Donne somale sfollate in attesa di cibo in un centro di distribuzione aiuti. REUTERS/Feisal Omar
Donne somale sfollate in attesa di cibo in un centro di distribuzione aiuti. REUTERS/Feisal Omar

Si parla di migrazioni, giorno dopo giorno, passando dal respingimento delle navi cariche di persone ai fatti di Riace e di Lodi, solo per citarne alcuni. Nella dialettica sul tema però, sembra si stia perdendo il contatto con la realtà, vale a dire i motivi che spingono uomini, donne e bambini a lasciare abitazioni, comunità e Paesi per cercare un posto migliore in cui vivere. Ciò accade mentre sulle acque del Mediterraneo si continua a morire. Secondo Unhcr, dall’inizio del 2018 i caduti in mare sono stati 1.778, e il solo fatto di trattarli come numeri altro non fa che privarli della loro umanità. L’aver trasferito la questione migranti sul piano politico ha progressivamente eroso l’empatia che ogni individuo e ogni governo dovrebbe sempre riservare a queste persone. Si, perché sono persone, in fuga da guerre, persecuzioni, miseria e fame.  


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È doveroso quindi riportare i piedi per terra, nel tentativo di ritrovare il buonsenso e la capacità di vedere oltre la coltre nebbiosa alzata dalla retorica politica. Non sia mai ci si renda conto dell’inevitabilità dei fenomeni migratori, così come della loro necessità per chi (esseri umani con aspirazioni, paure, figli, carne e ossa) gli esodi sono costretti ad affrontarli, siano questi internazionali, magari diretti in Europa, o come più spesso accade circoscritti entro i confini dei rispettivi Paesi, o al massimo a livello regionale. A livello globale si stima ci siano 68,5 milioni di sfollati, 40 milioni dei quali sono sfollati interni, ovvero rimasti entro i confini dei rispettivi Paesi. I rifugiati sono 25,4 milioni e 3,1 milioni i richiedenti asilo. Questo per ribadire come una minima parte appena delle migrazioni in corso avvengano in contesto internazionale, ma la stragrande maggioranza delle persone in movimento continua a rimanere nelle aree di provenienza.

L’occasione per saperne di più giunge con l’uscita del rapporto Global Hunger Index 2018 (Ghi, indice sulla fame nel mondo) frutto del lavoro di Welhungerhilfe e di Concern Worldwide, integrato dall’approfondimento curato da Laura Hammond, ricercatrice del Soas di Londra, sulle migrazioni forzate per effetto delle crisi alimentari. Ebbene è vero, là fuori nel mondo c’è ancora chi non riesce a mangiare ogni giorno. Stando alle stime 124 milioni di persone soffrono di fame acuta. Il perdurare di conflitti, crisi e l’effetto del cambiamento climatico rischiano di peggiorare le cose. Le migrazioni stesse in alcuni casi sono un incentivo alla fame e non solo un tentativo di sottrarsi ai suoi effetti. In questo contesto i più colpiti sono i bambini di età inferiore ai cinque anni, 151 milioni dei quali devono fare i conti con la denutrizione acuta e 51 milioni subiscono gravi problemi di sviluppo. A decine di migliaia muoiono di fame, ogni anno. Accade in tutti i continenti, ma secondo il Ghi le situazioni peggiori sono concentrate in Asia meridionale e nell’Africa subsahariana.

È forse un caso se i Paesi in cui la piaga della fame è più grave, sono anche i più insicuri, puntualmente colpiti da guerre e instabilità endemica? È forse un caso se questi territori sono quelli maggiormente interessati dai movimenti di persone? No, non è un caso, ma quanto accade nel mondo reale. Vero che i dati sono pallidamente positivi. Vale a dire che la diffusione della fame nel mondo dal 2000 a oggi è diminuita del 28%, passando dal livello “allarmante” a quello inferiore, classificato come “serio”. Ciononostante, secondo il Ghi resta a rischio il raggiungimento del secondo obbiettivo dei Sustainable Development Goals, ovvero l’eliminazione della fame nel mondo entro il 2030. Il trend in corso è positivo e se confermato entro la scadenza 50 Paesi scaleranno ulteriormente, da livello “serio” a “basso”, ma rimangono le difformità regionali, dalle quali si coglie la gravità del problema.

A fondo lista ci sono (ancora) l’Asia meridionale e l’Africa subsahariana, rispettivamente con livelli medi di denutrizione del 30,5% e 29,4%. In Asia Meridionale è particolarmente diffuso il problema del sottosviluppo per insufficienza alimentare dei bambini nei primi cinque anni di età, così come il numero di quelli sottopeso. Il caso più serio nel contesto asiatico riguarda l’Afghanistan, il cui Ghi è comunque sceso, passando dal 52,3% al 34,3%, il Pakistan (da 38,3% a 32%) e l’India (da 38,8% a 32,1%) Paese quest’ultimo più di tutti interessato da problemi di sviluppo per carenza alimentare tra i bambini. Secondo i ricercatori del Ghi dove si registrano gli indici maggiori, i bambini sono sottosviluppati già alla nascita. Conseguenza dell’insufficienza alimentare subita dalla madre in gravidanza, trasferita poi ai figli durante i primi anni di vita a causa dello scarso allattamento, del ridotto accesso all’acqua pulita, della mancanza di una cultura alimentare adeguata, nonché della povertà che impedisce alle famiglie di provvedere a una dieta equilibrata. Di conseguenza, malgrado il ridimensionamento degli indici, in tutti e tre i Paesi asiatici il problema della malnutrizione rimane serio e contribuisce ad alzare la media regionale che si attesta sul 30,5% (38,4% nel 2000).

L’Africa subsahariana ha invece registrato i progressi maggiori, passando dal 43,6% di inizio millennio all’attuale 29,4%. Rimane tuttavia l’area al mondo con la più alta mortalità per fame tra i bambini, di fatto l’indicatore più importante nella lettura del Ghi. Le responsabilità vanno attribuite alla coesistenza di più fattori, ma in primis figurano le guerre. Secondo la Fao, le aree interessate da crisi e conflitti duraturi hanno indici di denutrizione doppi rispetto ai Paesi meno instabili. Alle guerre va poi affiancato il cambiamento climatico in corso, tema trattato di recente da questa testata in riferimento al Sahel, i cui effetti sono stati aggravati da El Nino (2015-2016) con siccità prolungata, caldo estremo ed eventi meteorologici violenti. Le conseguenze sono state la perdita dei raccolti, la morte degli animali domestici che per gran parte della popolazione di questa porzione d’Africa rappresentano gli asset principali su cui basare le proprie speranze di autosufficienza. Ecco spiegato perché i bambini continuano a morire di fame, soprattutto nell’Africa subsahariana. Nel dettaglio, i 10 Paesi con il maggiore indice di mortalità infantile si trovano tutti in Africa, sette dei quali sono Paesi in guerra.

Mentre nell’Africa subsahariana gli aiuti umanitari hanno contribuito alla riduzione dell’emergenza fame (ben lungi dall’essere risolta), in Asia la questione è più strutturale e dipende dalla povertà diffusa associata agli altissimi livelli di antropizzazione. Secondo l’analisi di Laura Hammond sul rapporto tra migrazioni forzate e fame, qualsiasi tentativo di arginare il problema deve essere preceduto dalla volontà politica di farlo. È proprio la politica, secondo la ricercatrice del Soas, il principale inibitore della resilienza insita in qualsiasi persona minacciata da fame, guerre e avversità climatiche. Del resto il fatto che a milioni decidano di migrare è una prova della loro volontà di sopravvivere e di migliorare le proprie condizioni di vita. Il solo sostegno umanitario non basta – conclude la Hammond – ma deve essere associato a piani di sviluppo che puntino a rafforzare le capacità di autosufficienza e l’istinto di auto-soccorso.

@EmaConfortin

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