Identitarismo e insicurezza ispirano il voto in una delle regioni più ricche d’Europa. Domenica i cristiano-sociali vanno incontro al risultato peggiore dal 1950. E un exploit dei Verdi potrebbe spingerli verso una svolta centrista, che avrebbe conseguenze sia a Berlino che a Bruxelles

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Persone in abiti tradizionali bavaresi. REUTERS/Michaela Rehle

Monaco di Baviera - “Franz Josef Strauß voterebbe Afd”, questo è solo uno degli slogan dei sostenitori della destra identitaria tedesca in occasione delle elezioni dello Stato Libero di Baviera. Il fatto che nello scontro elettorale sia stato evocato lo spirito di Strauß, storico presidente della Csu e monarca-demiurgo della trasformazione bavarese da regione agricola a ricco player industriale, dimostra quanto le prossime consultazioni siano cruciali per il futuro politico e sociale della Baviera. Non a caso, ai provocatori cartelli pro-Afd ha velocemente risposto la figlia dello stesso Strauß, dichiarando che mai e poi mai suo padre si sarebbe schierato con i populisti-nazionalisti.


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Una cosa è certa: fu proprio Strauß ad ammonire che per il bene della Germania nessun partito si sarebbe dovuto mai affermare alla destra dei cristiano-democratici e dei cristiano-sociali. La storia recente, come si sa, è andata diversamente, con l’entrata di Alternative für Deutschland nel Bundestag, esattamente un anno fa. Ora, Afd entrerà anche nel parlamento regionale della Baviera: un’ennesima svolta politica, che potrà contribuire a definire il destino del governo Merkel, notoriamente sempre più indebolito (ma non ancora finito).

Più complessivamente, le elezioni di domenica daranno nuova forma al ruolo della Baviera nei tumultuosi equilibri intra-europei, dove il Land tedesco-meridionale è da tempo centrale per la sua funzione di dominante cerniera tra nord e sud dell’Europa (basti pensare ai rapporti con la filiera produttiva dell’Italia settentrionale).

Lo storico monopolio Csu è sempre più eroso da destra

Gli ultimi sondaggi sulla Baviera danno i populisti di Alternative für Deutschland intorno (o sopra) al 10%. Quasi inutile aggiungere che gran parte di questi voti verranno sottratti proprio alla Csu, i cristiano-sociali uniti, alleati bavaresi della Cdu nazionale e forza politica che monopolizza la governance regionale da decenni. Dal 1957 fino a oggi, i cristiano-sociali hanno mancato solo due volte la maggioranza assoluta dei seggi del Landtag bavarese, mentre la presidenza del governo del Land è loro esclusiva da 61 anni consecutivi. Per questa domenica, però, i cristiano-sociali rischiano di raccogliere solo un desolante 35-38%: ancora sufficiente a non perdere la presidenza, ma pur sempre una caduta libera in confronto al 47,7% delle elezioni regionali del 2013. Se i sondaggi saranno confermati, per la Csu si tratterebbe del peggior risultato elettorale dal 1950 a oggi.

Di fronte al disastro imminente, Horst Seehofer (attuale ministro degli Interni del governo Merkel e a capo dei cristiano-sociali) continua a scontrarsi con il suo compagno di partito Markus Söder (presidente della Baviera in carica e candidato ufficiale alla riconferma). Le accuse reciproche all’interno della Csu sono sempre più nervose, mentre la narrativa dominante incolpa da tempo le politiche nazionali dell’alleata-leader Angela Merkel, a partire dalle sue scelte nel campo dell’immigrazione. Il 44% dell’elettorato bavarese, infatti, continua a mettere l’immigrazione al primo posto tra le proprie preoccupazioni elettorali.

La Baviera vanta una disoccupazione ai minimi storici, il secondo Pil della Repubblica Federale e uno degli standard di vita più alti di tutta Europa. Nella regione non esiste quindi quella povertà diffusa che favorisce l’etnicizzazione dell’insoddisfazione sociale tipica di altre aree della Germania. Da dove nasce, allora, la preoccupazione dei bavaresi sul tema immigrazione? Le risposte sono sostanzialmente due: sicurezza e identità. Come Land di confine, è chiaro che la Baviera si sia trovata in prima linea durante le cosiddette crisi dei migranti (tanto da aver più volte provocatoriamente sbandierato le iniziative della propria polizia di frontiera). Il tema della sicurezza interna, inoltre, continua a occupare il dibattito politico: se da una parte la Baviera è tra i Land con il più basso tasso di criminalità in tutta la Germania, nell’ultimo biennio sarebbero ugualmente cresciute le denunce contro i Zuwanderer (termine con cui vengono solitamente definiti i migranti arrivati in Germania negli ultimi anni, principalmente a partire dai grandi flussi migratori del 2015). 

In almeno due occasioni, il ministero degli Interni bavarese ha sottolineato il ruolo degli Zuwanderer nelle statistiche sulla microcriminalità (furti, aggressioni) e nei reati dal fortissimo impatto sociale e mediatico come le violenze sessuali. In Baviera si è così parzialmente radicato un sentimento di insicurezza che, più che diffondersi nella cosmopolita Monaco, sembra essersi intrecciato con il tradizionale e potente identitarismo delle aree rurali, dove il celebre e tipico folklore non è mai stato solo una ritualità superficiale per turisti, ma affonda le proprie radici nell’idea che la conservazione identitaria sia la pietra angolare dell’armonia sociale. La paura della potenziale rottura di questa armonia autoctona ha così generato una crescente inquietudine, spesso foraggiata dalle dinamiche del marketing politico.

Proprio di fronte alla visceralità di tale scenario, nell’ultimo anno la Csu è partita a testa bassa all’inseguimento dei voti persi a destra. Dopo aver impostato una contestatissima riforma che aumenta le possibilità di arresto da parte della Polizei, il governo regionale del presidente Söder ha anche fatto promulgare una legge che prevede l’esposizione di un crocifisso in tutti gli uffici pubblici bavaresi. Al tempo stesso, le bordate del ministro degli Interni Seehofer hanno portato a una riforma severa dell’immigrazione su scala nazionale (fino a giungere ai rimpatri di migranti che stanno già creando uno scontro politico tra Berlino e Roma).

Exploit dei Grünen e governo nero-verde?

Dai sondaggi, però, non sembra che i cristiano-sociali stiano recuperando molto consenso rincorrendo i populisti. Non solo: pare che la Csu stia subendo una parallela perdita di voti verso il centro-sinistra. A beneficiarne più di tutti potrebbero essere i Grünen, i Verdi, capaci di attirare quegli elettori Csu che sostenevano con convinzione il centrismo merkeliano e che ora temono la deriva illiberale dei cristiano-sociali. Gli ultimi rilevamenti danno i Verdi addirittura tra il 17 e il 18%, facendone di gran lunga il secondo partito in Baviera.

I Grünen si sono fatti strada grazie a un programma incentrato sulle riforme sociali, l’innovazione infrastrutturale e la promessa di una soluzione dell’emergenza abitativa. Particolarmente vincente è stata anche la tradizionale capacità dei Verdi di affermarsi come forza movimentista nelle più recenti proteste di piazza (indirizzate proprio contro la riforma della legge sull’arresto di polizia e contro l’inasprimento delle politiche migratorie). In questi giorni, quindi, l’entusiasmo tra i Grünen bavaresi è grande, anche se permane la cautela: molti ricordano come già nelle elezioni locali del 2013 i Verdi fossero stimati oltre il 12%, arrivando poi in realtà a raccogliere soltanto l’8,6%.

Bisogna anche considerare come il probabile successo dei Verdi sia comunque legato alla inarrestabile emorragia di voti della Spd, che sembra destinata a continuare anche in Baviera, con un possibile passaggio dal 20% del 2013 al solo 12% di domenica prossima. Considerando lo spettro politico nel suo complesso, quindi, la sinistra tedesca più europeista e d’ispirazione social-liberale raccoglierebbe consensi tramite i Grünen, ma potrebbe perderne quasi altrettanti con il declino dei socialdemocratici.

Resta il fatto che l’exploit dei Verdi sarebbe un miracolo politico, che li porterebbe a governare per la prima volta in Baviera, insieme alla stessa Csu, replicando l’ibrido nero-verde già in funzione in altre realtà locali e regionali tedesche.

Sempre se i sondaggi verranno confermati, le altre opzioni a disposizione della Csu sarebbero invece una difficile triplice alleanza con gli stessi Verdi e i liberali Fdp (dati al 5,5%), oppure con i liberali e i Freien Wähler (un agglomerato tendenzialmente conservatore di liste regionali e civiche, dato dai sondaggi a un buon 10%). Un’alleanza Csu-Afd, invece, resta per il momento apertamente esclusa, mentre una riedizione regionale della GroKo con la Spd rischierebbe di essere un vero e proprio suicidio politico per entrambe le parti.

Su scala nazionale, un governo nero-verde a Monaco di Baviera finirebbe per essere una buona notizia per la traballante Kanzlerin Merkel, che saprebbe temporaneamente beneficiare di una Csu indebolita (ma non troppo) e ricondotta verso il centro dall’alleanza coi Grünen. Questo varrebbe anche sul fronte Ue, con il rafforzamento tra i cristiano-sociali della corrente più entusiasta per la probabile candidatura del Csu-Ppe Manfred Weber alla presidenza della Commissione europea.

Certo, un governo bavarese eccessivamente centrista potrebbe trovarsi in grossa difficoltà con un’opposizione di destra capace, prima o poi, di spezzare la stessa Csu. Un’evenienza che aprirebbe proprio in Baviera una resa dei conti in direzione di quel nuovo occidentalismo mitteleuropeo che sembra pronto a nascere dalla fusione di conservatorismo e populismo (si veda il modello austriaco).

Ma, almeno sul breve periodo, un’alleanza Verdi-Csu potrebbe provare a puntare su un aspetto cruciale per le esigenze geoeconomiche del Land bavarese: le necessità di non ostacolare la propria economia da esportazione con tentazioni protezioniste e barriere commerciali. Considerando uno scenario in cui la scelta politica è sempre più tra chiusura e apertura, resta difficile immaginare che un’economia florida come quella della Baviera, in cui sorgono mostri sacri del capitalismo tedesco come Bmw e Siemens, voglia rischiare di intaccare i propri record di export nel mercato europeo e globale. Comunque vada domenica, i bavaresi non sembrano intenzionati ad abiurare la religione che ha reso il loro territorio tra i più ricchi al mondo: la religione dei buoni affari.

@lorenzomonfreg 

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