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Belgrado, migranti nel limbo. Il potere della solidarietà

I vecchi depositi abbandonati della stazione di Belgrado si confondono con il cielo cupo. L'inverno è finito, ma le nuvole sopra le nostre teste sembrano minacciare costantemente l'arrivo di una tempesta. In questo luogo, sommerso di polvere e cenere, vive Aman Ullah. Aman ha solo 17 anni, e appartiene ai circa 1000 profughi che da diversi mesi hanno occupato l'area retrostante la stazione della capitale serba. Per molti di loro la repubblica balcanica doveva costituire solamente un punto di passaggio.

Photo credit Laura Federico

Secondo le stime dell´UNHCR, a oggi sono stati contati in Serbia 7720 profughi, rifugiati e richiedenti asilo, provenienti principalmente dall´Afghanistan e dal Pakistan. Seguendo la cosiddetta rotta Balcanica, i migranti hanno attraversato paesi come L´Iran, la Turchia e la Bulgaria, inseguendo il sogno di poter raggiungere l´Europa. Ma la chiusura definitiva delle frontiere da parte di Ungheria e Croazia, avvenuta ufficialmente il 5 marzo 2016, ha visto infrangere i loro progetti. L´Ungheria aveva già serrato i confini nel settembre 2015, mentre a marzo dell´anno successivo Croazia, Grecia, Macedonia e Bulgaria l'hanno seguita, interrompendo di fatto la “balkanroute”. Non essendo in grado di proseguire il viaggio, circa l´85% dei migranti è stato accolto nei campi profughi presenti sul territorio serbo, mentre i rimanenti si sono accampati nel vecchio deposito nel cuore di Belgrado. Aman si è separato dalla sua terra, l´Afghanistan, circa un anno fa. Ha pagato 6000 dollari per poter partire, percorso un itinerario infinito e subíto trattamenti inumani da parte della polizia bulgara. «Sono stato respinto diciassette volte al confine con la Bulgaria. Mi hanno picchiato, preso a calci e lasciato seminudo al freddo per due notti. Ho visto cose orribili, come dieci uomini attaccare un essere umano indifeso. Volevo andare a Birmingham, perché mio padre ci ha vissuto quindici anni, prima di essere ucciso dai talebani».

Aman ha tentato di oltrepassare il confine con l´Ungheria dodici volte, venendo puntualmente malmenato dalle autorità del posto, privato dei pochi beni che aveva in tasca e rispedito nella Republika Srbija.

Al suo fianco, dietro la stazione, cè Vladimir Sjekloca, direttore di Crisis Reponse and Policy Center, una delle maggiori organizzazioni umanitarie attive sul territorio. CRPC lavora in stretta collaborazione con colossi come UNHCR e UNICEF, fornendo servizi di carattere prettamente burocratico, di mediazione culturale e traduzione. «Le persone hanno iniziato ad arrivare a Belgrado già tre, quattro anni fa, ma, mentre un tempo erano in grado di proseguire il viaggio, adesso vengono fermate alle frontiere. Ultimamente stiamo osservando un cambiamento significativo nella politica europea. Una volta i profughi afgani erano considerati rifugiati, dunque persone in diritto di chiedere asilo politico. Adesso si è deciso, invece, di ritenerli migranti economici. Tutto ciò accade perché l'Afghanistan viene reputato un paese sicuro, ignorando il fatto che quella terra sia ancora luogo di una spietata guerra».

A preoccupare Vladimir è soprattutto la violenza alla quale queste persone sono costantemente esposte: «Ogni giorno ci vengono riportati casi di abusi sofferti lungo le frontiere. La polizia ha persino usato cani d´assalto contro i migranti. Com´è possibile che un paese membro dell´UE tratti così degli esseri umani?»

In tale contesto, non è difficile intuire come l´unica speranza rimasta sia la via illegale. Proprio per questo, molti profughi si affidano ai cosiddetti “smugglers”, spietati trafficanti che, in cambio di cifre esorbitanti, li guidano nelle loro traversate.

La necessità di entrare facilmente in contatto con i trafficanti costituisce uno dei motivi principali per cui tanti scelgono di restare nelle baracche dietro la stazione, oltre all´incapacità dei vari campi profughi di accogliere un numero così alto di individui. «Non dovremmo incoraggiarli a restare nei depositi - prosegue Vladimir - Le condizioni di vita sono terribili: i pochi servizi igienici costruiti dai volontari non bastano, le persone bruciano coperte, pezzi di plastica e qualsiasi altro oggetto a disposizione per riscaldarsi dal freddo, producendo un fumo tossico che invade l´aria. Ma non è tutto; i trafficanti li ricattano, si appropriano dei loro soldi, a volte, addirittura, abusano di loro. Ricordiamo che il 30% della popolazione nelle baracche è rappresentata da bambini. I campi profughi non sono perfetti, ma sono certamente più sicuri».

Fortunatamente la solidarietà a Belgrado non manca. Ce ne parla Gordan Paunovic, direttore di Info Park, piccolo centro profughi specializzato in protezione, informazione ed educazione. «Siamo nati come un movimento spontaneo di cittadini pronti a proseguire la buona tradizione di umanità e generosità propria dei popoli balcanici. Al principio ci posizionavamo nel parco accanto alla stazione con un piccolo stand, e fornivamo beni essenziali come cibo e coperte. Attualmente organizziamo anche corsi di lingue e workshop educativi, oltre a occuparci delle domande di asilo politico. Direi che il nostro paese sta compiendo degli sforzi significativi per accogliere queste donne e uomini, ma ci sono ancora molte falle nel sistema. La Serbia, infatti, è considerata dall´UNHCR un paese terzo non sicuro, per cui teoricamente non potremmo accettare nuovamente le persone respinte al confine».

Lungo la frontiera esiste un solo tratto che i migranti afgani sono autorizzati ad attraversare: Horgoš. La polizia ungherese permette il passaggio di circa 15 persone al giorno, prediligendo le famiglie a discapito degli uomini single.

«Attualmente la Serbia ha un ruolo simbolico molto particolare - dice Gordan - È come se fosse un enorme  parcheggio. Le persone possono entrarvi, ma non possono uscirvi. La chiusura delle frontiere ha messo molti di loro in condizioni di rischio non indifferente. Tanti hanno venduto gioielli, persino case per poter partire. Altri addirittura saranno costretti a divenire schiavi pur di ripagare il debito contratto per giungere in Europa».

Chi da mesi sta regalando un servizio indispensabile a questi ragazzi è Paul Liengaard, fondatore di Hot Food Idomeni, un gruppo di volontari che da un anno viaggia nelle aree di crisi e distribuisce pasti caldi ai migranti. «Siamo partiti a Febbraio dello scorso anno; allora eravamo in tre. Abbiamo iniziato nel campo di Idomeni, in Grecia, e dopo poche settimane servivamo circa 5000 pasti al giorno. Da luglio siamo a Belgrado e da cinque mesi nelle baracche. Il nostro aiuto è fondamentale per questi giovani, che io chiamo i “lost boys”, ragazzi perduti. Quando in inverno le temperature raggiungevano i meno 17 gradi, le nostre zuppe fumanti li hanno tenuti in vita».

Qualche mese fa è arrivata una disposizione da parte delle le autorità belgradesi, la quale proibiva la distribuzione di aiuti nel vecchio deposito. Hot Food Idomeni l´ha ignorata e ha continuato a servire cibo. Per qualche giorno si è respirato un clima di tensione, poi la polizia e la municipalità hanno deciso di chiudere un occhio. «Devono aver capito che se lasciamo la gente vivere in condizioni inumane, morirà in condizioni inumane».

Intanto, accanto alle baracche, si legge ovunque la scritta “Belgrade Waterfront”, gigantesco complesso abitativo in via di costruzione. I vecchi depositi sono destinati a essere presto demoliti per fare largo a questa nuova struttura, rendendo la sorte dei migranti, se possibile, ancor più precaria.

Aman da qualche giorno è sparito. Forse ha tentato per la tredicesima volta di attraversare il confine, o forse è tornato dai suoi fratelli, che non vede da più di un anno. Potremmo anche immaginarlo a Birmingham, dove è sempre voluto essere.

@lauralauri_87

Photo credit Laura FedericoPhoto credit Laura Federico

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