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Aleksandar Vučić, il Willy Brandt dei Balcani che dice addio al Kosovo

Il Presidente serbo in un articolo ha sollecitato i connazionali a pendere atto che il Kosovo è ormai perso.

Il presidente serbo Aleksandar Vucic manda un bacio con la mano dopo il giuramento al parlamento di Belgrado, Serbia, il 31 maggio 2017. REUTERS / Marko Djurica
Il presidente serbo Aleksandar Vucic manda un bacio con la mano dopo il giuramento al parlamento di Belgrado, Serbia, il 31 maggio 2017. REUTERS / Marko Djurica

Tra i diplomatici europei, c’è chi l’ha soprannominato il Willy Brandt dei Balcani. Una promozione che il premier serbo Aleksandar Vučić si è conquistato sul campo. Chi l’avrebbe mai anche solo osato sperare, di sentir dire un giorno da un capo di governo serbo ai suoi concittadini: “Bisogna essere realisti. Non dico di cedere qualcosa, ma nemmeno possiamo continuare a sperare di riavere qualcosa che abbiamo perso molto tempo fa”.

Tutti lo sapevano, ma nessuno fino a ora aveva osato dirlo apertamente che il Kosovo per la Serbia è ormai perso. Lo è dalla guerra nei Balcani del 1999. Allora era finito sotto protezione Onu, poi nel 2008 aveva autoproclamato la propria indipendenza. Una proclamazione sostenuta da molti stati occidentali. Vučić è stato però il primo ad affermarlo chiaramente in un articolo pubblicato a fine luglio sul quotidiano Blic.

Un passo più che coraggioso, che Vučić aveva rimarcato nell’articolo, ricorrendo a un afflato quasi patetico. Nello stesso affermava, infatti, che se non fosse chiuso questo capitolo: “Lo vedrei come fallimento non solo della mia politica ma di tutta la mia vita”.

Per capire la portata della sua mossa, bisogna ovviamente aver presente che il Kosovo rappresenta per i serbi un mito, una sorta di terra promessa, per la quale è sempre valsa la pena di combattere, anche a costo della vita. I monasteri ortodossi rappresentano la culla della loro religione e cultura. Stando alla storiografia, gli albanesi qui ci arrivarono già nel 1000 a.C. Ma è nel Kosovo, precisamente nel monastero di Peć, che nel 1346 l’arcivescovo della chiesa ortodossa serba Iannonico, nominato patriarca, decise di installarsi. E ancora oggi, pur vivendo dal 1920 a Belgrado, il patriarca resta anche arcivescovo di Peć. Un altro mito è la battaglia del 1389 a Polje (Kosovo), sulla Piana dei Merli, combattuta dal re Lazar di Serbia contro gli invasori ottomani. Una battaglia non cruciale, ma che tuttora nutre il nazionalismo serbo, il quale vede nel sacrificio di quegli antenati, la lotta fino alla morte per difendere il cristianesimo. E non si tratta solo di miti coltivati dalle generazioni più anziane o dai serbi accecati dal nazionalismo. Anche parlando con studenti, assolutamente non estremisti, si comprende quanto questo retaggio del passato sia ancora presente.

Per Vučić è però giunto il tempo di voltare pagina e, forte anche del sostegno di gran parte dei serbi, ha dato il via a questo processo. Un cambio di rotta che, con la definizione chiara dei rapporti tra gli stati dell’ex Iugoslavia, potrà portare anche una maggior stabilità e normalità nell’area balcanica.

Attualmente, spiega un articolo del quotidiano austriaco der Standard, i bosniaci non possono andare in Kosovo e viceversa, perché la Bosnia Erzegovina fino a oggi non ha riconosciuto la sua indipendenza.

Non agire, aveva proseguito Vučić nell’articolo, equivarrebbe a “un crimine della storia”. Una mossa ovviamente anche strategica, che gli apre un ampio spazio di azione. Vučić, che da sempre lavora per far entrare il suo paese nell’Ue, sa che senza la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo, non vi potrà però essere questo ingresso.

Un passo dunque importante, per quanto non risolutivo. Resta infatti il problema del preambolo della Costituzione serba, preambolo attraverso il quale viene sancito che il Kosovo è parte integrande della Serbia. E non sarà cosa semplice modificarlo, perché richiederebbe il voto a favore di due terzi del parlamento serbo e un referendum che lo approvi. Una maggioranza che non c’è e anche in un prossimo futuro difficilmente ci sarà. L’unica soluzione possibile, annota sempre der Standard, sarebbe quella di un trattato tra i due stati, simile a quello sottoscritto nel 1972 tra la Repubblica Federale Tedesca e la Repubblica Democratica Tedesca. E’ vero che il governo di Bonn (ai tempi capitale della Germania occidentale) non aveva riconosciuto de iure la Ddr, in compenso l’aveva riconosciuta nei fatti. Una soluzione simile tra Belgrado e Pristina permetterebbe inoltre al Kosovo di entrare a far parte delle organizzazioni internazionali, una possibilità sino a oggi bloccata da Belgrado.

Con questo passo Vučić, che da tempo viene corteggiato da Bruxelles e Berlino, si è definitivamente posizionato come uomo d’azione e politico pro-Occidente. Ciò nonostante, come molti altri politici e intellettuali, quando lui scrive che i serbi non avrebbero compreso la forza e le motivazioni degli albanesi, finisce per inquadrare il problema innanzitutto in termini etnici. Il che dimostra che la politica sui Balcani continua a perseguire l’idea di stati sovrani etnicamente omogenei. Una visione che non renderà semplici i dialoghi per superare lo status quo.

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