di migliaia di donne, uomini e bambini intrappolati nelle isole greche”, divenute nel marzo 2016 qualcosa di simile a centri di reclusione.

Ma andiamo con ordine. Tutti conosciamo il deal  UE-Turchia siglato a Bruxelles il 18 marzo 2016, ed entrato in vigore due giorni dopo. Tuttavia, per inquadrare meglio il punto sollevato da HRW è opportuno rinfrescare la memoria e fissare alcuni passaggi. Lo scopo dichiarato dell’accordo era quello di ridurre l’esodo di migranti e rifugiati che dalle coste turche partivano a centinaia di migliaia verso le isole greche, per proseguire lungo i Balcani e il Nord Europa. Più di 800mila individui nel 2015, su un totale di 1.015.000 passaggi via mare, inclusi quelli diretti verso il Canale di Sicilia e la Spagna. La scelta di affidare ad Ankara il ruolo di contenitore dell’esodo epocale in corso fu “necessaria per porre fine alla sofferenza umana e ristabilire l’ordine pubblico” recitava il comunicato stampa 144/16 del 18 marzo 2016, emesso dall’ufficio Affari esteri e relazioni internazionali dell’Unione. Dichiarazione cui si aggiunsero le voci autorevoli del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk «i giorni delle migrazioni illegali in Europa sono finiti», e del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, «romperà il modello di business dei trafficanti che sfruttano la miseria umana».

In estrema sintesi, il governo turco accettava di riprendersi i migranti e i richiedenti asilo giunti in Grecia – da dopo l’entrata in vigore del deal – passando per il proprio territorio. Questo in cambio di due tranche da 3 miliardi di euro ciascuna, necessarie a porre in essere campi, servizi e un sistema di accoglienza adeguato per le persone rispedite in Turchia. Sul piatto c’erano poi la liberalizzazione dei visti di ingresso nello spazio Schengen per i cittadini turchi, e la ripresa del processo di preadesione della Turchia all’UE.

Il lavoro di selezione e di eventuale respingimento dei nuovi arrivati via Egeo si sarebbe dovuto svolgere in tempi ragionevolmente brevi, e nel mentre i campi di accoglienza disseminati sulle isole greche sarebbero diventati hotspot, ovvero centri di reclusione temporanei. Una sorta di hub logistici dove distinguere migranti, rifugiati, richiedenti asilo di tutte le nazionalità, che in gran parte all’Europa chiedevano (e chiedono) di poter essere affrancati da guerre, violenze, miseria e cambiamenti climatici (richieste condivise oggi da quanti giungono in Italia dal Nord Africa, via Mediterraneo).

Migliorare le condizioni di vita di questi “disperati” era un altro caposaldo dell’intesa, non fosse che il sistema si è presto inceppato, o comunque si è rivelato più macchinoso, lento e inefficiente di quanto mai si fosse temuto alla vigilia dell’accordo. Ecco che a migliaia, quelli che per comodità qui chiamiamo “migranti”, sono rimasti incastrati per mesi nei campi ellenici, costretti a vivere alla stregua di carcerati, in condizioni misere a tal punto da aver indotto alcuni di loro, già vittime di Disturbo Post Traumatico da Stress, a togliersi la vita o a tentare di farlo. Lo denuncia HRW a seguito dell’inchiesta pubblicata pochi giorni fa. «L’impatto psicologico di anni di conflitto, esacerbato da condizioni difficili sulle isole greche e dall’insicurezza di politiche inumane, potrebbe non essere visibile quanto le ferite corporee, ma non è da meno una minaccia per la vita» ha dichiarato Emma Ćerimović, ricercatrice sulle disabilità per HRW.

Durante il lavoro di ricerca, è stato appurato come la maggioranza delle persone incontrate abbia manifestato chiari sintomi di deterioramento delle condizioni mentali. «I campi sono luoghi in cui si creano vulnerabilità» ha dichiarato un operatore IOM durante lo svolgimento dell’indagine. Una testimonianza di Medici Senza Frontiere (MSF) sottolinea invece l’insorgenza di stati d’ansia, diverse psicosi, tentativi di suicidio e casi di autolesionismo, il tutto aumentato dal gennaio 2017. Il punto del rapporto HRW è inequivocabile: giungendo da condizioni di vita complesse, come lo sono guerre e violenza, i migranti subiscono ulteriormente gli effetti negativi dell’accordo UE-Ankara. Particolarmente nocive sono il perdurare di condizioni di incertezza sul proprio futuro, permanenze forzate all’interno di campi sovraffollati e inadeguati, mancanza di informazioni sulle procedure di richiesta asilo, protrarsi dei tempi di richiesta asilo, vita in stato di detenzione, paura di essere respinti in Turchia, mancanza di speranze e così via.

Al momento, secondo i dati UNHCR, nelle isole greche sarebbero ancora presenti 12.873 richiedenti asilo. Molti di loro bloccati da mesi, spesso in campi al limite, come quello di Moria, a Lesbo. La necessità di trovare una soluzione viene caldeggiata da tempo e non solo da HRW o dalle altre organizzazioni internazionali. Serve in primis l’implementazione di politiche di richiesta asilo più efficienti e rapide, basate sulle condizioni dei singoli e non sul Paese di provenienza. Il governo greco dovrebbe inoltre porre fine al confinamento dei migranti sulle isole, e trasferirli sulla terraferma, all’interno di centri adeguati e meglio organizzati, favorendo la scolarizzazione dei bambini e un processo di formazione per gli adulti, volto a un futuro inserimento nel mondo del lavoro. Condizioni al momento ben lungi dall’essere poste in essere. A conti fatti, la Grecia sembra incapace di sostenere la responsabilità imposta dalle migrazioni di origine asiatica e mediorientale. Per questo, da tempo viene sostenuta la necessità di intensificare la collaborazione da parte dell’UE, così come dell’Agenzia Onu per i rifugiati. Magari basterebbe poco, ma da parte di tutti, per migliorare le condizioni di vita per chi resta nei campi. Non è nostra intenzione scivolare nel moralismo, ma dobbiamo sempre ricordare che i migranti vengono suddivisi sulla base di “quantità” e di “provenienza” ma restano pur sempre esseri umani, cui dobbiamo riconoscere i diritti basilari. In realtà, quel poco e quel tutti già li conosciamo, hanno nomi e cognomi scritti poche settimane fa, alla vigilia di Tallinn, quando mezza Europa ha fatto spallucce, negando ogni apertura all’Italia, dove ora si concentra la parte più complessa dell’esodo. Se poco o nulla si è disposti a fare per alleggerire la pressione sul Canale di Sicilia e in Sud Italia, figuriamoci in Grecia.

@EmaConfortin

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