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Paura delle urne, e l'Europa di Macron ferma l'allargamento ai Balcani

L’avvio dei negoziati di adesione di Albania e Macedonia è stato rinviato di un anno su pressione franco-olandese, per evitare elezioni europee all’ombra dell’allargamento. Lo stop fa vacillare lo storico accordo tra Atene e Skopje. Per l’accesso sarà decisiva la gestione dei migranti

Bandiere dell'Unione europea all'esterno della sede della Commissione europea a Bruxelles. REUTERS/Yves Herman
Bandiere dell'Unione europea all'esterno della sede della Commissione europea a Bruxelles. REUTERS/Yves Herman

Bruxelles - Un anno per convincere l’Europa di esserne degni, oppure un anno per fare un passo indietro e rivolgere lo sguardo altrove per sempre. Uno spazio bianco che divide il presente di Albania e Macedonia dal futuro dell’intera regione balcanica e anche dell’Unione europea. Giovedì i ministri degli Esteri dei Ventotto hanno deciso di far slittare la data per l’avvio dei negoziati di adesione all'Ue di Tirana e Skopje al giugno del prossimo anno.

Un accordo di compromesso annunciato per dare "una chiara prospettiva europea" ai due Paesi, ma che di fatto rappresenta un momentaneo fallimento comune. Francia e Olanda, con il sostegno defilato della Danimarca, erano contrarie a dare il via ai negoziati che altri, tra cui l’Italia (da sempre sostenitrice della prospettiva di integrazione europea dei Balcani, con un occhio di riguardo per l’Albania) avrebbero voluto avviare invece subito.

Ma alla fine di due giornate di discussioni e tensioni, l’accordo, il passo coraggioso che da mesi l’Alto rappresentante Federica Mogherini, il commissario Ue all’Allargamento Johannes Hahn e il Parlamento europeo chiedevano ai Paesi Ue, non è arrivato. O meglio, come nelle migliori storie di democrazia europea, è arrivato sotto forma di compromesso. Nel testo finale licenziato dai ministri Ue, si dà mandato alla Commissione europea a proseguire con i lavori preparatori all'avvio dei negoziati.

Progressi insufficienti o campagna elettorale

La primavera europea per Tirana e Skopje è oggi più lontana di un anno. Un risultato definito da fonti diplomatiche italiane "positivo nel complesso" e "d'incoraggiamento per i due Paesi", ma che "poteva essere politicamente molto più ambizioso". Bersaglio dell'opposizione di Francia e Olanda soprattutto l'Albania. La settimana scorsa, il Parlamento dell'Aja aveva approvato a larga maggioranza una risoluzione per chiedere al proprio governo di votare contro l'apertura dei negoziati per Tirana, giudicando i risultati ottenuti dal governo albanese, in particolare sul fronte della lotta alla corruzione e alla criminalità, insufficienti a compiere un passo in direzione europea.

“Non abbiamo nulla contro di loro, ma l’allargamento dev’essere un processo basato sul merito”, riferiscono fonti diplomatiche olandesi. Tirana e Skopje, insomma, sono al momento immeritevoli anche dell’apertura delle trattative, di per sé non una garanzia di ingresso, basti pensare alla Turchia, che resta un Paese candidato ma congelato da Bruxelles a causa delle politiche repressive di Erdogan, con l’Ue che punta a diminuire del 40% le risorse pre-adesione già per il periodo 2018-2020. Una linea dura, quella olandese, condivisa con forza da Parigi.

Per la Macedonia, la bocciatura dell'asse franco-olandese era meno netta, grazie alla storica intesa siglata tra Skopje e Atene il 17 giugno sul simbolico lago di Prespa, che dà al Paese il nuovo nome di Macedonia del Nord, chiudendo una disputa trentennale. Macron però da mesi ribadisce la sua chiusura ai Balcani occidentali, e alla fine Olanda e Francia hanno accettato di scendere solo a un compromesso. Un modo velato per celare al dibattito interno il tema dell’allargamento a est, edescludere dai confini nazionali Paesi che potrebbero disturbare la campagna elettorale per le europee 2019 di Macron e Rutte, impegnati a tenere a bada gli estremisti di destra guidati da Marine Le Pen e Geert Wilders, avanguardie delle battaglie xenofobe del presente europeo.

Destabilizzazione

A Lussemburgo si è giocata una partita 26 contro 2, con Bruxelles e le altre Cancellerie europee spaventate che il ‘no’ franco-olandese riaccenda i focolari di tensioni mai spenti nella regione. I primi ad approfittare del dissolversi del sogno europeo sono i partiti interni nazionalisti anti-Ue, ma anche i conservatori più moderati, in Macedonia molto legati alla storia d’indipendenza del Paese, non restano in silenzio.

Tant’è vero che il presidente macedone Gjorgje Ivanov ha respinto in toto l'accordo con la Grecia, annunciando che non lo firmerà in alcun caso, anche dopo l’approvazione del parlamento. La Grecia ha ottenuto tutto quello che voleva, la Macedonia nulla, è il suo pensiero. «La storia della Macedonia indipendente viene cancellata. Con questo accordo si calpesta tutto ciò che è sacro per la Macedonia e si nega ai non nati il diritto a essere macedone. Ue e Nato non possono essere un alibi per concludere un accordo che divide la società invece di unirla», ha detto. Zaev, camminando sui carboni ardenti, è presto volato a Bruxelles e, accanto al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ha spiegato che a decidere il futuro dell’accordo e del Paese sarà il referendum popolare previsto in autunno. «È europeo offrire queste soluzioni» ai cittadini, ha evidenziato, ribadendo la ferma volontà «di entrare nella famiglia dei Paesi stabili e in via di sviluppo». «Non si guarda indietro», ha detto.

Migranti

Per guardare avanti, i compromessi europei potrebbero non essere finiti. «Il prossimo allargamento, che includerà la Macedonia, è un consolidamento dell'Unione europea» e i leader Ue lo completeranno «accettando i Paesi dei Balcani occidentali all'interno della loro famiglia», ha detto Zaev.

L’asso vincente potrebbe allora essere la cooperazione sulla politica migratoria di Bruxelles, proprio mentre chi fa già parte del club dell’Ue chiude porti e frontiere, proponendo nuovi “centri di sbarco” sul territorio europeo ma fuori dall’Unione. Un identikit che combacia con la rotta balcanica. Il commissario Ue alla Migrazione Dimitris Avramopoulos ha smentito l’ipotesi, ma «il nostro lavoro congiunto» nella gestione della crisi dei migranti «ha portato a risultati molto concreti sia sul piano politico che su quello operativo», ha aggiunto.

C’è un altro anno per continuare a cooperare, mentre Tirana e Skopje raccolgono le briciole di un’ambizione europea.

@raelisewin

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