È guerra tra Tory, il Regno senza guida alla resa dei conti con la Ue

Bruxelles vuole chiudere. Ma Londra va al negoziato decisivo della Brexit paralizzata dallo scontro interno ai conservatori, tra falchi ed europeisti. E il conto del divorzio può far saltare la May

David Davies, Philip Hammond e Boris Johnson ascoltano Theresa May mentre pronuncia un discorso nel Complesso Santa Maria Novella a Firenze, 22 settembre 2017. REUTERS / Jeff J Mitchell / Pool
David Davies, Philip Hammond e Boris Johnson ascoltano Theresa May mentre pronuncia un discorso nel Complesso Santa Maria Novella a Firenze, 22 settembre 2017. REUTERS / Jeff J Mitchell / Pool

Londra - La sintesi più efficace è quella di Gideon Rachman sul Financial Times: Brexit Britain is at Europe’s mercy. “La Gran Bretagna - scrive l’autorevole columnist - va alla deriva verso il disastro sulla Brexit, senza una valida strategia diplomatica, economica e politica che possano fare dell’impresa un successo. Il problema fondamentale è che il governo britannico è incastrato fra una Unione Europea implacabile e un partito conservatore privo di realismo”.

Rachman centra il punto: il vero ostacolo ai negoziati, già di per sè molto complessi, è in una leadership britannica troppo debole, consumata da una guerra interna al partito conservatore.

A 17 mesi dal referendum, il governo di Theresa May appare paralizzato sul dossier più decisivo della storia recente del Paese. Fonti diplomatiche e giornalistiche raccontano di un civil service pronto, che ha studiato nei dettagli i vari scenari possibili dell’uscita dall’Unione Europea, ma si scontra con interlocutori politici, anche ad altissimo livello, persi in fantasie irrealistiche sui rapporti di forza attuali fra una Gran Bretagna che vede rapidamente erodere la propria credibilità internazionale e un’Unione Europea che sta esaurendo la pazienza ma è seduta più comoda.

Quando, il 10 novembre scorso, il capo negoziatore per l’Unione Europea Michel Barnier ha suggerito un termine massimo di due settimane per fare progressi sostanziali sulle questioni di fondo prima del Consiglio Europeo di dicembre, la stragrande maggioranza della stampa britannica ha parlato di “ultimatum”, gettando benzina sul fuoco della narrative tutta ideologica che domina il dibattito da questo lato della Manica. Ma Barnier aspetta da mesi che le promesse del governo May si traducano in impegni affidabili e i tempi per procedere alla seconda fase dei negoziati stringono.

Anche qui, lo snodo è di politica interna. Con il discorso di Firenze, la May si è impegnata a “pagare il dovuto”. Ma subito prima il suo ministro degli Esteri Boris Johnson, in un lunghissimo editoriale sul fido Daily Telegraph, aveva tracciato la propria visione di una Brexit molto meno dialogante, compromettendo così l’efficacia del messaggio del governo.

Quali sono, oggi, i grandi ostacoli al procedere dei negoziati? Il conto del divorzio, certamente. Londra ha messo sul tavolo 20 miliardi, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha, proprio ieri, ribadito un calcolo intorno ai 60 miliardi. Chiunque conosca i meccanismi del bilancio europeo sa che è difficile, oggi, parlare di cifre esatte: ma è indispensabile che Londra mandi un messaggio univoco sul rispetto dei propri obblighi.

Ed è questo il problema. Perché se la May si impegna ad aumentare l’offerta, può dover fronteggiare la rivolta degli hard brexiteers, i falchi della Brexit. Se non lo fa e i negoziati vanno in stallo, può cadere per mano dei remainers, i conservatori contrari all’uscita dall’Unione Europea.

Stretta fra le due anime del suo partito, il primo ministro è debole su tutti i fronti. In una settimana ha perso due ministri, quello alla Difesa Michael Fallon, che si è dimesso per il suo coinvolgimento nello scandalo sessuale che ha fatto tremare Westminster, e Priti Patel, responsabile dello Sviluppo internazionale, caduta per i suoi incontri non ufficiali con ministri e lobbisti israeliani. Nell’inchiesta in corso sul sexual harassment è finito anche Damien Green, il braccio destro della May, mentre Boris Johnson appare sempre in bilico, non solo per la disinvolta gestione di importanti dossier diplomatici ma anche per la sua costante attività di sabotaggio dell’azione di governo.

Nel fine settimana, Johnson e il ministro dell’Ambiente Michael Gove hanno inviato alla May una lettera di “istruzioni” su come gestire la Brexit. I due capofila dei brexiteer si dicono “profondamente preoccupati che in alcune parti del governo i preparativi non stiano procedendo con abbastanza energia”. Un siluro sia al ministro per la Brexit David Davis che al Responsabile delle Finanze Philip Hammond, che finora ha categoricamente rifiutato di fare piani per un’uscita dall'Europa senza accordo.

Non va meglio in Parlamento, dove la May ha una maggioranza risicata, ed è ostaggio degli unionisti irlandesi. Ogni giorno i quotidiani riportano voci di rivolta nel suo partito: sarebbero già 40, solo 8 meno del necessario, i parlamentari Tory che hanno firmato per chiedere le sue dimissioni.

Lunedì, schiacciato dalla pressione di 186 pagine di emendamenti al Withdrawal Bill in discussione alla Camera dei Comuni, il governo ha ceduto a mesi di richieste: i deputati potranno votare sull’accordo finale con l’Unione Europea sulla Brexit. Ma sarà un voto “prendere o lasciare”, che non mette in discussione l’uscita. E anche in caso di accordo disastroso, è lecito chiedersi quale parlamentare o schieramento si prenderà mai la responsabilità politica di dire no in assenza di alternative ragionevoli.

L’unico fattore che tiene in piedi Theresa May è la sua debolezza. Per il momento nessuno, fra i Conservatori, vuole o può davvero prenderne il posto. Ma è una debolezza che sta diventando grottesca. Secondo il Times, durante un incontro con una delegazione di industriali di 14 Paesi europei (fra cui Emma Marcegaglia, presidente di Business Europe) che si è svolto lunedì a Downing Street, il premier avrebbe “espresso la sua frustrazione per il fatto che le controparti europee non hanno chiarito le esatte condizioni necessarie per procedere alla prossima fase” e avrebbe addirittura chiesto ai presenti di fare pressione presso i loro governi nazionali per sbloccare i negoziati.

@permorgana

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