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Le gole profonde del Leave possono aiutare a fermare la Brexit

Le rivelazioni del whistleblower di Cambridge Analytica e di due giovani attivisti gettano ombre sulla vittoria del Leave. E al netto dell’effettiva gravità delle violazioni, colpiscono la credibilità dell’intero progetto Brexit. Legittimando il tentativo di ribaltare l’esito del voto

Christopher Wylie durante una conferenza stampa a Londra. REUTERS/Toby Melville
Christopher Wylie durante una conferenza stampa a Londra. REUTERS/Toby Melville

Londra - Chris Wylie ne è convinto: «È assolutamente possibile che il Leave non avrebbe vinto senza imbrogliare». 28 anni, canadese, gay, vegano, millennial geniale, Wylie passerà alla storia come la fonte principale dello scoop dell’Observer/Guardian sulle illecite pratiche di Cambridge Analytica.

Come in tutte le storie di redenzione, dopo aver contribuito a creare il mostro, ora è deciso ad impegnarsi per combatterlo: «Mi fa così arrabbiare… tante persone hanno sostenuto il Leave perché credevano nell’applicazione della legge e della sovranità britannica. E alterare in modo irrevocabile l’assetto costituzionale di questa nazione sulla base di una frode è una mutilazione di quell’assetto» ha dichiarato Wylie di fronte alla commissione del parlamento britannico che indaga sulle presunte, illecite interferenze esterne nel referendum su Brexit.

Con Wylie ci sono altru due whistleblower, i giovanissimi Darren Grimes e Shamhir Sanni. Leavers con l’entusiasmo dei 20 anni, si erano offerti volontari per la campagna della principale lobby euroscettica, Vote Leave, tanto da fondarne il braccio giovanile, Be Leave. Salvo scoprire di essere stati raggirati: i direttori della campagna avrebbero usato i conti di Be Leave per farvi transitare 625mila sterline in violazione dei limiti di spesa stabiliti per legge. I soldi in realtà sarebbero stati destinati a finanziare il lavoro di Aggregate IQ, società di micro-targeting sorella di Cambridge Analytica.

Second Wylie, esisteva un piano concordato fra Vote Leave, Be Leave, il Dup (partito unionista nord irlandese) e i Veterans for Britain per garantire la vittoria del Leave tramite le attività di “persuasione” online di Aggregate IQ.

Il risultato del referendum è stato manipolato? E come si può dimostrare?

Le rivelazioni su Cambridge Analytica e sull’uso che potrebbe aver fatto dei dati di milioni di utenti Facebook hanno un merito enorme: spostare il dibattito cruciale sulla società della sorveglianza dai cenacoli degli addetti ai lavori alle prime pagine dei quotidiani. Imporre una riflessione finalmente collettiva sulle inevitabili ripercussioni che scelte individuali e non ponderate hanno sulla politica, l’informazione, la nostra versione di democrazia, i paradigmi complessi della nostra società.

Ma determinare con certezza l’influenza del micro-targeting sul voto è un esercizio sterile e forse controproducente, perché non esaurisce le questioni centrali: come si formano le nostre opinioni? Da cosa siamo condizionati? A cosa siamo esposti?

E quindi, da un certo punto di vista, questo aspetto della storia non esce dalle secche della politica britannica e, in particolare, dallo scontro interno ai Conservatori.

I diretti interessati si sono vendicati con atroce cinismo.

Su un blog vicino ai Brexiteers l’ex direttore di Vote Leave Stephen Parkinson, oggi segretario politico di Theresa May, ha rivelato di avere avuto una relazione di un anno e mezzo con il giovane Shahmir Sanni, che però aveva sempre nascosto la propria omosessualità alla famiglia, tradizionalista e pakistana. In Pakistan, oltretutto, l’omosessualità è illegale. La May si è rifiutata di licenziare il suo collaboratore. Durante una delle conferenze stampa a cui ha partecipato negli ultimi, frenetici giorni dopo le sue rivelazioni, Sanni è scoppiato in lacrime, confortato dall’altro whistleblower Chris Wylie, anch’egli giovane e gay ma più solido rispetto alle conseguenze personali della propria decisione.

Le fonti di questa storia continuano ad avere l’euroscetticismo come stella polare: per loro, il tema non è Brexit o non Brexit, ma la violazione delle regole democratiche, quelle che in un mondo ideale dovrebbero governare la politica.

La realtà parla una lingua molto diversa. Ci sono forti sospetti che anche la campagna per il Remain abbia sforato i limiti di spesa, e sarà la Commissione Elettorale a verificarlo. Quanto a Cambridge Analytica, le sue sedicenti tecniche di profiling avanzato facevano gola a troppi: non solo politici (occidentali o di Paesi caraibici o africani ) - magari ex colonie britanniche - ma perfino a istituzioni culturali come l’Economist e il Financial Times, che secondo BuzzFeed avevano assunto gli specialisti di Alexander Nix per potenziare la propria audience negli Stati Uniti.

E ancora: Sic, la società dai cui Cambridge Analytica è nata nel 2013, era cosí legata all’establishment britannico da avere avuto per anni accesso a informazioni classificate del ministero della Difesa, con il compito di assistere il comando militare in operazioni di guerra psicologica all’estero.

Lo scoop su Vote Leave ha un’altra funzione: contribuisce ad erodere la credibilità del progetto Brexit e delle sue ragioni. Qualsiasi evidenza che induca a pensare ad una manipolazione del risultato è in primo luogo consolatoria - è stato il risultato di una manovra che ha agito su menti deboli - e in secondo politicamente strumentalizzabile da una parte dello spettro politico - se il risultato è stato ottenuto in modo tanto controverso, ribaltarlo è ristabilire la reale volontà popolare.

Non arriviamo a credere che il timing di queste rivelazioni sia stato concertato, ma è un fatto che arrivino in un contesto in cui una hard Brexit appare sempre più improbabile, perché il governo May sembra avere accettato la necessità di un esito più simile possibile allo status quo - pena la devastazione dell’economia britannica, con imprevedibili conseguenze geopolitiche, politiche e sociali.

Contemporaneamente cresce il fronte organizzato della campagna per un secondo referendum, sostenuto da diverse voci, fra cui quelle di Tony Blair e Andrew Adonis. E, come un fungo dopo la pioggia, proprio dalle rivelazioni delle talpe Wylie e Sanni è nato il Fair Vote project, un gruppo di interesse che si presenta così: “Crediamo in qualcosa di più grande di Brexit - la lotta per la nostra democrazia. Ci sono prove di brogli nel referendum. Niente è più britannico del fair play. E il fair play non è mai così importante come nelle elezioni. Per questo ci battiamo per rafforzare le regole della nostra democrazie e assicurarci un voto giusto per il futuro”.

Chi c’è dietro? Kyle Taylor, che lavorava per la lobby pro Europa Best for Britain, e Peter Jukes, il fondatore della piattaforma giornalistica Byline. Sta nascendo un nuovo soggetto politico?

Forse no, ma crescono le pressioni su Jeremy Corbyn perché garantisca il sostegno alle lobby che vogliono fermare o limitare l’impatto di Brexit.

A indebolirne gravemente la leadership, proprio in questi giorni, sono le accuse sempre più forti di antisemitismo nel Labour, a cui Corbyn sembra incapace di replicare in modo definitivo.

@permorgana

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