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Corbyn può dare il colpo di grazia a May (e alla soft Brexit)

Dopo il disastroso vertice Ue di Salisburgo, che ha bocciato il piano May, l’uscita del Regno Unito si presenta più caotica che mai. E se la sua linea sopravvivrà al congresso laburista lacerato dalla Brexit, Corbyn può provare a liberasi con un colpo solo del premier e dei lacci europei

Jeremy Corbyn visita la fabbrica di autobus Alexander Dennis a Falkirk, Scozia, Gran Bretagna. REUTERS / Russell Cheyne
Jeremy Corbyn visita la fabbrica di autobus Alexander Dennis a Falkirk, Scozia, Gran Bretagna. REUTERS / Russell Cheyne

Londra - A meno di sei mesi dal 29 marzo 2019, quando il Regno Unito uscirà ufficialmente dall’Unione Europea, grande è la confusione sotto il cielo britannico. Alcuni autorevoli organi d’informazione, fra cui il Financial Times e Politico, scrivono di un accordo finale quasi completo e vicinissimo ma Theresa May è tornata umiliata dal vertice europeo di Salisburgo che doveva rafforzarla in vista del Congresso dei Conservatori. È sempre più evidente che lo stallo sul confine nord-irlandese, il vero nodo gordiano fin dall’inizio dei negoziati, non è aggirabile con la proposta contenuta nel piano Chequers e ora più che mai non ci sono certezze che un accordo venga raggiunto.

Tutti gli attori principali si muovono dentro questa ambiguità e ne fanno carburante della propria macchina propagandistica. I brexiteers lanciano attacchi furibondi al piano Chequers su cui, almeno come avamposto negoziale, la May si gioca tutto. Il governo britannico alterna rassicurazioni poco credibili - «Un no deal non sarebbe la fine del mondo» - a impuntature dalla tempistica strumentale - «Gli Europei che arrivano dopo la fine del periodo di transizione non avranno alcun trattamento preferenziale» -. Da Bruxelles, invece, arrivano smentite e docce fredde ma anche segnali di disponibilità.

La diagnosi è che, davvero, il desiderio prevalente è che vinca il buon senso e si stringa un accordo ma la partita è ancora aperta e il tavolo potrebbe saltare all’ultimo. Impressione sorretta da molti segnali: i continui annunci di trasferimenti di attività di banche e società sul continente, i moniti sui rischi del no deal di Bank of England e FMI, l’attività febbrile di gruppi, lobby e movimenti anti-Brexit, fra cui la nuova iniziativa di Gina Miller, battezzata significativamente End the Chaos e lanciata a Dover la scorsa settimana.

In un’intervista di poche settimane fa, la Miller ci aveva anticipato il lancio di questa campagna, per ora focalizzata sull’urgenza di fermare Brexit e in particolare una Brexit senza accordo: al di là delle foschissime previsioni di tracollo economico, quello che la preoccupava erano le ricadute sull’integrità territoriale - Galles, Scozia e Irlanda tenterebbero sicuramente la secessione - politiche, sociali e di ordine pubblico. Ma ci aveva anche accennato ad un programma di più ampio respiro, post Brexit: un movimento politico centrista che vada a colmare il vuoto lasciato dalla polarizzazione dei due partiti principali.

Per i conservatori la sterzata a destra era stata avviata da David Cameron per riconquistare gli elettori ceduti all’Ukip ed è proseguita con la May, per mettere a tacere gli umori anti-immigrati nel proprio partito.

Quanto al Labour, dal 2015, con la sorprendente scalata di Jeremy Corbyn alla segreteria, il prtito si è spostato rapidamente su posizioni socialiste, emarginando di fatto - in Parlamento, nelle circoscrizioni elettorali e nelle amministrazioni locali - gli eredi del blairismo.

Qualcuno ha parlato di purghe interne al partito: di certo gli equilibri sono cambiati con l’ascesa di attivisti di Momentum, nato come “milizia personale” di Jez, e il recupero di centralità dei sindacati, grandi alleati di Corbyn.

Assetti nuovi e interessanti ma che, di fronte a Brexit, si rimescolano con esiti imprevedibili. Perché su Brexit la critica alla linea Corbyn, almeno nelle intenzioni, sembra unire diverse anime del partito.

Se ne saprà di più al termine del congresso del Labour, a Brighton da sabato prossimo. Lo scorso anno, il dissenso su questo tema era stato semplicemente soffocato, scomparendo da un dibattito tutto incentrato su quelli che, secondo Momentum, erano “i temi cruciali che interessavano davvero alla gente”: Nhs, servizi sociali, nazionalizzazione delle ferrovie ed edilizia pubblica. Una strategia complessivamente vincente: data la sua stessa ambiguità sull’argomento, i corbynisti non avevano interesse a dilaniare il partito su una patata bollente che, in fondo, era tutta nel campo dei Conservatori al governo.

È una strategia cara a certa sinistra, quella di sedersi sulla sponda del fiume e aspettare il cadavere del nemico. Ma nell’ultimo anno Brexit è diventato un tema ineludibile, su cui proprio i giovani, i nuovi membri che hanno preso la tessera del partito ispirati dalle idee di Corbyn, dissentono con la sua linea euroscettica e chiedono che il Labour prenda una posizione chiara e pro-Europa.

Quest’anno circa la metà delle 200 mozioni presentate è proprio su Brexit e sarà molto difficile eludere una discussione fatalmente fratricida. Il partito è diviso in tre fazioni, che riflettono grosso modo le preferenze del suo mobile elettorato.

C’è una fronda di neo-blairisti che premono per una versione di Brexit in stile Eea, quindi la più vicina possibile allo status quo, e su questo sfidano apertamente la segreteria, tanto che si è parlato anche di una possibile spaccatura verso il centro. Poi c’è anche Keir Starmer, ministro ombra per Brexit, che da mesi tenta un delicato lavoro di compromesso e di dialogo con i parlamentari remainers fra i Tories, con l’obiettivo di ottenere almeno il mantenimento dell’Unione doganale: sforzi sabotati dall’ala più di sinistra del partito, quella più euroscettica, che mira alla caduta del governo May e alla presa di Downing Street.

Da sempre, Corbyn vede l’Unione Europea non come un tentativo imperfetto di unione di popoli ma come un consesso di interessi elitari e di poteri forti. Brexit è l’occasione per liberarsi dai lacci europei, per esempio, al suo programma statalista di nazionalizzazione delle ferrovie o di aumento esponenziale della spesa pubblica.

Sul tema scottante dell’immigrazione, addirittura, i suoi obiettivi sono più vicini a quelli dei brexiteers e di Theresa May di quanto si possa immaginare: porre limiti all’arrivo dei migranti, specie se poco qualificati, soddisfa sia le pulsioni nazionaliste degli orfani dell’Ukip che l’anticapitalismo dei corbynisti, che pensano di risolvere l’impatto della globalizzazione sui diritti e sui salari dei lavoratori reintroducendo misure protezionistiche.

E quindi, almeno prima del congresso, l’obiettivo dichiarato del Labour sembra essere quello di far cadere il governo May bocciando in Parlamento l’accordo che lei spera di raggiungere con Bruxelles.

Un percorso ad ostacoli: servono non solo i voti di tutti i parlamentari laburisti, senza defezioni, ma anche quello dei tre indipendenti e di almeno dieci conservatori. Una scommessa rischiosa e anche, da un punto di osservazione esterno, politicamente irresponsabile, perché la bocciatura di un accordo così faticosamente raggiunto con l’Unione getterebbe il Regno Unito in altri mesi di caos e perché la prospettiva di un governo Corbyn terrorizza certi settori della società britannica e dell’economia globale anche più di quella di un cattivo accordo.

C’è poi, e si fa sempre più forte, la richiesta che il Labour avalli un People’s Vote, probabilmente nella forma di un secondo referendum sugli esiti della trattativa. Lo chiedono da tempo le associazioni anti-Brexit raccolte attorno ad Andrew Adonis e, dalla scorsa settimana, anche il sindaco di Londra Sadiq Khan che, una volta avuta conferma che sarà il candidato laburista alle prossime elezioni amministrative londinesi, ha gettato tutto il suo peso politico in questa richiesta di nuova consultazione popolare. Appelli generosi ma che non possono andare molto lontano senza l’appoggio di Corbyn. Che non sembra disposto ad ascoltarli, per una serie di buone ragioni.

La prima è che una seconda consultazione potrebbe finire con una conferma degli esiti del primo referendum: i dati su uno slittamento del sentimento popolare a favore del remain non sono incoraggianti e il margine appare troppo stretto per correre il rischio di una nuova sconfitta, stavolta davvero senza appello.

La seconda è che, come sempre ribadito da Corbyn e di recente dai suoi fedelissimi John McDonnell e Emily Thornberry, quello che il Labour proprio non può permettersi è dare l’idea di tradire la volontà popolare. Le conseguenze non sarebbero solo la perdita di elettori ma anche, ha spiegato McDonnell in una tesa intervista a Channel4, il rischio concreto di rigettare un certo tipo di elettorato nelle braccia di movimenti pericolosi come l’Ukip o i suoi simili, spaccando il Paese più di quanto non lo sia già.

 @permorgana

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