L’Odissea di Haifa inizia a Mosul e finisce a Stoccolma, ma a un certo punto “non vede più il viaggio, non ricorda più da cosa fugge, vede solo il futuro: quello della sua nipotina”, dice Ottavia Piccolo, che racconta perché ha scelto di mettere in scena la sua storia in Occident Express

Ottavia Piccolo interpreta Haifa. Foto Botticelli
Ottavia Piccolo interpreta Haifa. Foto Botticelli

Raccontare le migrazioni attraverso il teatro è possibile. Occident Express è un esempio. Questo il titolo dell’opera – produzione Teatro Umbria – basata su un testo di Stefano Massini, curata da Enrico Frink e Ottavia Piccolo. Una storia di grande attualità che racconta l’esodo vissuto nel 2015 dall’anziana Haifa Ghemal e della nipote di quattro anni. Cinquemila chilometri, dal Medio Oriente all’Europa per fuggire a daesh, alla violenza che sta soffocando Mosul dove la protagonista vive “in un gruppo di cubi di cemento” chiamato Hulalyah.


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Mentre il cielo cade a pezzi, una nonna più che sessantenne “nata per star ferma” non ha altra scelta se non fuggire, a piedi, per migliaia di chilometri con la nipotina al collo, fino a Stoccolma. Un confine dopo l’altro, cercando soluzioni prima inimmaginabili per superare l’Egeo, la Grecia, quindi i Balcani, per arrivare in Ungheria strisciando a pancia in giù in un lungo tunnel sotterraneo.

Costretta a negoziare le condizioni del viaggio con i criminali, il pass dalla Macedonia alla Serbia, fino a Horgos sul confine ungherese. “Né il viaggio né documenti né altro. Ma in cambio… il patto era facile: avremmo dovuto buttar giù droga. Eroina in ovuli. Ovuli di lattice. Almeno 20 a passeggero: 300 grammi a testa. 200 i bambini. Tutto scritto”.

La storia di Haifa e della nipote è la storia di centinaia di migliaia di persone, di rifugiati e migranti che ancora oggi affrontano l’esodo per fuggire a miseria, a guerre e a cambiamenti climatici. Occident Express è quindi una testimonianza, l’occasione utile per comprendere le migrazioni del nostro tempo. Un lavoro costato molto alla protagonista, Ottavia Piccolo, capace di interiorizzare a tal punto l’Odissea di Haifa da uscirne cambiata «…è una donna come tante altre, ma a un certo punto è stata costretta a fuggire, ad affrontare un esodo pieno di ostacoli. Ha visto la violenza, la disperazione di chi nella guerra ha perso tutto e in quei frangenti si è lasciata morire per qualche istante in modo da risvegliarsi in seguito e non dover affrontare il dolore… Nel momento in cui tu decidi di raccontare una storia, una vita, e ascolti delle parole, non puoi non essere diversa». Per saper di più su questa vicenda, noi di eastwest.eu abbiamo intervistato Ottavia Piccolo.

Chi è Haifa Ghemal da lei interpretata?

«La storia trattata in Occident Express è vera. La persona che raccontiamo è una persona vera ma in realtà, portando avanti il lavoro, Stefano Massini, Enrico Fink e io abbiamo capito che stavamo raccontando qualcuno che prende la nipotina di quattro anni e si mette a camminare. È successo ad Haifa, ma riguarda centinaia di migliaia di migranti con storie simili. La nostra vicenda parte da Mosul e giunge a Stoccolma, ma è valida in qualsiasi parte del mondo, è il racconto di un’Odissea. Abbiamo deciso di non utilizzare alcuna immagine. Ci sono io vestita con abiti normali, senza costumi che richiamino una tipologia precisa. Nemmeno le musiche di Fink richiamano il Medio Oriente. Ci sono però le parole, quindi la musica e ovviamente i ragionamenti di Stefano, che ha un grande orecchio ed è riuscito a tagliare il lavoro originario… troppo lungo e che per i temi trattati non sarebbe stato sopportabile dal pubblico».

Haifa è al contempo una persona specifica ma rappresenta tutti i migranti, sostiene di non essere un’eroina, è umile. Quindi a più di 60 anni cosa l’ha spinta a partire?

«Credo che se fosse stata sola, se non ci fosse stata con lei la nipotina, sarebbe rimasta in questa specie di paese composto da quattro cubi di cemento. Sarebbe rimasta lì, non avrebbe pensato di partire e il primo giorno di marciare per nove ore. Si sarebbe lasciata morire. Credo abbia visto il futuro negli occhi della bambina e questo l’abbia spinta a partire… infatti nello spettacolo dice “io non mi sono mai mossa in vita mia, sono sempre stata a casa, anzi, pensavo di non essere nemmeno capace di camminare”. Invece l’ha fatto, per 5.000 chilometri, e a un certo punto si guarda indietro e non vede più il viaggio, non ricorda più da cosa fugge, vede solo il futuro, quello della nipote»

I temi trattati in “Occident Express” sono molto impegnativi, non c’è il rischio che gli spettatori fatichino a reggere fino al termine?

«Siamo riusciti a costruire qualcosa di molto forte che tuttavia non estremizza, non fa sentire in colpa le persone. L’assunto è partire da quanto la gente non conosce e spiegarlo. Deve raccontare cosa sta accadendo, per aprire gli occhi. Evitiamo di esagerare e di colpevolizzare»

Perché è importante conoscere storie come quella di Haifa e degli altri migranti che lei rappresenta?

«Ormai siamo bombardati da immagini e da slogan, da numeri che non tengono più conto dell’umanità delle persone. Si dice “mille, diecimila” non sono più persone i migranti, sono numeri. Nel momento in cui tu da questi numeri tiri fuori “una” storia, la vita di una persona, in questo modo puoi far capire cosa succede in realtà. Sia chiaro, non dico che il teatro, il cinema o la letteratura riescano per forza a cambiare gli esseri umani, ma dobbiamo comunque provarci»

Una delle scene della vicenda di Haifa si svolge in un tunnel sotto il confine ungherese. Negli ultimi tre anni sono sorti molti muri in Europa, sia fisici che politici, come ad esempio l’accordo con la Turchia o di recente con la Libia. Cosa pensa del fatto che in Europa siano sorte queste barriere?

«Per me è una sconfitta su tutti i fronti. È evidente che il mondo sta andando in una direzione chiara. Io ho un’età per cui da giovane sognavo un mondo senza barriere… invece ci stiamo chiudendo sempre di più. Il fatto di non riconoscere che il mondo si è sempre mosso da dove non c’è da mangiare a dove ce n’è, da dove ci sono le guerre a dove non ci sono… è sempre stato così. Non sono ottimista»

Nella sua interpretazione, come vengono rappresentate le barriere?

«Attraverso il testo. Haifa si trova di fronte a cose apparentemente insormontabili poi con un escamotage, o pagando, riescono a passare. A un certo punto compie qualcosa di incredibile. Ottiene per lei e sua nipote un passaggio in auto dalla Macedonia all’Ungheria a patto che porti degli ovuli di eroina nello stomaco. Poi c’è il guado di un fiume, fatto da donne, vecchi, bambini… con una lampadina in mano. Capiamo che è una cosa tremenda quella che stiamo raccontando, ma lo facciamo perché possa essere utile a qualcuno»

Guado del torrente Malareka sul confine greco-macedone. Marzo 2016. Foto Emanuele ConfortinGuado del torrente Malareka sul confine greco-macedone. Marzo 2016. Foto Emanuele Confortin

In Italia e in Europa viviamo in condizioni di pace, malgrado tutto ci troviamo nella parte più ricca del globo. Qui però sembra che in molti vivano sotto una campana di vetro, che si possano permettere il lusso di non sapere cosa significhi migrare oggi. Come può accadere una cosa simile?

«Credo che oggi si ritenga di essere sempre informati, in buona parte attraverso i social, e non ci si renda conto che l’approccio all’informazione, alla realtà, è superficiale. Gli stessi media di massa sembra non riescano a rendere un problema come le migrazioni senza dirottarlo in qualche direzione politica, i lettori così subiscono un danno… Poi ci si ostina ad additare i migranti come fossero qui per rubarci il lavoro, per darsi alla criminalità… pagati 35 euro al giorno… e nessuno sembra consapevole della necessità di ringiovanire l’età media in Italia, ad esempio, per avere giovani che lavorino e che paghino le pensioni»

Lavorare a questo personaggio ha lasciato un’impronta nel suo percorso di essere umano?

«Senz’altro. Nel momento in cui tu decidi di raccontare una storia del genere e ascolti delle parole, non puoi non essere diversa. Quando ho cominciato a leggere il testo di Massini, mi sono detta “Haifa è mia sorella”. Nessuno di noi da questa parte del mondo oggi, della mia età o dei più giovani, ha avuto esperienze di questo genere. Pensiamo alle donne del Sud (Italia ndr) per esempio, che nel secolo scorso, con la fame che le incalzava sono partite per andare dall’altra parte del mondo, non solo non sapendo la lingua del Paese, ma nemmeno l’italiano. Quante di loro sono partite? Era naturale. Lo conferma l'esperienza di Massini che quando è entrato in contatto con Haifa l’ha trovata incredula, non pensava che a qualcuno potesse interessare la sua storia, sosteneva di non aver fatto nulla di eroico. I pensieri che Massini le ha messo in bocca sono quelli che ognuno di noi potrebbe avere affrontando un dramma»

Non hai mai conosciuto Haifa, verrà il giorno del vostro incontro?

«Si è deciso di coinvolgerla il meno possibile, per tutelarla. Non so se la conoscerò mai».

@EmaConfortin

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