Albania e Macedonia hanno avuto luce verde da Bruxelles per avviare i trattati di adesione. Nei piani di Mogherini, saranno i capofila del nuovo allargamento a est. Ma alla vigilia del vertice Ue-Balcani Occidentali, cresce il fronte dei diffidenti, capeggiato da Francia e Germania 

Un soldato Eufor di fronte alle bandiere della Bosnia ed Erzegovina e dell'Unione Europea durante la cerimonia del cambio di comando a Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina il 28 marzo 2017. REUTERS / Dado Ruvic
Un soldato Eufor di fronte alle bandiere della Bosnia ed Erzegovina e dell'Unione Europea durante la cerimonia del cambio di comando a Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina il 28 marzo 2017. REUTERS / Dado Ruvic

Bruxelles - Per alcuni sono una parte mancante del puzzle europeo, per altri una polveriera da sottrarre alle mani russe e turche, per altri ancora qualcosa da ripudiare. Alla vigilia del summit tra Unione europea e Balcani occidentali, in programma a Sofia il 17 maggio, i sei Paesi della regione balcanica proseguono la loro corsa verso l’Unione, ma restano una regione verso cui diffidenza e indifferenza la fanno da padrona per la maggioranza dei Ventotto, con Francia, Spagna e Germania in testa.


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Il ‘pacchetto allargamento’ e il sì per Albania e Fyrom

Di recente, dal fronte europeo sono arrivate buone notizie per Albania ed ex repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom), che, secondo Bruxelles, meritano di entrare nell'Unione. Il 17 aprile scorso, approvando il rapporto annuale sull'allargamento, l'esecutivo Ue ha dato luce verde all'avvio dei negoziati di adesione per Tirana e Skopje, con la decisione finale che spetta a giugno ai capi di Stato e di governo dei Paesi Ue.

«Dico sempre che all’Europa manca un tassello: i Balcani sono Europa e saranno parte dell'Ue nel futuro, è una questione di interessi e responsabilità condivise, a beneficio di tutti i cittadini», ha detto l'Alto rappresentante Federica Mogherini, che ha lavorato fino all'ultimo momento, anche durante la riunione dei commissari europei, per raggiungere l'ok non scontato sull'Albania. 

A convincere Bruxelles, sono stati i passi avanti compiuti da Tirana in particolare nelle riforme della pubblica amministrazione e della giustizia. La voce europea però si fa critica su molti altri aspetti che riguardano la crescita e lo sviluppo dei sei Paesi balcanici. A partire da Montenegro e Serbia, già impegnati nei delicati negoziati con l’Ue.

Se a Podgorica - è l’opinione della Commissione Ue - «la scena politica resta frammentata e segnata dalla mancanza di dialogo», per Belgrado l’adesione sarà impossibile se non si trova un accordo nel dialogo con Pristina, che a sua volta è solamente «a uno stadio iniziale» delle riforme in tutte le aree chiave, con un sistema giudiziario «ancora vulnerabile a causa dell’indebita influenza politica»; mentre nel cammino di Sarajevo, invece, «i ritardi continuano a essere molti». E se al summit formalmente si discuterà di connettività, a margine si lavorerà sulle dispute più ardue, tra cui quella sul nome tra Fyrom e Grecia.

I contrari

Al prossimo Consiglio di giugno certamente i leader dell’Ue si presenteranno divisi, e non solamente sulle raccomandazioni per Tirana e Skopje. Francia e Germania rappresentano gli ossi più duri, ma allargando la prospettiva europea anche a Kosovo e Bosnia, il club dei contrari conta molti iscritti tra le sue fila.

Il primo a frenare sul futuro della regione è il presidente francese, Emmanuel Macron: «Vorrei che sui Balcani occidentali si portassero avanti due linee: da una parte la volontà di mantenere legati questi Paesi all'Europa, e dall'altra una profonda riforma dell'Unione, che non può proseguire domani con le stesse regole» di oggi, ha detto davanti alla plenaria del parlamento europeo a Strasburgo nello stesso giorno in cui si aprivano piano le porte per Albania e Fyrom. Il rischio, secondo Macron, è che l'Unione europea a 32 (e, con Kosovo e Bosnia, a 34) «funzioni con difficoltà e che i Balcani si aprano alla deriva verso la Russia e la Turchia».

Negativo anche l’ex ministro degli Interni tedesco, Thomas de Maizière, che – ancora in carica – lo scorso marzo ha espresso il suo «no, grazie» alla possibile data del 2025 paventata da Bruxelles per l’adesione di Montenegro e Serbia: «Non ritengo che questa sia la strada da seguire», ha detto, spiegando che l’unica valutazione da fare per l’allargamento dell’Unione è «che gli Stati che vogliono entrare soddisfino le condizioni per farlo, e solo allora si può decidere se accettarli in Europa».

Ma la lista non termina qui: il premier spagnolo Mariano Rajoy non parteciperà al summit di giovedì a Sofia a causa della presenza del Kosovo, del quale Madrid non riconosce l'indipendenza dalla Serbia, proclamata il 17 febbraio 2008. Se l’assenza di Rajoy sarà confermata nelle prossime ore, non si tratterebbe della prima volta che il premier spagnolo oppone un rifiuto categorico a sedersi allo stesso tavolo, a parlare o a farsi fotografare con il presidente kosovaro Hashim Thaci o altri rappresentanti di Pristina. Insieme alla Spagna, anche Grecia, Romania, Cipro e Slovacchia non riconoscono l'indipendenza del Kosovo, né mostrano alcun segnale di volerlo fare in un prossimo futuro.

Questione di sfide

I rischi nella regione sono molti, ripete da mesi il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, «dall'infiltrazione del terrorismo e il ritorno di molti foreign fighter in Kosovo, al tentativo di snaturare l'Islam in Bosnia-Erzegovina, con l'arrivo di molti jihadisti che puntano a cambiare la situazione di dialogo interreligioso e pacifica convivenza tra cristiani e musulmani».

È una questione di «sfide» e di «evoluzione futura» dell'Unione, ribadisce però Mogherini, precisando che negli ultimi tre anni i risultati osservati da Bruxelles nella regione «erano considerati impossibili all'inizio del mandato». In visita a Skopje, l’Alto rappresentante ha paragonato il lavoro d’integrazione europea a un videogioco: «L’importante - ha detto - è raggiungere il livello successivo e ottenere punti extra»: livello dopo livello, «le sfide aumentano, ma più i Balcani si concentrano e più possono ottenere risultati positivi. Il vero premio in questo esercizio, in questo gioco, che è tutto fuorché un gioco, è il miglioramento della vita dei cittadini».

@raelisewin

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