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Balcani: terra di confine, patchwork di etnie. Intervista a Francesco Martino

“I Balcani – sostenne Winston Churchill, – producono più storia di quanta ne consumino”.  Le controverse vicende che hanno coinvolto parte importante dell’Est Europa rivelano una realtà magmatica. Spiegare la complessità di questa macro-regione richiede, dunque, lo sforzo di un’analisi sensibile alla percezione del mutamento generato dall’incessante scansione degli eventi storici e dal radicamento della tradizione religiosa, etnica, linguistica, che ne costituiscono la natura.

Persone sedute in cima ad una scala osservano le celebrazioni per l'ottavo anniversario della dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Pristina, 17 febbraio 2016. REUTERS / Marko Djurica
Persone sedute in cima ad una scala osservano le celebrazioni per l'ottavo anniversario della dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Pristina, 17 febbraio 2016. REUTERS / Marko Djurica

“Balcanizzare” il panorama socio-politico di quest’area significa incappare in un grave errore di semplificazione, assumendo, come sola giustificazione del perenne clima di tensione, la polarizzazione etnico-religiosa della regione balcanica. Vista al suo interno, la costante ricerca "dell’elemento su cui si è innestata l’identità etnico-politica di questi paesi", muove da una motivazione, spiega Francesco Martino, giornalista, corrispondente dalla Bulgaria per il think thank Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa, che è posta in termini di rapporti di forza endogeni. "Una questione innanzitutto politica", appunto. Nucleo di questa conversazione, è chiarire le difficoltà incontrate dalle ex repubbliche jugoslave nel raggiungimento di una “prospettiva inclusiva” interna, nella regione, ed esterna, rivolta al progetto europeo. "Rimane il fatto che nei Balcani, l’ingresso nell’Unione europea resta fuori discussione: un obiettivo di medio-lungo termine cui non si contrappongono alternative, nonostante le tante difficoltà e momenti di crisi".

La storia dei Balcani è densa, eterogenea e affascinante, sia pure di difficile interpretazione. Risulta tuttavia scarso l’interesse e l’analisi di queste realtà da parte dei principali media occidentali che ne danno una lettura incompleta al pubblico. Come si spiega questa disattenzione?

Oggi i Balcani rappresentano nell’immaginario del pubblico un insieme di paesi guidati da leadership occidentali: l’importanza di questa area da un punto di vista geografico incontra, al contrario, la disattenzione dei principali media, non solo in Italia e in Europa, che ne danno un racconto spesso parziale e basato su eventi sporadici. C’è un certo strabismo che vede i Balcani al centro dell’attenzione solo nei momenti di crisi, fasi abbastanza ricorrenti e periodiche, mentre nei momenti “di calma” la regione viene fortemente marginalizzata dai mezzi d’informazione occidentali, proprio quando, invece, ci sarebbe più bisogno di una contestualizzazione più ampia. Ritengo che per avere un approccio costruttivo e di lungo periodo su quest’area sia necessario partire da uno scambio d’informazioni maggiore, cosa che al momento non avviene con regolarità.

Ci sono esempi di paesi balcanici che, più di altri, si sono dimostrati virtuosi nella volontà di costruire un legame saldo e sinergico con “l’altra” Europa?

In questi anni, i Balcani hanno giocato il ruolo di “cartina di tornasole” del progetto europeo. Momenti di crisi e momenti di forza del progetto europeo sono stati scanditi dalla capacità di portare avanti una prospettiva di allargamento alla regione balcanica. Una promessa, prima di tutto, fatta durante il summit di Salonicco nel 2003. In questo incontro è stata prospettata l’inclusione completa di tutti i paesi dell’area balcanica che, ad oggi, ha avuto un riscontro solamente parziale. Alcuni paesi sono membri a pieno titolo dell’Unione europea: la Croazia così come la Bulgaria e la Romania; altri sono candidati alla membership, come la Serbia e il Montenegro; alcuni, per esempio la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo, non hanno nemmeno la status di paesi candidati per entrare a far parte dell’Ue. Sicuramente gli stati che sono riusciti ad entrare nell’Unione europea hanno tratto grandi benefici in termini di sicurezza e sviluppo economico, mi riferisco in particolare alla Bulgaria e alla Croazia.  Sia per chi è già dentro, sia per chi ha fatto domanda per diventare Paese-membro, l’Unione europea resta centrale negli obiettivi regionali. Nello specifico, la Serbia che, da un punto di vista delle alleanze militari, si dichiara neutralista, sostenendo di non voler entrare a far parte della NATO e conservando legami molto stretti di collaborazione con la Russia, da alcuni anni manifesta la volontà di agganciarsi, sia pure in modo non assoluto, al “treno” euro-atlantico, ponendo anch’essa l’ingresso nell’Ue come una priorità. Oggi la situazione nei Balcani mostra una generale convergenza verso il raggiungimento di un’integrazione futura nell’Unione europea.

Il vertice di Trieste dello scorso 12 Luglio può far segnare un ulteriore passo in avanti nelle relazioni politiche ed economiche tra l’Unione europea e gli stati balcanici? E’ un segnale positivo nell’avanzamento del cosiddetto “processo di Berlino”, l’apertura politico-economica voluta dalla Germania per il Sud-Est europeo?

Sulla questione occorre fare chiarezza. Sostanzialmente, l’Unione europea in questo momento ha sospeso le prospettive d’inclusione di questi paesi. Il “processo di Berlino” è nato in questo contesto per continuare a tenere agganciati i paesi della regione balcanica. Si discute molto a livello europeo e non soltanto regionale, della possibilità di un’Europa “a più velocità”, dove la stessa membership assuma un valore differente rispetto al passato. Il “processo di Berlino” ha un fondo di ambiguità rispetto ai suoi fini: vuole essere un insieme di iniziative che hanno come obiettivo finale quello di avvicinare i paesi balcanici all’Unione europea oppure un processo alternativo, di natura progressiva, che non consegua il raggiungimento di un’inclusione a pieno titolo? Questo punto interrogativo non è stato sciolto. Si può notare che, ad oggi, vi sono proposte di politiche regionali che non hanno come finalità l’allargamento della membership ai paesi dell’area balcanica.

La distanza tra Bruxelles e i Balcani si è improvvisamente ridotta con l’incremento dei flussi migratori ad Est che, a partire dalla Grecia, hanno coinvolto molti paesi situati lungo la “rotta balcanica”.  Una problematica comune che ha rivelato l’incapacità dell’Unione europea di trovare una soluzione efficace e condivisa. Come è stata percepita, tra la popolazione balcanica, questa situazione?

Per quanto riguarda la popolazione, gli umori sono stati fortemente condizionati dall’atteggiamento dei vari governi nazionali: i Paesi dell’area già membri dell’Unione europea hanno faticato, più degli altri, nella gestione sia della crisi in sé sia nel rapporto con l’opinione pubblica. Gli stati membri dell’Ue, in particolare, sono firmatari degli accordi di Dublino e quindi sono vincolati a farsi carico dei flussi in transito sul proprio territorio. La Bulgaria è un caso evidente di comunicazione politica basata soprattutto sulla paura, alimentata dal pericolo di una permanenza sul territorio bulgaro di gran parte dei migranti. Altri paesi, come la Serbia, hanno vissuto questo fenomeno come un problema di sicurezza e di difficoltà di fronte ad una crisi umanitaria, con la consapevolezza però di dover gestire un flusso in transito, adottando quindi decisioni che favorissero il rapido attraversamento dei migranti sul territorio nazionale per fare in modo che questi raggiungessero, nel più breve tempo possibile, le rispettive destinazioni finali, solitamente Austria, Germania ed Europa del Nord.

A livello macro-regionale, nell’Europa dell’Est, si assiste ad una progressiva saldatura tra vecchie e mai sopite rivendicazioni nazionaliste cariche di odio e intolleranza etnica e una retorica populista dai toni aggressivi. La figura di Viktor Orbán in Ungheria esemplifica questa pericolosa convergenza. Qual è il quadro politico nei Balcani?

Sicuramente è un fenomeno molto sfaccettato. Parlerei di una nazionalismo balcanico che si presenta sotto differenti aspetti: i paesi dell’area che ancora non fanno parte dell’Unione europea non si sono spinti sulla strada dell’anti-europeismo, rivendicando spesso l’identità europea nei momenti di maggiore marginalizzazione. Esclusione si può riscontrare nei confronti dei “nuovi arrivati”, in particolare i migranti. Bisogna tenere presente che i Balcani non sono stati interessati, perlomeno in tempi recenti, da ondate migratorie interne piuttosto hanno visto gran parte della popolazione emigrare fuori dalla regione.  Un fenomeno che proprio per la sua novità risulta di difficile gestione e che vede risposte politiche ancora in fase di definizione. La differenza tra l’Ungheria, Paese membro dell’Ue, politicamente forte, che sente di poter “battere i pugni sul tavolo” in Europa e i paesi balcanici, ad oggi, è proprio questa: molti governi della regione utilizzano in modo strumentale il linguaggio delle istituzioni europee per rendere il loro discorso politico accettabile agli occhi dell’opinione pubblica. Si presenta, dunque, un equilibrio difficile.

Lo scorso Marzo, molti intellettuali bosniaci, serbi e croati hanno firmato a Sarajevo una Dichiarazione nella quale affermano l’importanza di una lingua comune per voltare pagina, in modo definitivo, rispetto alle contrapposizioni sorte negli anni ’90 tra le ex-repubbliche sovietiche. Un passo importante per superare le differenze del passato.

La lingua comune è stata uno dei temi che ha accompagnato la dissoluzione della Jugoslavia. Una questione innanzitutto politica: durante la guerre balcaniche negli anni ’90, la lingua degli slavi del Sud era il serbo-croato o croato-serbo. Quando in seguito le politiche nazionaliste hanno portato alla disgregazione della Jugoslavia, ognuno degli stati sorti dalle sue ceneri ha rivendicato una propria lingua, unica e diversa da quella dei paesi vicini. Sono nati così il serbo, il croato, il montenegrino e il bosniaco come lingue separate: resta il fatto che tutte sono intellegibili tra loro. Tra gli intellettuali più che tra i politici e, in generale, nel mondo della cultura si è ribadito ulteriormente, a seguito di diverse dichiarazioni, che si fa riferimento ad un’unica lingua che presenta delle varianti regionali. Da un punto di vista scientifico, questa è una realtà di certo non nuova e assodata; sotto il profilo politico, la lingua apre una questione oggetto di discussione, visto che l’esistenza di più lingue separate ed uniche nella loro specificità è l’elemento su cui si è innestata l’identità etnico-politica di questi paesi. Un discorso che tocca due direzioni parallele.

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