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La Bosnia non produce più foreign fighter per l'Isis

Secondo la polizia bosniaca dall’inizio del 2016 si sono fermate le partenze di foreign fighter verso Siria e Iraq. Per il Paese che registrava il record europeo di jihadisti è un importante passo avanti, frutto anche dei programmi delle autorità e della comunità islamica locali

Sarajevo. Foto Marco Carlone
Sarajevo. Foto Marco Carlone

Foreign fighter, combattenti stranieri: un esercito di circa 20.000 persone provenienti da diversi Paesi, Nord Africa e Medio Oriente in testa, volontariamente arruolati tra le fila del sedicente Stato Islamico per combattere in nome di un “Islam puro” nei conflitti in Siria e Iraq.

In questo variegato contingente, circa 3.000 unità proverrebbero dal continente europeo, con Bosnia Erzegovina, Kosovo e Albania a fare da capofila. Un rapporto curato dagli analisti Vlado Azinovic e Muhamed Jusic, pubblicato a novembre 2015 dall’Ong Atlantic Initiative, confermava che tra la primavera del 2012 e la fine del 2014, 217 persone (156 uomini, 36 donne e 25 minori) avevano lasciato la Bosnia Erzegovina per raggiungere le milizie islamiche in Medio Oriente.

Una rilevante inversione di marcia è stata però registrata dai corpi di polizia e security della Bosnia nell’ultimo anno. A partire dal 2016 non è si è infatti verificata alcuna partenza dalla Bosnia verso il Medio Oriente, tendenza confermata anche dal primo ministro Denis Zvizdic a settembre 2017.

Questo cambio di rotta sarebbe dovuta a vari fattori. Primo tra tutti, l’ormai conclamato momento di declino dell’Isis in Iraq e Siria: gli arretramenti e le sconfitte subite sul territorio rendono l’arruolamento molto meno seducente rispetto agli anni precedenti, sia per gli integralisti insoddisfatti che per i convertiti dell’ultimo minuto, alla ricerca di uno Stato Islamico che garantirebbe benessere e giustizia sociale.

In seconda battuta, come afferma il ministro degli Interni bosniaco Dragan Mektic, passi avanti sono stati fatti grazie a una capillare azione di monitoraggio e all’introduzione di una legislazione che prevede pene detentive per i foreign fighter rientrati in patria. Ad ottobre 2017 sono stati inoltre intensificati i rapporti tra le forze di polizia bosniache e l’Interpol, nel tentativo di favorire una cooperazione ancora più intensa e rafforzare lo scambio di informazioni riguardanti i lupi solitari di cui non ci sono notizie.

Per le agenzie di sicurezza bosniache, dal 2012, mancherebbero all’appello ancora 116 combattenti, mentre dei 44 rientrati, 23 si trovano in carcere o sotto processo.

Il Ministero della Giustizia ha recentemente deciso di reinvestire i fondi dedicati alla lotta al terrorismo in progetti di deradicalizzazione. A margine di un incontro sui Balcani Occidentali svoltosi a Trieste il 24 ottobre, Mektic ha descritto questi programmi, sottolineando la necessità di svolgere un profondo lavoro in carcere con i condannati e, al contempo, nel loro contesto familiare per scoprire il background che ha condizionato le loro scelte.

Sussiste tuttavia la questione inerente la severità delle pene, come dichiara il direttore dell’Agenzia di Coordinazione dei corpi di polizia Uros Pena, il quale critica le sentenze, giudicate spesso troppo morbide. A fronte di una pena massima di 5 anni di reclusione per i combattenti all’estero, la maggior parte dei condannati subisce sanzioni minime, in molti casi risolvibili con il pagamento di una condizionale. Inoltre, l’esistenza di ben 22 agenzie di polizia diverse in Bosnia influisce non poco sulla rapidità e la circolazione di informazioni sensibili, essenziali per far fronte a questa situazione.

A fianco delle forze di polizia, anche la comunità islamica locale si sta muovendo da tempo per combattere il fenomeno, in un’opera di smantellamento e denuncia di quelle moschee non autorizzate che promuovono una visione radicale della religione islamica. A latere, come afferma il portavoce della comunità Muhamed Jusic, cresce la promozione dei valori di un islam moderato e tipico del territorio bosniaco anche sui canali web, dai social network a Youtube: una contromisura necessaria per combattere un estremismo che spesso si serve dei canali social per promuovere sé stesso e trovare nuovi adepti.

L’islam proposto dai reclutatori dell’Isis è infatti ben diverso da quello che si è modellato tra i monti della Bosnia, la tradizione bosgnacca, profondamente influenzata da secoli di condivisione del territorio con il cristianesimo cattolico e ortodosso. Nonostante il conflitto del periodo 1992-1995, che attrasse numerosi jihadisti stranieri (da Iran, paesi del Golfo, Cecenia) poi rimasti attivi come predicatori alla fine della guerra, la maggioranza della popolazione ha resistito all’abbraccio letale di visioni dell’Islam più radicali. Per distinguerlo da quello praticato in Medio Oriente e Sud-est asiatico, in Bosnia si parla frequentemente di “Euro-Islam”. E anche le enclavi salafite presenti sul territorio bosniaco, spesso indicate come covi di radicalizzazione e dunque oggetto di retate, sembrano essere piuttosto oasi di anacoreti dediti più alla preghiera che al terrorismo. Il rigetto di una visione radicale da parte della comunità religiosa locale non può che andare a braccetto con il calante appeal del jihad mediorientale.

Arruolarsi nelle file dell’Isis per i jihadisti bosniaci si è spesso rivelata la risposta a problematiche personali di molto slegate dalla religione: problemi economici, disoccupazione, esclusione sociale e sfiducia nelle istituzioni. Per i combattenti di ritorno è quindi più che mai opportuno un reinserimento nella società che ne eviti un ulteriore rischio di isolamento. Vanno in questa direzione iniziative come il progetto “Foreign Fighters Talk”, ideato da due ex combattenti albanesi per scoraggiare i neo-arruolati al jihad.

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