La schiavitù esiste ancora. I numeri sono altissimi: nel 2016 ben 40,3 milioni di persone hanno subito una delle forme in cui si manifesta oggi, quando il vincolo che lega lo sfruttato allo sfruttatore non può essere spezzato. E la fuga sembra essere l’unica via per affrancarsi

Una famiglia di modellatori di mattoni in Pakistan. Photo credit Emanuele Confortin
Una famiglia di modellatori di mattoni in Pakistan. Photo credit Emanuele Confortin

Tutto inizia nell’ottobre 2011, quando vidi per la prima volta delle persone costrette a vivere in schiavitù. Stavano sotto al sole, in una fabbrica di mattoni ubicata nel mezzo delle pianure rurali del Sindh, in Pakistan. Da quelle parti, poche settimane prima, la coda del monsone aveva causato alluvioni devastanti. Con più di 9,7 milioni di pachistani colpiti e migliaia di villaggi rasi al suolo, i danni arrecati  dall’esondazione dell’Indo erano equiparabili ai terremoti di Haiti (2010) e del Pakistan (2005) sommati assieme.


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Photo credit Emanuele ConfortinPhoto credit Emanuele Confortin

La foto scattata all’epoca ritraeva un uomo chino mentre posava uno stampo in legno riempito di fango, usato per incasellare al suolo le formelle. Uno dopo l’altro, a migliaia, i mattoni erano adagiati in ordine ad asciugare, prima di essere accatastati nel forno per la cottura. Il soggetto principale di quell’immagine era un modellatore, funzione assolta anche dalla moglie, accovacciata poco lontano sotto l’ampio scialle giallo acceso dalla luce del sole. Alle loro spalle i figli, ugualmente partecipi della condanna dei genitori e legati al destino di operai senza diritti, senza stipendio. 

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«Sono schiavi da debito, ci sono molte famiglie così da queste parti, vivono dentro alla fabbrica» spiegò più tardi il mio accompagnatore, addetto alla logistica di un’organizzazione pachistana impegnata nel soccorso agli alluvionati. Si fermò mal volentieri, giusto il tempo per una foto, poi insisté per risalire in auto manifestando una certa apprensione. Spiegò che il problema è diffuso soprattutto nelle zone rurali, più povere, dove l’unica opzione per ottenere danaro in caso di necessità passa per il credito usuraio. Ciò significa interessi altissimi, e per chi non riesce a ripagare il debito la prospettiva è il fango delle fabbriche di mattoni (o altre forme di sfruttamento), con tutta la famiglia, per un anno, dieci anni o vite intere, quella del debitore e dei suoi eredi. 

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Il caso dei modellatori di mattoni del Pakistan non giunge accidentalmente. Ne incontrai un altro qualche anno più tardi, nella bolgia di Preševo, cittadina serba posta sul confine macedone, nel cuore della Via dei Balcani. Viaggiava con un gruppo di ragazzi del Punjab e sosteneva di essere fuggito da condizioni simili «solo mattoni, un letto e del cibo».

Il suo era un caso diverso. Era poco più che adolescente, membro di una famiglia di piccoli agricoltori delle campagne fuori Lahore, espropriati per «costruire strade e case», quindi rimasti senza una fonte di reddito e costretti a cercare protezione tra i modellatori di fango. Proprio così, per evitare la strada, lui e i suoi si erano venduti al proprietario di una fornace, ottenendo in cambio la sicurezza di un lavoro non pagato, fino alla partenza, inevitabile, con la prospettiva di trasferire in Europa la sua attitudine alla fatica, e di rimettere parte dei guadagni ai genitori. Un migrante economico dunque.  

Sebbene paia impossibile, la schiavitù non è un fenomeno del passato ma continua a esistere. Per inquadrare meglio la “schiavitù moderna” tornano utili gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile stabiliti dall’Onu nel 2015. Sono in tutto 17, l’ottavo dei quali sottolinea la necessità di favorire una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, in modo da garantire un lavoro decoroso per tutti, entro il 2030. Nel dettaglio, il paragrafo 8.7 punta a “sradicare il lavoro forzato, porre fine alla schiavitù moderna e traffico di esseri umani e raggiungere la proibizione e l'eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile, incluso il reclutamento e l'impiego di bambini soldato”. Con questi presupposti, l’organizzazione Alliance 8.7 guarda nello specifico al fenomeno della schiavitù e dello sfruttamento minorile, in ogni sua forma.

Allora che cos’è la schiavitù di oggi? È l’insieme di lavoro forzato, sottomissione per debiti, matrimoni imposti e traffico di esseri umani. In breve, tutto ciò che ha a che fare con forme di sfruttamento che un individuo non può rifiutare o rifuggire, per l’esistenza di un vincolo coercitivo (minacce, violenze, abuso di potere, ricatto, inganno). Ciò riguarda un numero enorme di individui, in tutto il mondo.

Per rendere l’idea, nel 2016 ben 40,3 milioni di uomini, donne e bambini si sono trovati a subire una delle forme in cui si manifesta la schiavitù moderna. La stima è stata analizzata da Global Estimate of Modern Slavery (Gems), rapporto – diffuso a fine settembre da Alliance 8.7 – realizzato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) e da fondazione Walk Free, in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom). Sebbene – è doveroso ribadirlo – si tratti di stime su campione, pertanto passibili di critiche, i dati del Gems dicono che sul totale (40,3 milioni), ben 24,9 milioni di persone sono costrette al lavoro forzato: 15,4 milioni sfruttati in lavori di varia natura, 4,1 milioni sottoposti a lavoro di Stato e 4,8 milioni sono schiavi sessuali. Altri 15,4 milioni di schiavi sono vittime di matrimoni imposti, con l’84% dei casi costituito da donne e minorenni (su 40,3 milioni di vittime della schiavitù moderna, il 71% sono donne). Il 37% dei più vulnerabili sono minorenni, quasi la metà hanno meno di 15 anni. Ciò accade in particolare in Africa, dove 7,6 persone su mille subiscono una qualche forma di schiavitù. Segue l’Asia/Oceania 6,1 per mille, il Medio Oriente 3,3 per mille, l’Europa 3,9 per mille, America del Nord e del Sud 1,9 per mille.

Va da sé che chiunque si trovi in una condizione di schiavitù, prima o poi cerchi un modo per affrancarsi. Svincolarsi dalle maglie dello sfruttamento in molti casi impone la fuga, e migrare è una soluzione scelta di frequente. Secondo l’Iom, una persona impiega almeno 20 mesi prima di riuscire a sottrarsi da una condizione di lavoro forzato. La durata della schiavitù sessuale, in particolare per donne e ragazze, dura invece di più, circa 23 mesi. Da quanto si apprende dal Gems, fuggire non garantisce la salvezza, pertanto gran parte degli schiavi migranti si trova a subire condizioni di sfruttamento simili anche nei Paesi di arrivo con livelli equivalenti di reddito. Allo stesso modo, lo sfruttamento si ripete in modalità affini anche nei Paesi a più alto reddito, nei quali molti migranti vedono in realtà una sorta di Terra Promessa. Significa che chi è schiavo nel Paese da cui fugge, probabilmente si troverà ad esserlo nel Paese in cui transita, o arriva per via illegale.

Noi di Eastwest abbiamo scritto di recente del caso della compravendita dei migranti-schiavi in Libia, ma il problema riguarda anche l’Europa, inclusa l’Italia. Un esempio è dato dalle cosiddette agro-mafie e dal caporalato, fenomeni alimentati dal crescente numero di migranti in arrivo via Mediterraneo. La schiavitù moderna è quindi in stretta relazione con le migrazioni, in particolare quelle illegali. Se è vero che migrare costa, soprattutto illegalmente, per chi intende sottrarsi a persecuzioni, a guerre, alla schiavitù stessa o alla povertà, una soluzione può essere contrarre prestiti da ripagare un po’ alla volta durante il lungo esodo (anche più anni), o una volta a destinazione, accettando condizioni rientranti nella casistica trattata dal Gems. Chi invece il danaro ce l’ha si appoggia ai “trafficanti” pagati per agevolare il passaggio ai confini, evitare posti di controllo, ottenere documenti falsi, salire su un treno, sul cassone di un camion o su un gommone. Lungo queste rotte sotterranee, i migranti possono finire nelle mani di chi gestisce la “tratta” – da non confondersi con il “traffico” di persone –, attività criminale diffusa sin da prima che la crisi migratoria in corso raggiungesse i picchi dell’ultimo triennio.

Mentre la schiavitù di Stato, per lavori di “sviluppo” pubblico o l’arruolamento forzato nell’esercito interessa essenzialmente i cittadini stessi (99% dei casi), la schiavitù sessuale, al contrario, viene imposta in particolare agli stranieri (74% dei casi). Ecco che le vittime di tratta sono spesso donne (incluse bambine e ragazze) prime destinatarie della prostituzione. È evidente che tentare di ostacolare le migrazioni, anziché gestirle, finisce inevitabilmente per alimentare quelle illegali, esponendo i migranti al rischio di subire rapimenti, estorsioni, violenze, o come visto, di diventare vittime della schiavitù moderna. Il caso più significativo riguarda la Libia, dove le politiche europee per il contenimento delle partenze via Mediterraneo hanno di fatto peggiorato le condizioni di vita dei migranti rimasti a languire nel Paese, divenendo di fatto complici di questi abusi. Questo almeno è quanto sostiene Amnesty International in uno studio pubblicato di recente, dove viene posto l’accento sulla scarsa attenzione prestata dai Paesi europei e dall’Italia in primis, per le conseguenze causate alle persone condannate nell’anarchia libica.

@EmaConfortin

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