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A Parigi l'arte per curare i traumi dei bambini siriani fuggiti dalla guerra

Parigi - Dei mandala, dei collage, dei disegni, dei puzzle, delle pitture rudimentali, dei giochi, del teatro, delle maschere. Cosi l'associazione Ouledna, composta da artisti, studenti, volontari, psicologi dell'infanzia, ha deciso di utilizzare l'arte per guarire le ferite, a volte insanabili, della guerra civile in Siria. Il progetto si chiama World of Colors for a Child, un progetto dove si incrociano arte, cultura e terapia.

Photo copyrights Mustapha Sedjal

L’obbiettivo è quello di proteggere l’infanzia vulnerabile ma anche fornire ai bambini strumenti affinché sviluppino una resistenza di fronte a traumi, violenze ed abbandono aiutandoli in tal modo a ritrovare risorse ed energie interiori. Per East, abbiamo incontrato una delle principali responsabili del progetto, Amira, franco-algerina. Di mestiere è ricercatrice ma a latere si occupa di infanzia maltrattata ed è a capo del progetto che ha visto l’associazione Ouledna organizzare laboratori artistici in collaborazione con Emmaus e la Federazione Francese d’arteterapia (FFAT). Ci ha raccontato diverse storie, come quella del bambino siriano che è all’origine di questo disegno. Affidato dal padre ad un amico in Siria affinché lo portasse in Europa con la promessa di raggiungerlo dopo, il bambino è giunto sano e salvo a Parigi. Sfortunatamente suo padre no. E’ morto in Siria. L'amico che lo aveva preso in custodia allora lo ha adottato. In questo disegno, al quale hanno partecipato il padre adottivo ed il bambino stesso, si vede chiaramente il ricordo del loro terribile viaggio: la lunga traversata nel Mediterraneo, i binari del treno e poi alla fine il sole, ovvero l'approdo in Europa.

Amira mi parla dell’associazione. “L’idea era quella di mettere la cultura al servizio dell’infanzia, soprattutto quella fragilizzata – racconta – per questo abbiamo organizzato concerti di beneficenza e con i soldi raccolti abbiamo aiutato bambini bisognosi di cure ed orfani”. Le chiedo del progetto coi bambini siriani sfuggiti dalla guerra. “Siamo venuti a conoscenza di una richiesta d’aiuto da parte di un campo di rifugiati – mi racconta – dove c’erano diversi bambini siriani che avevano bisogno d’aiuto. Inizialmente avevamo pensato di reagire donando qualcosa: vestiti, cibo ma in realtà nell’annuncio si parlava anche della richiesta di organizzare laboratori artistici per bambini. Allora abbiamo proposto loro di creare dei laboratori di arteterapia e in 48 ore abbiamo organizzato tutto”.

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Quali effetti ha l’arteterapia su bambini come quelli siriani che fuggono da guerra e bombardamenti ?

L’arteterapia significa utilizzare il mezzo artistico per permettere a coloro che hanno vissuto forti traumi di lasciar trapelare l’inconscio attraverso l’espressione artistica in quanto certe sensazioni è difficile esprimerle attraverso le parole. L’arte permette dunque di esprimere ma anche di riparare. Riparare i danni della violenza che questi bambini hanno introiettato. Quando si abbandona il proprio paese a causa della violenza c’è una prima violenza che è quella quotidiana della guerra civile. La seconda è la violenza della lacerazione dovuta alla partenza, al fatto cioè di dover lasciare il proprio paese in maniera definitiva lasciando dietro di sé solo morte e macerie. Le condizioni di partenza e di viaggio poi sono estremamente difficili e rendono ancora più traumatico il passaggio. Il tragitto infatti passa attraverso il mare, viaggi in treno, interminabili marce a piedi, e restare tutti i giorni incerti sul domani. Tutti questi elementi possono creare traumi, nevrosi permanenti.

Qual è la storia che l’ha colpita di più tra questi bambini con i quali hai lavorato?

La storia che mi ha colpito di più è la storia di un’intera famiglia siriana. Ho incontrato il padre e la madre, sono genitori di quattro bambini. Sono tutti fuggiti dalla guerra. Con loro però c’era un altro bambino che è stato affidato a loro da un amico del padre. Il padre del piccolo avrebbe dovuto raggiungere suo figlio in Europa ma è morto in Siria. Tutti e cinque i bambini giocavano assieme e tra di loro c’era un grande armonia, coesione e complicità. Quasi non si riusciva a riconoscere che non erano fratelli di sangue.

Può descrivermi questo grande disegno così emblematico?

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Il disegno narra la traversata di una famiglia dalla Siria fino alla Francia passando per la Grecia, l’Ungheria e l’Austria. Inizialmente c’è il mare, si vede infatti un’imbarcazione. Poi dalla Grecia fino all’Austria ci sono stati viaggi in treno e nel mezzo tante marce nel freddo e sotto la pioggia. Nel disegno infatti ci sono dei passi, perché i rifugiati hanno camminato a lungo ed hanno spesso dormito all’aperto. Sono stati anche obbligati a comprarsi delle tende perché nessuno ha offerto loro rifugio. Le donne e i bambini dormivano in tenda mentre gli uomini dormivano all’addiaccio. Ci sono anche i binari nel disegno. Ma non solo per il viaggio in treno. In realtà mi è stato raccontato che la mamma dei quattro figli ad un certo punto è caduta sui binari e si è fatta così male che le è restata la cicatrice dei binari sul viso. Suo marito mi ha raccontato che tale era il dolore e la stanchezza che ad un certo punto non riconosceva più sua moglie o i suoi bambini. Ma non poteva avere momenti di debolezza, doveva vegliare sui propri quattro figli e sul figlio del suo amico, morto in Siria. Era una promessa. Cosi si è fatto forza ed è andato avanti. Alla fine, nel disegno, c’è il passaggio dall’Ungheria all’Austria. Si vede una sorta di barriera dove si controllano i documenti e soltanto coloro ai quali viene accordato il passaggio in Austria sono salvi. Ecco perché dopo la barriera c’è il sole”.

@marco_cesario

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