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Mosul libera. Ecco le sfide per il futuro

Dopo nove mesi di feroci scontri, Mosul è stata liberata. Lo ha dichiarato il primo Ministro Haidar al-Abadi, giunto l’altro ieri in visita per celebrare la «vittoria», e la presa di quella che dal giugno 2014 era divenuta la capitale dello Stato Islamico. Mentre scriviamo, nel cuore della città si combatte ancora, ma si tratta perlopiù di sacche di resistenza limitate a poche decine di edifici. Tecnicamente la città è stata conquistata dal fronte composito formato da combattenti appartenenti a diversi gruppi etnici e religiosi, supportati dalla coalizione internazionale a guida statunitense.

REUTERS/Goran Tomasevic
REUTERS/Goran Tomasevic

Ripartire dalle macerie

“Mosul liberata” è tuttavia un concetto alquanto complesso, che non implica necessariamente il ritorno alla normalità, anzi. La città oggi si presenta come un cumulo di macerie, martoriata da mesi di bombardamenti e guerriglia, con più di 400mila profughi fuggiti dai quartieri occidentali e disseminati nei campi dell’Iraq settentrionale; i ponti sono crollati, l’aeroporto e la stazione rasi al suolo, inoltre mancano acqua, elettricità e tutti i servizi.

Le cose vanno meglio nella parte est della città, ripresa a febbraio, favorendo il ritorno di migliaia di abitanti, in parte fuggiti ai centri di accoglienza ormai sovraffollati. Va ricordato che la cosiddetta Battaglia di Mosul iniziata a ottobre 2016, ha coinvolto decine di cittadine e villaggi prima di sfociare nella liberazione di questi giorni. Secondo le organizzazioni umanitarie, sono circa 3 milioni gli sfollati, mentre 11 milioni le persone bisognose di aiuti.   

La metà oscura dell’offensiva anti-Isis a Mosul è evidente nella riva occidentale del fiume Tigri, dove le bandiere irachene sventolano all’ombra dello scheletro di edifici storici, di palazzine e moschee che costituivano i quartieri residenziali. Qui, gli uomini dell’esercito di Baghdad sono impegnati a bonificare l’area dalle trappole esplosive disseminate dai miliziani prima di ritirarsi. Serviranno settimane quindi per riuscire ad avere accesso all’area urbana e per capire se quelli che il ministro Abadi celebra come liberatori, saranno effettivamente in grado di stabilizzare il proprio controllo in città. Di certo, nei prossimi giorni avranno luogo nuovi scontri con i miliziani. C’è poi il pericolo di attentati e di altre azioni offensive preannunciati dai civili sopravvissuti, preoccupati dal fatto che molti jihadisti siano riusciti a fuggire mescolandosi alla popolazione.

In quanto ai costi, i 34 membri del consiglio di Ninawa si stanno confrontando sin da maggio per capire come riportare la città al punto di inizio, nella primavera 2014. A tale scopo serviranno almeno cinque anni e un miliardo di dollari solo per la città vecchia.     

Chi governerà ora?

Ben altra cosa è la questione del post-Isis. Fino all’altro giorno, tutti i combattenti schierati attorno alla città erano accomunati dal collante costituito da daesh. Avere un nemico comune permetteva di andare oltre divergenze etniche o religiose. L’abilità di Abadi era stata proprio quella di schierare sotto la stessa bandiera un fronte composito, in ottica anti-Isis. Ora si apre la questione della successione: chi governerà sulla città? È la domanda che ci si pone in merito a Mosul, dove, va ricordato, tre anni fa i jihadisti di Abu Bakr al-Baghdadi furono accolti senza ostruzioni dalla maggioranza sunnita, che preferì l’incognita dei mercenari sunniti, anziché avere a che fare con un’autorità sciita. Non è un caso se molti dei profughi incontrati a marzo da chi scrive, nei campi fuori Mosul, abbiano espresso senza mezzi termini il timore per lo scoppio di una nuova guerra civile all’indomani della liberazione, «ben peggiore di quella in corso con daesh». Ecco che la ricostruzione “sociale” e politica della città riveste un ruolo cruciale, tale da renderla prioritaria quanto la rinascita fisica.

L’esempio da evitare è quello di Falluja, dove nove mesi dopo la liberazione dall’Isis (estate 2016), il sindaco non aveva ancora fatto ritorno in città per la mancanza di condizioni di sicurezza. Una volta conclusa la bonifica a Mosul ovest, prima di dare avvio ai lavori di ricostruzione vera e propria sarà necessario stabilire un nuovo soggetto di potere in città, quindi decidere chi farà cosa. Al momento non sembra ci sia ancora una commissione a lavoro in tal senso. Il nodo centrale riguarda in primis i delicati equilibri tra sciiti e sunniti. Un ruolo chiave in questa fase spetta al governo sciita in carica dal 2004 a Baghdad. Sarà necessario coinvolgere le minoranze sunnite in un percorso comune di amministrazione della città, quindi maggiore partecipazione politica, garantendo dignità e soprattutto evitando l’isolamento che nel 2014 aveva aperto le porte di Mosul ai jihadisti.     

Atrocità su entrambi i fronti

Mentre nella capitale del governatorato di Ninawa si combattono gli ultimi scontri, un rapporto di Amnesty International pone l’accento sul livello di atrocità raggiunto in questi nove mesi di battaglia. Il rapporto, intitolato “A tutti i costi: la catastrofe di civili a Mosul ovest”, si riferisce al periodo gennaio – metà maggio 2017 ed è basato su 151 interviste ad abitanti di Mosul ovest, esperti e analisti. Descrive 45 attacchi in cui sono morti almeno 426 civili e ne sono stati feriti più di 100 e fornisce una dettagliata analisi su nove di questi, condotti dalle forze irachene e dalla coalizione a guida Usa.

Da una parte il lavoro di Amnesty denuncia l’azione dei jihadisti, colpevoli di aver trasferito civili dai villaggi circostanti a Mosul ovest, intrappolandoli nelle abitazioni per usarli come scudi umani. Dall’altra parte viene criticata la strategia delle forze irachene e della coalizione a guida statunitense, spesso manchevoli nell’adottare misure adeguate per proteggere i civili e, al contrario, li hanno “sottoposti a terribili attacchi con armi che non dovrebbero mai essere usate in aree densamente popolate”.

«La dimensione e la gravità delle perdite di civili durante le operazioni militari per riconquistare Mosul devono essere immediatamente e pubblicamente riconosciute dalle massime autorità di governo dell’Iraq e dei paesi che fanno parte della coalizione a guida Usa», ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente. «Chiediamo l’istituzione di una commissione indipendente che assicuri che ovunque emergano prove credibili di violazioni del diritto internazionale vi siano indagini efficaci e che i loro esiti siano resi pubblici».

Il rapporto di Amensty ci aiuta a intuire la complessità della situazione irachena. È pertanto difficile ipotizzare uno scenario per il futuro della seconda città irachena per importanza, anche se nel nord del Paese i rumors non mancano. Eloquente a proposito la posizione di Swan, tassista curdo di Erbil e combattente peshmerga, che via chat non lesina in manifestazioni di gioia per la liberazione di Mosul. Lasciamo a lui la chiusura di questo articolo, suggerendo uno sguardo sul futuro prossimo dell’area: «Non penso che l’Isis sia definitivamente morto, (i miliziani) continueranno ad esserci anche se non come prima. Penso anche che gli sciiti governeranno in questa città devastata, ma il governo sarà molto debole e non riuscirà a difendere la città dal terrorismo». 

@EmaConfortin

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