Atene ora è pronta a deportare i rifugiati in Turchia

Una sentenza della giustizia ellenica riconosce la Turchia come “Paese sicuro” per i rifugiati. Un precedente che può aprire la strada alla deportazione di migliaia di richiedenti asilo. E rafforzare il potere dissuasivo dell’accordo tra Ue e Ankara. La denuncia di Amnesty International.

Soldati turchi sul confine turco-siriano, vicino alla città sudorientale di Akcakale nella provincia di Sanliurfa, Turchia. REUTERS/Osman Orsal/Foto file
Soldati turchi sul confine turco-siriano, vicino alla città sudorientale di Akcakale nella provincia di Sanliurfa, Turchia. REUTERS/Osman Orsal/Foto file

Per Atene la Turchia può essere considerata un Paese terzo sicuro. Lo ha stabilito una recente sentenza del più alto organo giudiziario ellenico, respingendo il ricorso in appello di due siriani cui è stata negata la richiesta di asilo in Grecia. Nel caso in cui l’iter di espulsione – previsto in questi casi – fosse completato, si tratterebbe del primo trasferimento ufficiale tra le due nazioni sulla base dell’assunto che la Turchia offre le garanzie minime di sicurezza. Ciò implica la possibilità di replicare la procedura anche in futuro, verso migliaia di siriani tutt’ora presenti Grecia.

«La decisione crea un precedente negativo per molti altri richiedenti asilo che sono fuggiti da conflitti, persecuzioni e al momento bloccati sulle isole greche. I rifugiati siriani attualmente in detenzione a seguito del rifiuto del loro appello sono particolarmente a rischio» ha dichiarato John Dalhuisen direttore di Amnesty International per l’Europa, che ha denunciato la vicenda.

Il caso cui l’organizzazione per i diritti umani fa riferimento è quello dei siriani Noori e Afaaz – nomi di comodo – al centro di un contenzioso dovuto al respingimento della loro richiesta di asilo. La decisione del Consiglio di Stato di bocciare il ricorso in appello implica la deportazione di entrambi in Turchia, dove ad oggi 3milioni di siriani (dato UNHCR) ricevono protezione temporanea. Per Amnesty il punto sarebbe proprio l’inconciliabilità della Turchia con il concetto di protezione. Questo sebbene la Commissione europea abbia proposto una lista comune di Paesi terzi sicuri suggerendo l’inclusione di Ankara, che ad oggi è stata riconosciuta tale solo dalla Bulgaria, mentre Atene non ha mai redatto una lista in tal senso.

«Questa decisione infrange un principio molto chiaro: la Grecia e l’UE non dovrebbero rispedire richiedenti asilo e rifugiati in Paesi dove non possono avere protezione efficace» continua Dalhuisen. Secondo Amnesty, la decisione del Consiglio metterebbe a rischio Noori e Afaaz in quanto a seguito del fallito colpo di stato, Ankara avrebbe introdotto nuove norme in materia di sicurezza. Una tra tutte è l’eliminazione della sospensione delle deportazioni – per gli stranieri – durante il ricorso in appello, aumentando di fatto il rischio di refoulement (respingimento), vietato dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati.

Ci sono poi diversi rapporti di Amnesty e di altre organizzazioni che da tempo denunciano i bassi livelli di sicurezza della Turchia e diverse violazioni pesanti. Alcune di queste riguardano l’esperienza personale di Noori, ex studente di medicina, il quale, nel corso dei suoi primi due tentativi di sconfinamento in Turchia sarebbe stato catturato, picchiato e infine respinto in Siria dalla polizia turca. Al momento del terzo tentativo, lui e altre persone hanno subito un attacco da parte di uomini armati che hanno ucciso 11 membri del suo gruppo. Per questo, la decisione della Corte ellenica di deportare i richiedenti asilo siriani potrebbe determinare una reale condizione di pericolo, in violazione dei loro diritti.

Possiamo quindi parlare di un nuovo corso nella lunga vicenda del deal UE-Turchia sui migranti? Lo abbiamo chiesto a Sara De Vido, docente di Diritto internazionale e Vice direttrice del Centro studi sui diritti umani dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. «Implicitamente il deal con Ankara suggerisce che la Turchia è considerata paese terzo sicuro, perché è ammesso il ritorno non solo di migranti irregolari ma anche di siriani che beneficiano di una forma di protezione» spiega De Vido «nel caso specifico dei siriani, questi potranno ritornare in Turchia a meno che non abbiano prove per ritenere che vi siano sufficienti ragioni per richiedere protezione in Grecia. Alcune di queste ragioni potrebbero essere appunto le violazioni dei diritti fondamentali in Turchia e il rischio di espulsione».

A quanto pare, il Consiglio di Stato greco ha bypassato il problema attenendosi al deal siglato a marzo 2016 a Bruxelles. Lo conferma la docente di Ca’ Foscari: «posto che sarebbe opportuno leggere l'intera sentenza, la Corte greca ha applicato i termini dell’accordo. Una sentenza che avesse negato l'espulsione verso la Turchia accogliendo il ricorso dei ricorrenti avrebbe provocato un notevole impatto sul deal, mettendo in discussione il concetto di Paese terzo sicuro e la lista stessa proposta dalla Commissione europea».

Trattandosi della decisione presa da una Corte di ultima istanza, l’unica chance è portare il caso fuori dai confini greci: «il caso potrebbe essere oggetto di un ricorso alla Corte europea dei diritti umani per violazione da parte della Grecia dei diritti fondamentali dei ricorrenti, la quale può indicare delle misure provvisorie, urgenti, che sono ammesse solo nel caso in cui vi sia un rischio imminente di un danno irreparabile. Queste misure riguardano in genere la sospensione di decisioni di espulsione».

Sebbene esistano le condizioni per cui la deportazione dei richiedenti asilo siriani non si verifichi, la storica decisione della Corte greca ha una chiara lettura politica, e va intesa come strumento di dissuasione. In una pubblicazione dell’Asylum Information Database si fa riferimento al caso di Noori e Afaaz, spiegando che al momento della seduta plenaria del Consiglio di Stato (10 marzo 2017), è stata valutata anche l’opzione del possibile arrivo in Grecia di 3milioni di rifugiati dalle coste di Izmir e Bodrum, nel caso in cui la Turchia fosse stata dichiarata non sicura, annullando quindi l’espulsione dei richiedenti asilo.

Se questa ipotesi trovasse riscontro, confermare le deportazioni servirebbe (anche) a scongiurare una nuova corsa all’Egeo da parte dei 3milinoi di siriani attualmente in Turchia, per i quali – in caso di sentenza morbida – l’arrivo in Grecia non avrebbe comportato la successiva deportazione, malgrado l’esistenza del deal. A breve la prova del nove, quando la Corte tornerà ad esprimersi per gli altri 436 casi di siriani che al 31 dicembre 2016 erano ricorsi in appello, dopo essersi visti negare le richieste d’asilo in Grecia.

@EmaConfortin

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