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Austria solidale: a Vienna il ristorante dell'Amicizia

Hiba a’Najjar, capelli scuri, carnagione olivastra ha 29 anni, anche se ne dimostra molti di meno, viene da Damasco ed è lo chef per la cucina vegana. Hiba ci sa fare in cucina, anche se ha studiato tutt’altro. “Mi sono laureata in archeologia, avevo iniziato uno studio in psicologia. Ma poi è c’è stata la guerra, hanno iniziato a piovere le bombe sul paese, così nel 2012 sono fuggita”.

E’ fuggita solo lei, i genitori sono rimasti a Damasco. Hiba si è rifugiata nel vicino Libano. A Beirut ha lavorato in un ristorante, ma la paga era troppo bassa per mantenersi e poi, anche lì non si sentiva al sicuro. “Troppi contrasti tra le varie etnie e religioni” dice. E allora di nuovo si è messa in cammino, questa volta con l’obiettivo di arrivare in Europa. Dalla Turchia si è imbarcata su un barcone per la Grecia e da lì è giunta, come centinaia di migliaia di al

tri profughi e migranti, l’anno scorso in Austria, a Vienna. Oggi ha un suo appartamento in un distretto periferico in una casa bifamiliare ed è contenta. Contenta lo è soprattutto perché ha trovato un impiego, e non in un posto qualsiasi ma nel Habibi & Hawara, a cinque minuti dal duomo di Santo Stefano, attualmente il locale più preso d’assalto a Vienna. Per prenotare un tavolo bisogna aspettare anche due settimane. Un’attesa che non è determinata dalla esclusività, o meglio, esclusivo il ristorante lo è, ma non perché brilla, luccica e ci si lascia il portafoglio. Lo è per il concetto su cui si fonda e che il nome riassume benissimo: habibi in arabo e hawara (hāvēr) in ebraico, significano entrambi amico.

Ed è l’amicizia su cui si fonda  l'Habibi & Hawara aperto lo scorso 5 maggio: il ristorante vuole essere luogo di incontro tra le diverse culture e al tempo stesso strumento attivo per l’integrazione dei nuovi arrivati. Anzi, il locale è nato per loro. Delle venti persone che qui lavorano in cucina, come camerieri e baristi, l’ottanta per cento è arrivato recentemente via rotta balcanica o mediterranea, ancora più pericolosa. Tutti hanno ottenuto diritto di asilo o di protezione sussidiaria. “L’idea di aprire un locale che desse opportunità di lavoro a queste persone ci è venuta l’estate scorsa, quando a Vienna arrivavano uno dopo l’altro treni

strapieni di profughi” racconta Katharina Schinkinger, una delle promotrici. “Ci siamo chiesti cosa potevamo fare per non esprimere solo solidarietà su facebook ma dare un aiuto concreto. Da qui il nostro motto “hosting instead of posting”, ospitare e non solo postare su facebook. E’ così è stato organizzato fine estate scorsa nella tenuta poco fuori Vienna Stadtflucht Bergmühle, un microcosmo del dolce far niente, salvo mangiare e rilassarsi nel verde, l’evento “hostenstattposten” al quale sono stati invitati 1500 profughi da poco giunti in città, per una giornata diversa. E visto che da cosa nasce cosa è venuta l’idea di aprire un locale dove i nuovi arrivati potessero lavorare.

Detto fatto, verrebbe da dire, visto che in meno di sei mesi il locale ha aperto. L’ingresso è gradevolmente spartano con alti tavoli di legno, sedie trespolo e un bancone dietro al quale un simpatico ragazzo afghano chiede, in un tedesco nemmeno stentato se può offrire qualcosa.

Attraversato un corridoio si entra in una grande sala con una volta in vetro e un grande quadro nel quale è raffigurato un paesaggio montano afghano che però potrebbe essere benissimo anche un paesaggio alpino austriaco. Le sedie e i tavoli di legno hanno i piani colorati. In tutto ci sono 120 coperti, più 30 all’aperto. “Per l’arredamento abbiamo usato gran parte del mobilio del vecchio Gasthaus (trattoria) che c’era qui prima. L’abbiamo solo risistemato e colorato”. Attorno ai 100mila euro sono stati investiti. Una parte è arrivata da fondi europei il resto da generose donazioni di 10 mila euro alla volta. Tra i benefattori ci sono molti personaggi noti in città, come i Mayer-Henisch, la dinastia delle calzature, e Christian Konrad, ex capo dell’ufficio legale della banca Raiffeisen, oggi coordinatore dei centri di accoglienza profughi. 

Come detto, gran parte del personale non è austriaco. Oltre ai siriani ci sono iraniani, iracheni, afghani. E altrettanto variegata è per questo la cucina. Ovviamente orientale, dove ognuno dei cuochi e non solo prepara anche i suoi piatti del cuore. “E grazie al fatto di non dover più ciondolare attraverso le giornate, ma di avere qualcosa di utile da fare, ci mettono tutti entusiasmo e anima” osserva Schinkinger. Tre quarti del menu è composto da specialità levantine, tipo la meze (antispasto), l’hummus, il baba-ganoush e il meno noto mlauch a base di verdure. I piatti principali comprendono agnello o pesce. Per chi vuole, c’è però anche un menu vegano. A preparare questi piatti è Hiba, lei stessa vegana. Dopo l’excursus culinario principale, mediterraneo-levantino, per il dessert si torna in Austria con alcuni dolci tipici come il Kaiserschmarrn.

Hiba ha trovato lavoro qui grazie al diaconato. Altri suoi colleghi invece sono stati mandati dall’ufficio di collocamento, oppure hanno partecipato all’iniziativa promossa da uno dei top gastronomi della città David Kreytenberg. Suo il ristorante “Die Liebe”  posto all’interno del mercato coperto Marktwirtschaft e regno del rinomato chef Alfred Schoch. Dal 7 al 31 gennaio ha Kreytenberg ha messo a disposizione lo spazio pop up confinante con “Die Lieb

e”, e li a fare pratica e a preparare la cena erano i rifugiati siriani. Perché l’integrazione avviene attraverso la lingua, ma anche attraverso un mestiere che si sa già fare o che si impara. E questo è uno dei pilastri sui quali si basa il progetto Habibi & Hawara. “Noi non facciamo elemosina, che serve poco o nulla” dice Schinkinger. “Il locale è un progetto di business con la finalità di far lavorare queste persone e in futuro farle diventare a loro volta piccoli imprenditore o ristoratori”. Se così sarà si vedrà. Intanto in soli due mesi il ristorante ha conquistato il cuore dei viennesi. Il settimanale austriaco profil, l’ha già incoronato il locale più innovativo ed alternativo dell’anno. E, cosa non di poco conto, se si considera il seguito che ha il partito nazionalpopulista austriaco Fpö (il quale per un soffio

ha mancato di vedere il proprio candidato eletto capo di Stato): “Fino a oggi non c’è stato un posting xenofobo o aggressivo nei nostri confronti” annota Schikinger. Forse a volte basta veramente solo far incontrare le persone per allentare paure e tensioni.

@affaticati

 

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