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Il Portogallo vuole i migranti ma non li trova

Il governo di Lisbona ha bisogno di risorse umane per affrontare la crisi demografica ed economica. Per questo vorrebbe molti migranti, che però non riesce ad avere.

Manifestazione a favore dell'accoglienza dei rifugiati a Praca Comercio. Lisbona, Portogallo. REUTERS / Hugo Correia
Manifestazione a favore dell'accoglienza dei rifugiati a Praca Comercio. Lisbona, Portogallo. REUTERS / Hugo Correia

Fuggire da guerre, miseria o persecuzioni non significa per forza cercare protezione in un Paese qualsiasi, purché lontano. Coloro che cercano l’Europa spesso hanno le idee chiare. “Punto alla Germania, nei paesi del Sud Europa c’è poco lavoro», «meglio la Danimarca, da quelle parti ci sono più opportunità», sono alcune delle dichiarazioni ascoltate da chi scrive, nei campi ellenici, in Italia o seguendo l’esodo sui Balcani.

Quelli che per semplicità chiamiamo “migranti”, sanno dove vanno e cosa vogliono ottenere. Se per molti la prospettiva di rimanere in Grecia equivale a una condanna agli inferi, Italia e Spagna rappresentano una sorta di purgatorio, comunque preferibile ai Paesi dell’Est Europa, refrattari a farsi carico della loro pur magra “quota” e irriducibili oppositori delle politiche europee di ricollocamento.

Al fondo della lista dei desideri figura anche il Portogallo. Forse colpa della lontananza geografica «dall’Europa che conta», la situazione economica non proprio da prima pagina, o il fiacco carisma della costa atlantica, ma la prospettiva di essere destinati a Lisbona o Porto piace a pochi. Questo accade malgrado il governo portoghese stia da tempo cercando di attrarre l’attenzione dei migranti. A conti fatti, il Portogallo ha ricevuto finora circa la metà dei 2.951 rifugiati previsti dal Piano di ricollocamento della Commissione Europea. Nel 2015, quando la Commissione fece appello al senso di responsabilità dei membri UE, Lisbona replicò dichiarandosi pronta a ricevere non 2.951 bensì 4.000 candidati, asticella portata poi a 10.000.

Una scelta in chiara controtendenza rispetto alla netta chiusura di altri Paesi UE, a partire dal Gruppo Visegrad. Mentre Ungheria, Slovacchia, Polonia e Repubblica Ceca hanno rinnegato il programma di redistribuzione, il Portogallo punta sull’apertura. La scelta del governo portoghese ovviamente non risponde a un desiderio di redenzione, ma sembra rientrare in una nuova linea politica volta in primis a promuovere un’immagine collaborativa del Paese, proprio all’apice della crisi migratoria europea. In secundis punta a ottenere risorse umane necessarie a rilanciare l’economia e a contrastare il deficit demografico in corso.

«È nell’interesse del Portogallo essere proattivo, perché ci sono aree del Paese che si spopolano e abbiamo un serio problema demografico», affermò nel 2015 António Costa, al tempo leader dell’opposizione e attuale Primo ministro. La dichiarazione del segretario del Partito Socialista giunse poco prima di andare alle urne, dove riuscì poi a prevalere malgrado una politica di chiara apertura in materia di migrazioni in controtendenza in Europa, ma ritenuta vincente in un Paese fortemente influenzato dalla Chiesa cattolica e dalle posizioni pro-rifugiati di Papa Francesco.

Sulla base del rapporto “Relocation and Resetlement” emesso dalla Commissione europea, dal primo gennaio al 4 settembre il Portogallo ha accolto 299 candidati dall’Italia, 1.116 dalla Grecia e 76 dalla Turchia, in gran parte di provenienza medio orientale. Poco in rapporto ai 2.951 previsti dal Piano di ricollocamento, ma la prospettiva peggiora considerando che il 40% di chi è arrivato ha lasciato il Paese entro 18 mesi. Un anno e mezzo, ovvero quanto dura il periodo di ospitalità gratuita offerto da Lisbona ai nuovi arrivati, assieme a corsi di lingua e a un contributo spese di 150 euro mensili.

L’apertura promessa in campagna elettorale da Costa non è andata come previsto, e questo ha scombinato i piani. Trattenere il capitale umano offerto dai rifugiati serve all’economia portoghese, tanto quanto attrarre investimenti stranieri. Senza forza lavoro, non saranno attuabili le riforme strutturali che secondo il Fondo Monetario Internazionale dovrebbero innescare il potenziale di crescita del Paese. Come fa notare Cristina Santinho dell’Istituto Universitario di Lisbona – citata da Middle East Eye –, sebbene l’economia portoghese si stia riprendendo, questa dipende ancora molto da servizi e turismo, settori per i quali l’aspetto linguistico svolge un ruolo cruciale. Chi giunge dal Medio Oriente parla arabo.

Un altro fattore deterrente è la mancanza di comunità di migranti già insediate. Il Portogallo ha una storia migratoria molto diversa rispetto a Germania, Inghilterra o Francia, soprattutto per i gruppi di lingua araba. Per molti rifugiati giungere in Portogallo significa doversi arrangiare, essere soli. Non ci sono parenti o amici cui appoggiarsi per ripartire. Questo è un fattore cruciale per famiglie o singoli giunti dal Medio Oriente, ovvero da un contesto sociale in cui l’appartenenza al proprio gruppo basta a garantire protezione, a definire l’identità stessa degli individui. Per rendere l’idea, a Lisbona, a Porto e dintorni vivono circa 65.000 musulmani (0,6% sul totale della popolazione, pochissimo rispetto alla media europea), in gran parte originari della Guinea-Bissau, un altro pianeta rispetto a Siria e Iraq.

La situazione peggiora non appena i rifugiati vengono confinati nei centri minori, in contesto rurale, dove l’isolamento culturale e lo shock linguistico sono inevitabilmente amplificati. Infine ci sono le promesse disattese dal governo. Il pacchetto di accoglienza previsto dalle politiche migratorie portoghesi è puntualmente compromesso da incapacità organizzative e di management. Ciò significa che i rifugiati ricevono meno di quanto spetterebbe loro.

Lasciata la costa atlantica alle spalle, i rifugiati cercano fortuna altrove, soprattutto in Germania cui rivolgono istanza di richiesta asilo. Nel caso – probabile – di un rifiuto, prima o poi i richiedenti dovranno fare ritorno in Portogallo, ma all’epoca, forse, il sistema di accoglienza sarà più efficiente e le prospettive di vita accettabili.

In chiusura, è opportuno aggiornare i numeri del Piano di ricollocamento da Grecia e Italia. I dati aggiornati a lunedì 18 settembre parlano di 8.540 persone trasferite dall’Italia, su un totale previsto di 34.953. Sono 19.702 i rifugiati destinati dalla Grecia sulla base delle quote individuate dalla Commissione, su un totale di 63.302. La somma è di 28.242, pochissimo rispetto ai 98.000 ricollocamenti previsti. Questo per ribadire come i deficit di management in ambito migratorio non siano solo “Made in Portugal”.

@EmaConfortin

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