Così il Mediterraneo è diventato la tomba dei migranti

Il Mediterraneo è il passaggio più letale. Lo conferma un recente rapporto globale che tiene la tragica, incompleta contabilità: almeno 15 mila i morti negli ultimi tre anni. La ricerca dell’Iom risponde anche a tre domande cruciali: chi, dove e come si muore migrando?

Migranti libici su una barca di legno attendono il salvataggio dalla nave di ricerca e salvataggio a nord del confine tunisino-libico del territorio, il 30 settembre 2017. REUTERS / Darrin Zammit Lupi
Migranti libici su una barca di legno attendono il salvataggio dalla nave di ricerca e salvataggio a nord del confine tunisino-libico del territorio, il 30 settembre 2017. REUTERS / Darrin Zammit Lupi

Migrare oggi significa esporsi a rischi enormi. La possibilità di subire violenze, stupri, torture o rapimenti è una costante per gran parte del viaggio. Migrare implica anche perdere la vita o sparire nel nulla a causa di un naufragio, di mancanza di acqua e cibo, poi le malattie, le guerre... Sono questi alcuni dei fattori che tra gennaio 2014 e giugno 2017 hanno provocato la morte o la scomparsa di 22.500 migranti. Il numero sale addirittura a 60mila dall’inizio del nuovo Millennio. Lo riporta l’ultima edizione di “Fatal Journeys” il rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom) in cui sono analizzati gli esodi di tutto il mondo, cercando di capire dove e quanti migranti scompaiono o perdono la vita.

Dati alla mano, con 15mila vittime registrate a partire da ottobre 2013, il Mediterraneo è il passaggio più pericoloso in assoluto. Mare Nostrum conta il 25% dei migranti dispersi e deceduti dal 2000 e il 66% sul dato rilevato da gennaio 2014. In realtà, come sottolinea il presidente Iom William Lacy Swing nella prefazione di Fatal Journeys, “il vero numero delle vittime tra i migranti è sconosciuto” in quanto non tutte le morti o le sparizioni sono rese note dalle autorità dei Paesi di transito. “In molte aree remote del mondo i corpi potrebbero non essere mai trovati, e molti migranti mai identificati”. Un elemento determinante, da porre come base di partenza se si legge l’analisi dell’Iom, in quanto lo scenario reale è ben peggiore.

Migrare in ambienti ostili

Molte delle rotte migratorie si addentrano in zone remote come deserti, montagne, foreste e mari, dove la presenza umana è sporadica, e a latitare sono in primis le autorità che dovrebbero dare nomi e nazionalità alle vittime o ai dispersi. La mancanza di collaborazione è spesso questione di priorità. Nei Paesi più poveri o interessati da conflitti, dove passa almeno il 90% dell’esodo, l’identificazione dei migranti, soprattutto di quelli stranieri in transito è una grana che nessuno è disposto a sobbarcarsi. Ciò vale soprattutto per i signori della guerra o per i gruppi armati che hanno conquistato il controllo su un determinato territorio, incluso il business delle migrazioni che lo attraversano.

In sintesi, da gennaio a ottobre di quest’anno nel mondo sono morte o scomparse 4.708 persone. Una decisa flessione rispetto alle 6.186 registrate nello stesso periodo del 2016, ma un aumento significativo se rapportato ai dati del 2014 (3.029), e in linea con quelli del 2015 (4.878). Il lavoro dell’Iom ci aiuta anche ad analizzare le migrazioni da un punto di vista diverso, rispondendo a tre domande fondamentali: chi, dove e come si muore o si scompare migrando?

Dove e come, la maglia nera al Mediterraneo

Secondo le elaborazioni effettuate nel 2017 dal Global Migration Data Analysis Centre dell’Iom, nel passaggio via mare verso l’Europa si muore soprattutto per annegamento, ma anche di fame e di disidratazione.

Poi c’è l’Africa (17,67% sul totale dei morti e dispersi nel quadriennio), dove mancanza di cibo e sete patite nei deserti uccidono più delle malattie e delle vilenze subite in modo estensivo su un’area enorme, perennemente in guerra. Segue l’Asia (9,23%) con gli annegamenti al primo posto tra le cause di decesso, seguiti dalle mine antiuomo e dai colpi di arma da fuoco. Nel continente americano (9,19%) le principali minacce derivano da condizioni climatiche avverse, quindi annegamento e malattie. In ordine decrescente ci sono infine l’Europa (1,25%), dove si resta vittime di annegamento, elettrocuzione, ipotermia e incidenti stradali, quindi il Medio Oriente (1,20%), dove da gennaio scorso il maggior numero di vittime tra i migranti è dovuto a colpi di arma da fuoco.

Chi sono le vittime?

Prendendo la stessa forbice temporale (gen ’14 – ott ’17) il 40,91% delle persone decedute o scomparse durante l’esodo non sono mai state identificate. Questo crea una nazione a parte tra i migranti, quella degli sconosciuti. Colpa come visto della scarsa disponibilità delle autorità locali, soprattutto nelle zone più remote o pericolose del mondo, quindi colpa dei mari, dove solo una minima parte dei naufraghi viene recuperata. Tra gli identificati figurano soprattutto gli africani (32,71%) seguiti da migranti americani (36,03%), asiatici (10,31%), medio orientali (7,06%) mentre è di poco superiore allo zero l’incidenza degli europei.

Donne e migrazioni

Parte della letteratura cui siamo abituati tende a rendere le migrazioni una questione maschile. In realtà, negli ultimi anni è stato osservato un netto aumento delle donne e dei bambini in viaggio da soli. Spesso si tratta di madri con i propri figli, ma il numero dei minori non accompagnati è comunque in crescita. Sono loro, donne e bambini, i migranti più vulnerabili. Molti perdono la vita nei mari, nei fiumi o nei laghi semplicemente perché non sanno nuotare, o perché quando la loro barca si rovescia riescono a resistere molto meno in galleggiamento rispetto ai maschi adulti. Sono anche i soggetti meno resistenti alla fatica nelle lunghe attraversate in zone remote, dove patiscono di più la sete e la fame, poi gli sbalzi termici e le malattie rese inevitabili da condizioni climatiche così ostili.

Rispetto ai migranti maschi, le donne sono anche oggetto di minacce, di violazioni direttamente legate al genere a partire dagli abusi sessuali. Un rapporto di Amnesty International del 2010 evidenziava come il 60% delle donne migranti in movimento tra il Sud e il Nord America, via Messico, avessero subito almeno uno stupro, tanto da diffondere la prassi di prendere anticoncezionali per l’intera durata del viaggio. Problematica riscontrata anche sulle rotte africane, dove in molti casi ragazze giovanissime sono costrette a vendere il proprio corpo per pagare il transito da un confine all’altro. Lo stesso accade nei centri di accoglienza o all’interno dei campi profughi (fonte North Africa Mixed Migration Hub 2017, citata da Iom). Lo sfruttamento femminile prevede anche l’avvio alla prostituzione per periodi di tempo utili a ripagare i servizi dei trafficanti, poi ancora lavoro nero e matrimoni forzati, il tutto in un regime di semi-schiavitù.

Bambini a rischio

I soggetti più vulnerabili in assoluto ci sono senza dubbio i bambini, a partire da quelli non accompagnati provenienti perlopiù da Afghanistan, Siria, Iraq, Nigeria, Somalia e Gambia. Un migrante su otto è minorenne, e per lui valgono le stesse incognite viste per le donne, ma con l’aggravante della giovane età che rischia di rendere i traumi irrecuperabili. Sulla base dei dati raccolti dall’Unicef nei centri di richiesta asilo e in prossimità dei confini, il numero dei minori non accompagnati nel biennio 2015-2016 è quintuplicato rispetto al 2010-2011. Nel rapporto “Danger every step of the way. A harrowing jouney to Europe for refugee and migrant children” pubblicato nel 2016 da Unicef, nel loro viaggio verso l’Europa i minorenni rischiano il carcere, stupri, lavoro forzato, pestaggi e addirittura di essere uccisi.

La difficoltà di raggiungere tutti i soggetti interessati lungo le rotte migratorie rende il campione statistico puramente indicativo. Disporre di un censo circoscritto ai soli asylum center e alle frontiere è un limite evidente, aggravato dal rifiuto di molti minorenni di essere identificati. Questo atteggiamento è evidente in particolare sulle rotte europee, con il picco massimo successivo alla chiusura della Via dei Balcani a marzo 2016 (e all’accordo tra Ue-Turchia), che ha costretto molti ragazzi a proseguire il viaggio per via illegale. Malgrado il numero degli attraversamenti sull’Egeo abbia subito un progressivo ridimensionamento, tra la Grecia settentrionale e il confine europeo, quindi in Ungheria e Slovenia si sono moltiplicate le rotte gestite da trafficanti di esseri umani.

I criminali ringraziano

La lentezza e l’inefficienza del sistema di gestione dei richiedenti asilo ha creato nuovi sbocchi per le organizzazioni criminali. Molti minori sono rimasti bloccati in centri di detenzione, o sotto la custodia della polizia a causa della mancanza di spazio nelle strutture dedicate. Se non bastasse, le procedure di smaltimento delle richieste di asilo di queste persone vulnerabili sono complesse e richiedono tempo, al pari dei ricongiungimenti familiari nel caso in cui un genitore o un parente si trovi già in qualche nazione europea. Un sistema tanto macchinoso ha costretto molti ragazzi soli a trascorrere lunghi periodi di tempo in condizioni di incertezza, con poche informazioni sul futuro e senza accesso a strutture scolastiche. Temendo di rimanere bloccati lungo l’esodo, migliaia di minorenni si sono rifiutati di presentarsi alle autorità, o di avanzare richiesta di asilo durante il viaggio. Questo almeno fino all’arrivo a destinazione, per evitare di essere identificati come “non accompagnati” e di finire in un progetto di protezione da cui sarebbe molto difficile sfuggire. La volontà di restare nell’anonimato impone ai più giovani condizioni di vita al limite, e in molti casi la sola chance di arrivare a destinazione, sia questa l’Europa, le coste del Nord Africa o gli Stati Uniti, resta nelle mani delle organizzazioni criminali. Con tutti i rischi del caso. 

@EmaConfortin

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