La morte di un 21enne scatena un’ondata di proteste nella Republika Srpska contro la polizia, accusata di complicità nell’omicidio del ragazzo. E per la prima volta un movimento varca i confini delle entità che dividono la Bosnia. Con una carica esplosiva che potrebbe detonare nelle urne

Il padre di David Dragicevic. Photo: Anadolu via balkaninsight.com
Il padre di David Dragicevic. Photo: Anadolu via balkaninsight.com

Belgrado - David Dragicevic è un giovane di ventun'anni, vive a Banja Luka, porta i dreadlocks e sabato 17 marzo verso le ore 19 esce di casa. Non vi farà più ritorno.


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Il suo corpo senza vita viene ritrovato nella Crkvena, piccolo affluente del fiume Vrbas, una settimana dopo, il 24 marzo.

Secondo una primissima indagine, il giovane sarebbe caduto e affogato nel piccolo corso d'acqua, eppure sul suo corpo sono evidenti i segni di una colluttazione, ferite precedenti all'annegamento, che lasciano aperto il caso, portando al sospetto che David sia stato malmenato, ucciso e quindi gettato nel torrente.

Il caso della morte di David sta letteralmente sconvolgendo la Republika Srpska – una delle due entità in cui è suddivisa la Bosnia-Erzegovina. Dal giorno della sua scomparsa, infatti, è nato un movimento di piazza spontaneo - Pravda za Davida (Giustizia per David) – che chiede verità e giustizia per la morte del ragazzo, per la quale si sospetta il coinvolgimento dei vertici di polizia dell'entità bosniaca a maggioranza serba.

Il leader delle proteste è il padre di David, Davor Dragicevic, veterano della guerra di Bosnia che da settimane denuncia apertamente non solo la polizia ma anche il ministro degli Interni della Republika Srpska Dragan Lukac. L'accusa di Davor è che questi siano complici nell'omicidio di suo figlio David.

Nel frattempo, la protesta in “Piazza David” - come è stata informalmente rinominata Piazza Krajina, nel centro di Banja Luka – è cresciuta di giorno in giorno, grazie anche alla pagina Facebook Pravda za Davida, che ad oggi conta più di 310mila membri e coinvolge alcune organizzazioni della società civile. Tra loro, ReStart Srpska, organizzazione giovanile di Banja Luka che si batte per una Republika Srpska più democratica e trasparente.

«ReStart Srpska ha partecipato alle ricerche di David sin dall'inizio, quando ancora non si sapeva se fosse vivo o no. Dopo di che, insieme a tutti i cittadini, ci siamo recati ogni giorno in Piazza Krajina, per dare un contributo a scoprire la verità sulla morte di David Dragicevic. Abbiamo sostenuto pubblicamente tutti gli sforzi della famiglia e dei cittadini affinché si indagassero tutte le circostanze di questo caso», ha dichiarato a eastwest.eu Stefan Blagic, presidente di ReStart Srpska.

L'importanza e la novità delle proteste di Banja Luka sta anche nell'aver incontrato solidarietà nella Federazione di Bosnia-Erzegovina, l'altra entità del Paese. Lo scorso 15 maggio, infatti, il movimento “Giustizia per David” si è raccolto a Sarajevo, dove in migliaia hanno ascoltato la rabbia del papà di David: «Io sono serbo, di religione ortodossa, ma anche gli assassini di mio figlio sono serbi». Sul palco, a fianco a Davor, c'era anche Muriz Memic, bosniaco musulmano e padre di Dzenan, ventenne che nel febbraio 2016 morì in circostanze mai chiarite del tutto. L'immagine dei due padri abbracciati, divisi dall'appartenenza nazionale ma uniti dalla tragicità che ha colpito le loro famiglie, è un'immagine dalla forte carica simbolica per l'odierna società bosniaca. «I criminali e gli assassini non hanno religione né nazione, loro hanno solo i propri interessi», aveva tuonato Davor Dragicevic tra gli applausi dei sarajevesi.

E in questo il movimento “Giustizia per David” vanta già un primo successo. Si tratta della prima manifestazione civile che riesce ad andare oltre i confini – virtuali, ma politicamente invalicabili – delle entità che dividono la Bosnia.

Nel 2013 a Sarajevo e nel 2014 a Tuzla, scoppiarono infatti forti proteste di carattere sociale e anti istituzionale contro il multilivellato apparato burocratico bosniaco. Sebbene si trattasse di proteste prive di rivendicazioni etnico-nazionali, non incontrarono alcun supporto a Banja Luka e nella Republika Srpska, da sempre estranea a ogni dinamica a livello statale.

In risposta, i vertici della polizia della Republika Srpska si sono difesi accusando i manifestanti di essere mercenari al soldo di servizi di intelligence occidentali, con l'obiettivo di distruggere l'entità. «Ogni volta che in Republika Srpska si organizza una protesta, le autorità la definiscono come un attacco alla Republika Srpska, il che è una stupidaggine. La stessa situazione è quella delle manifestazioni di oggi in Piazza Krajina a Banja Luka e nelle altre città, dove in due mesi non si è verificato un singolo incidente. È evidente che per le autorità il sistema di disinformazione attraverso i canali del servizio pubblico è uno dei principali meccanismi per il mantenimento del proprio potere», conclude Blagic.

Dal canto suo, il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha in un primo momento dimostrato vicinanza alla causa delle proteste, incontrando personalmente Davor Dragicevic, salvo discostarsene in un secondo momento, accusando la politicizzazione del caso e invitando i manifestanti a tornare a casa.

«Dodik vuole salvaguardare la solidità delle istituzioni della Republika Srpska, che di fatto vengono ridicolizzate dalle proteste di piazza. Inoltre, queste proteste possono veramente compromettere il sostegno politico a Dodik, in quanto toccano uno dei suoi cavalli di battaglia, ovvero la sicurezza. Per un leader così forte, la dimostrazione di non saper garantire la sicurezza dei propri cittadini è sicuramente elemento di imbarazzo», dichiara a eastwest.eu Alfredo Sasso, storico ed esperto della Bosnia-Erzegovina. Ad ottobre si terranno infatti le elezioni parlamentari in tutto il Paese e, per quanto il presidente della Republika Srpska goda dell'appoggio dei principali media, non è da escludere che il caso della morte di David porti a una caduta del suo indice di popolarità.

«È interessante notare che, come le proteste del 2014, anche queste avvengono nell'anno della tornata elettorale. Paradossalmente, la vicinanza delle elezioni aumenta l'indignazione su questioni trasversali [che riguardano tutto il Paese, nda] e queste manifestazioni sono sicuramente un sintomo dell'insofferenza generale verso la politica e verso l'impunità delle istituzioni», conclude Alfredo Sasso.

È ancora presto per dire se queste manifestazioni stimoleranno una concreta svolta politica, sia in Republika Srpska che in tutta la Bosnia, così come se assumeranno un'ulteriore connotazione multietnica. Quello che è certo è che la ricerca di giustizia, per David e per tutti i casi simili, sembra avere una forte carica esplosiva contro l'apatia sociale con cui da sempre i principali partiti bloccano l'intero Paese.

 @Gio_Fruscione

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