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Migranti, a Tallinn il bicchiere mezzo pieno non basta

Un anno fa circa, all’indomani della chiusura della Rotta Balcanica seguita all’accordo UE-Turchia sulla gestione dei migranti, ci siamo trovati a narrare la difficile situazione italiana. Azzerati o quasi i passaggi sull’Egeo, giungeva il momento della costa libica e delle lunghe tratte sul Mediterraneo. L’Italia soppiantava la Grecia come terra promessa, svelando una crisi politica esacerbata dal picco di arrivi via mare (rispetto al 2015), dalle difficoltà di condivisione della “questione” migranti con il resto d’Europa, poi da minacce più o meno concrete di rimanere isolati entro i confini nazionali con la sospensione di Schengen, per arrivare allo spettro delle barricate ai confini. Pacche sulle spalle, Italiani “eroi” dell’accoglienza, ma pur sempre affaracci nostri.  

REUTERS/Stefano Rellandini
REUTERS/Stefano Rellandini

Nel contempo, analisi e rapporti ottimistici giungevano ad ammansire quella parte di opinione pubblica nazionale particolarmente sensibile alle “invasioni”; se non addirittura impegnata a far fallire il piano di “contaminazione” della maggioranza cristiana con crescenti apporti musulmani, ordito dai mullah in Medio Oriente. A freddare gli animi era giunto il rapporto del Centro studi di Confindustria, presentato il 22 giugno 2016 dal presidente Vincenzo Boccia e da Angelino Alfano, all’epoca ancora ministro dell’Interno. “Migranti: da emergenza a opportunità” titolava il seminario estivo, durante il quale fu annunciata una strategia di inserimento degli immigranti nel mondo del lavoro, ponendo l’accento sul loro contributo all’economia italiana: 120 miliardi di euro nel 2015, equivalente all’8,7% del prodotto interno lordo, rispetto al 2,3% del 1998.

Oggi la situazione è molto simile, anche se dopo un annetto di macerazione, il nulla cui è giunta l’Unione puzza un po’ più di muffa. Quella dei migranti continua ad essere una “crisi” cui non si trova né capo né coda, e il solo fatto che dopo ripetuti incontri e confronti vi si faccia ancora riferimento in termini di “crisi”, è la prova del fallimento. A questo si aggiunge l’isolamento italiano, con Vienna tornata ad abbaiare ai confini, promettendo addirittura di schierare i blindati. «Ci stiamo preparando e proteggeremo il nostro confine al Brennero se sarà necessario» ha tuonato martedì il ministro degli Esteri Sebastian Kurz, del Partito popolare austriaco (Övp). Sortita aggravata dal ministro della Difesa Hans Peter Doskozil, pronto a schierare 750 soldati a ridosso del principale valico con l’Italia. Tanto è bastato ad innescare una mini crisi diplomatica, peggiorata dal silenzio della Commessione europea, cui la Farnesina ha replicato convocando l’ambasciatore austriaco per chiarimenti. In realtà, anche a Vienna la politica si fa a parole e non con i fatti, pertanto la dichiarazione di Kurz si è risolta in un nulla, smentita ieri dal cancelliere Christian Kern. Ecco che la manovra del giovane ministro degli Esteri austriaco si è rivelata una messa in scena buona ad anestetizzare l’irruenza del Partito della libertà (Fpö), formazione ultranazionalista e xenofoba, guidata da Heinz-Christian Strache, in vista delle elezioni parlamentari anticipate di ottobre. Un déjà vu dell’aprile 2016, quando, con l’approssimarsi delle presidenziali, sull’arena del Brennero al posto dei blindati i figuranti erano muri e barricate, anche all’epoca in ottica anti-Fpö.

Con uno scenario così complesso, si deve per forza vedere il bicchiere mezzo pieno. Similarmente a quanto accaduto con il succitato studio di Confindustria, martedì è stato diffuso il Rapporto Annuale dell’Inps, con la simulazione di cosa accadrebbe entro il 2040 nel caso in cui l’Italia interdicesse l’accesso agli immigrati. Si risparmierebbero 35,1 miliardi di euro in pensioni, ma le minori entrate contributive sarebbero di 72,6 miliardi. Ciò significa una perdita netta di 38 miliardi. Argomento sufficiente, secondo il presidente dell’Inps Tito Boeri, a riconoscere il fatto che gli immigrati possono «tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale». Considerazione doppiamente valida considerando l’elevata età media degli italiani, a fronte dei migranti under 25 in arrivo, giunti al 35% del totale nel 2015 (150mila persone). Non da ultimo, dopo una vita di lavoro, molti immigrati lasciano il Paese, offrendo – sempre secondo l’Inps – quasi un punto di Pil all’Italia, a patto ovviamente non spendano una vita a lavorare in nero. 

Infine c’è il plauso riservato all’Italia – e alla Grecia – per il suo eroico impegno nell’accoglienza. A conti fatti, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), sono più di 100mila i migranti giunti in Europa da gennaio, l’85% dei quali in Italia (85.183, +19,51% sul 2016. Dati aggiornati al 4 luglio). Malgrado ciò, la risposta degli altri Paesi europei resta l’isolamento. È accaduto ancora in questi giorni, con il rifiuto da parte della Spagna e della Francia di aprire i porti ai migranti in arrivo dal Nord Africa. «Intendiamo accogliere e aiutare, ma subire no, mai» ha dichiarato il Primo ministro francese Edouard Philippe, mentre quasi in contemporanea un’operazione congiunta della guardia civile spagnola e della polizia marocchina bloccava 800 migranti a Ceuta. A questo sono seguite le sparate di Vienna, mentre la Svizzera ha annunciato il rafforzamento dei controlli ai confini. Ma non è finita, la risposta più sgradevole è stata la plateale diserzione della discussione sui migranti tenuta dal presidente della Commissione Ue, Jan-Claude Junker, all’Europarlamento, sfociata in un duro botta e risposta con il presidente Antonio Tajani.

In questo contesto, risulta quanto mai importante il vertice dei ministri dell’Interno Ue a Tallinn, dove Minniti dovrà tenere la linea dura inaugurata con Gentiloni, ipotizzando di chiudere i porti italiani in caso di mancata condivisione degli oneri (di accoglienza) degli altri membri dell’Unione. Dichiarazione cui aveva replicato l’eloquente «non» di Macron, quindi il rifiuto di aprire gli scali marittimi francesi. Ora, dopo aver alzato l’asticella delle aspettative, per Gentiloni e Minniti è importante evitare l’autogol. Dunque a Tallinn serve un risultato concreto: riuscire a convincere il resto dell’Unione che la questione migranti non è solo cosa nostra. Pertanto, la revisione della missione Triton per il soccorso nel Mediterraneo costituisce il risultato minimo per il governo italiano in Estonia, pena una figuraccia con l’Europa e un palese successo dell’opposizione. 

@EmaConfortin

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