Democracia Ya! A Barcellona rispuntano gli Indignados

Il referendum catalano e la repressione di Madrid hanno unito la piazza nel grido di richiesta di democrazia. Intervista a Francesca Bria, assessore al comune di Barcellona, unica straniera nella squadra di governo del sindaco Colau.

Manifestanti a Barcellona dopo il referendum del 1 ottobre. REUTERS/Yves Herman
Manifestanti a Barcellona dopo il referendum del 1 ottobre. REUTERS/Yves Herman

“Da quando vivo a Barcellona, non mi ricordo di aver mai visto così tante persone in piazza”, racconta a eastwest.eu Francesca Bria. Tra le settecentomila persone che si sono radunate martedì per protestare contro le violenze della polizia spagnola c’era anche lei, assessore alla tecnologia e all’innovazione al comune di Barcellona, unica straniera (italiana, più precisamente romana) nella squadra di governo del sindaco Ada Colau, del partito Podemos.  

“Lo sciopero si è trasformato in una manifestazione per la democrazia e i diritti di base dei catalani” dice, parlando da una delle strade della protesta. “Intorno a me si grida: “Meno polizia, più educazione.” Non la chiamerei una manifestazione indipendentista. Si avverte l’unità del popolo catalano che va al di là del referendum. È come se la Catalogna avesse detto: noi abbiamo il diritto di decidere del nostro futuro e la Spagna deve rispettarci. Quello che sento dalla strada è: “Vogliamo la democrazia”. 

Qual è stata la risposta del comune di Barcellona allo sciopero generale?

Come comune di Barcellona abbiamo aderito allo sciopero generale. Abbiamo chiuso gli uffici pubblici e offerto il sostegno legale a tutti i feriti dai disordini dell’1 ottobre che vogliono sporgere denuncia anche a livello internazionale. Abbiamo sentito i sindaci di altre città spagnole, dalla Galizia ai Paesi Baschi. Lo sciopero non riguarda soltanto la questione catalana, bensì i comuni dell’autonomia regionale e soprattutto la democrazia del Paese. Siamo di fronte a una crisi dello Stato. 

Il comune di Barcellona, si è trovato sin dall’inizio in una posizione delicatissima, schiacciato fra il governo spagnolo e il governo autonomo di Catalogna. Ma il sindaco Ada Colau è stata durissima nei confronti del primo ministro spagnolo Rajoy, definito “codardo” per aver “inondato di poliziotti” Barcellona. Che posizione ha preso Podemos ora?

Essere schiacciati oggi politicamente mi sembra sia l’unica posizione di buonsenso. Sin dall’inizio, sia Ada Colau che gli altri rappresentanti di Podemos hanno dichiarato che bisogna trovare una soluzione politica all’attuale crisi. Dunque un referendum con garanzie democratiche che permetterebbe al popolo catalano di esprimersi in maniera pacifica. Bisognerà arrivare ad un confronto politico chiaro chiedendo le dimissioni di Rajoy. Un referendum del genere è plausibile soltanto se si crea una nuova maggioranza politica. Quello che chiede Podemos ora è una presa di posizione netta del Partito Socialista e che si presenti una mozione di sfiducia nei confronti del governo di Rajoy per quello che è avvenuto. Il leader di Podemos Pablo Iglesias ha lanciato per mercoledì, nel Congresso di Madrid, una riunione con tutte le forze politiche che vi hanno aderito, per una proposta politica della risoluzione della crisi catalana. 

Socialisti, Podemos e Partito nazionalista chiedono una riforma costituzionale in modo che si possa organizzare un referendum democraticamente credibile.  È  ancora una strada valida da percorrere, vista l’imminente dichiarazione unilaterale di indipendenza annunciata dal presidente della Generalitat Puigdemont?   

Qui in Catalogna è possibile che avvenga una dichiarazione unilaterale di indipendenza, ma questo lo sapremo soltanto dopo la riunione del governo catalano. Ada Colau è stata chiarissima in tal senso, ci auguriamo che questa dichiarazione non avvenga. Perché le conseguenze sono evidenti: l'attuazione dell’articolo 155 e la sospensione dell’autonomia catalana, che potrebbe provocare anche l’arresto di Puigdemont. Questo sarebbe davvero un dramma.

Non dobbiamo dimenticare inoltre quanto è accaduto dal 2011: la mobilitazione degli Indignados e la creazione di nuovi partiti, tra cui Podemos e Ciudadanos, che hanno portato alla rottura del bipartitismo in Spagna. La nostra sindaca Ada Colau ad esempio rappresentava in primo luogo gli “hipotecados” ovvero coloro che all’epoca non potevano pagare il mutuo della casa. Da questa grossa crisi sociale è nata davvero una nuova Spagna con delle città che oggi sono governate dai sindaci del cambiamento, con la loro grande rete di politica sociale. Ora l’intento è di mettere in minoranza il Partito Popolare di fronte a questa crisi di stato che esplode con la crisi Catalana e realizzare un nuovo cambiamento politico in Spagna. Noi qui siamo al governo in coalizione con il Partito Socialista e quello che sta accadendo apre la necessità per un nuovo dialogo politico fra i partiti al governo oggi.

Dunque si avverte ancora l’eredità degli Indignados nella Barcellona scesa per strada?

Sì, credo che si sia creata una grossa convergenza con quello che è stato questo movimento di protesta sociale. Non ci dobbiamo dimenticare che la parola d’ordine del movimento Indignados era Democracia Ya, lo stesso che anche oggi sentiamo nella piazza di Barcellona: vogliamo più democrazia.

Il movimento separatista catalano trova radici nella borghesia catalana e uno sbocco in primo tempo soprattutto a destra. Da questo punto di vista quanto è lontano dalla linea politica del sindaco Ada Colau e di Podemos?

Del movimento indipendentista oggi fa parte anche un partito di sinistra radicato e rappresentativo della Catalogna rurale e del movimento operaio. Qui bisogna tenere conto che il 75% dei catalani oggi sono per il referendum. Dunque c’è stata una grande crescita indipendentista nel corso degli anni. La gente vuole decidere e vuole un referendum. Si tratta di un movimento trasversale alla società e non riguarda soltanto le élite e la borghesia. Lo sciopero generale di oggi è stato organizzato dai movimenti più popolari. C’è stata una partecipazione molto forte dei quartieri popolari della Catalogna

Prima del referendum di domenica il sindaco di Barcellona ha chiesto la mediazione della Commissione europea che non si è espressa fino a lunedì, quando il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha definito il referendum "illegale" ma ha aggiunto che gli avvenimenti in Catalogna sono questioni interne del Paese, invitando "tutti gli attori rilevanti a muoversi rapidamente dallo scontro verso il dialogo". Come viene vista l’UE in queste ore a Barcellona?

Barcellona è una città assolutamente internazionale e aperta. Le bandiere sono di Barcellona ma la parola d’ordine è integrazione verso gli immigrati. Qui a Barcellona l’integrazione e la coesistenza fra le persone sono le parole d’ordine. L’élite politica di questa città è europeista e subito si è appellata all’Unione Europea chiedendole di riconoscere la Catalogna. Un atteggiamento molto diverso di quello che abbiamo visto con la Brexit.  

@MarinaLalovic

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

banner fest sidebarbanner fest unicredit

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA
GUALA