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Belgio verso le urne dopo la fine della coabitazione liberal-populista

Dopo averle tentate tutte, il premier Michel ha rassegnato le dimissioni. Il suo governo di centro-destra si è frantumato sul patto globale sulle migrazioni, quando liberali e secessionisti fiamminghi si sono scoperti incompatibili. La campagna elettorale è già iniziata. E potrebbe essere lunghissima

La bandiera nazionale belga sul palazzo reale a Bruxelles, Belgio, il 19 dicembre 2018. REUTERS / Francois Lenoir
La bandiera nazionale belga sul palazzo reale a Bruxelles, Belgio, il 19 dicembre 2018. REUTERS / Francois Lenoir

Da martedì sera, il governo belga non c’è più. Fallito l'ultimo, disperato, tentativo del premier Charles Michel di trovare una combinazione che scongiurasse le dimissioni del suo governo, il 43enne leader del partito francofono di centro-destra MR Mouvement Réformateur, non ha potuto fare altro che constatare la fine dell'esecutivo e recarsi dal re del Belgio per rimettere il mandato.

La speranza riposta da Michel era quella di convincere centristi e sinistra a sostenerlo fino alla scadenza naturale del mandato, fissata a maggio del 2019 e per farlo si è presentato in parlamento con la proposta di rivedere l’innalzamento dell’età pensionabile, per sedurre i socialisti di Elio di Rupo e gli omologhi fiamminghi dell’SP.a, e quella di affrontare il nodo della riduzione delle emissioni, come chiesto a gran voce dagli ecologisti bilingue di Groen/Ecolò che al parlamento federale fanno gruppo unico. 

Nulla da fare: i progressisti belgi, valloni e francofoni compatti, sono andati alla Camera con una mozione di sfiducia già pronta e hanno bollato il discorso del premier come “vago e fumoso”, dando a Michel 48 ore di tempo per proporre altro. Prima che la coalizione svedese, o ciò che ne era rimasto dopo la partenza dei nazionalisti fiamminghi di N-Va, venisse abbattuta da un voto di sfiducia già di fatto deciso, Michel ha evitato l'umiliazione di una cacciata formale gettando la spugna.

E ora? Sono in corso colloqui serrati tra il re e i partiti rappresentati a Bruxelles. L’ipotesi più probabile, a sei mesi dalla scadenza naturale della legislatura, è che il governo prosegua solo con l’ordinaria amministrazione fino al voto del 26 maggio. Ma anche l'ipotesi di elezioni anticipate a gennaio non è del tutto da escludere. Il problema, sottolineato tanto dalla stampa fiamminga quanto da quella vallona, è che i fatti delle ultime settimane potrebbero già mettere un’ipoteca sulla prossima formazione dell’esecutivo. E pensando ai 541 giorni richiesti per mettere in piedi il governo di Elio Di Rupo, tutti sanno che non si tratta di un’esagerazione.

La crisi politica belga è iniziata all’improvviso, scrive il settimanale Knack, il 4 dicembre scorso, dopo che i nazionalisti fiamminghi hanno fatto sapere di non voler votare il Global Compact, patto Onu sulle migrazioni. Da quel giorno, l’idillio apparente della prima coalizione di centro-destra ad aver rotto tre decenni di governi a guida socialista, ha mostrato i suoi limiti e le sue fragilità.

Nonostante il Belgio sia ben noto per la politica instabile e frammentata, l’esecutivo di Charles Michel venne messo in piedi nel 2014 a tempo di record: i liberali come il premier – molto vicino a Macron – e i nazionalisti-secessionisti fiamminghi dell’N-Va, che negli ultimi anni si sono spostati sempre più a destra trainati dal sottosegretario Theo Francken, hanno coabitato finché la posta in gioco non è diventata una sfida ben più ampia della divisione politica su un singolo tema.

Il Belgio, come scrive su Politico l’opinionista fiammingo Wouter Verschelden, lo scorso 4 dicembre si è trovato a un bivio: scegliere il campo populista, rigettando l’accordo di Marrakech, oppure optare per quello liberale, sostenendolo. A sei mesi dalle elezioni, e con i pessimi risultati alle amministrative di ottobre tanto del partito di Michel quanto di N-Va, compromessi non sarebbero stati più possibili.

La sinistra ha sempre accusato Michel di aver imbarcato un alleato ingombrante come N-Va, primo partito belga e il più radicale della coalizione, e di aver accettato il diktat di Theo Francken e di Bart De Weaver sul tema dei migranti. Sull'altra sponda, la presenza governativa a tutti i livelli - N-Va guida il governo regionale fiammingo e il comune di Anversa, di cui De Weaver è sindaco - ha logorato l’immagine indipendentista del partito, ridando terreno all’estrema destra xenofoba del Vlaams Belang.

Dal caos delle ultime ore, per il momento, l'unico dato certo è che la campagna elettorale in Belgio è già iniziata. E potrebbe essere una delle più lunghe della storia recente.

@msfregola

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